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Whiplash – Che tipo di folgorazione vuole darci il finale?

Terence Fletcher, interpretato da J.K. Simmons: “Ero lì per spingere le persone oltre le loro aspettative: era quella la mia assoluta necessità” 

Whiplash è un film che mi ha folgorato: il suo ritmo incalzante, teso, variabile quasi ad emulare la struttura di un brano jazz mi ha rapito, smosso ma, infine, posto un dubbio a cui tutt’oggi non trovo risposta certa. Whiplash ci mostra una montuosa scalata verso il superamento della mediocrità, la maniacale ed implacabile ricerca di perfezionismo nella musica e, nello specifico, nel jazz ma, infine, non ci mostra una scena di applauso al risultato ottenuto dal bravissimo protagonista Miles Teller alias Andrew Neiman.

E’ semplicemente sottintesa, irrilevante o, forse, vuole velatamente mostrare la solitudine di una tale scelta, non per forza vincente poichè così maniacale da perdere di vista il fine ultimo dell’arte, della musica: la poesia del bello. Cos’è il bello? E’ davvero questo che l’arte ricerca?

Il finale di Whiplash mi ha stupito proprio per questo, poiché la mia folgorazione era si certo imponente, ma non ben definita, non estasiata, non emozionata in senso trascendente dall’assolo del protagonista ma, anzi, alquanto scossa.

Non sono un uomo della musica, o per lo meno non un tecnico in senso lato, dunque non mi sono ritrovato dinnanzi i giusti mezzi per commentare, comprendere tale assolo ma, in ogni caso, non vi ho visto un ineluttabile poesia.

Il film d’altronde ci mostra un ragazzo che rinuncia a tutto, perde una splendida ragazza, si aliena dal padre, tutto questo contrassegnato da un incalzante nevrosi da lui sempre più acquisita, con delle mani sempre più sanguinose. E’ una vita di rinunce, di solitudine quella che egli sceglie, compreso solo da un uomo, il maestro Terence Fletcher, capace di portare si ognuno a raggiungere più delle proprie aspettative, ma anche al suicidio.

Vi è quindi una necessaria scissione tra una determinata serenità nel quotidiano e il raggiungimento di un’eccellenza nell’arte delle arti quale è la musica?

Ho provato a caratterizzare tale prospettiva  del ” finale non per forza positivo”, dividendolo in 3 fasi.

La prima, riguarda il tentativo dell’ex professore di mettere in ridicolo il ragazzo , dandogli una scaletta sbagliata, con lo specifico scopo di farlo giungere al concerto impreparato. Ma il film non si ferma qui, abbiamo una seconda fase: il ragazzo, oramai temprato dalla durezza assoluta del suo dispotico maestro, riesce a ribaltare il risultato del loro confronto, oramai pervaso dall’esigenza di primeggiare l’uno sull’altro.

Egli infatti, riuscendo per la prima volta a farsi leader del suo mondo, dirige l’intera orchestra verso la sua musica, non subendo più la passiva sottomissione alla paura di fallire. Persino il maestro ne comprende la maturazione, il compimento eroico del nostro personaggio, così lo asseconda. Potremmo fermarci qui, vedendo infine i due personaggi collaborare verso la perfezione che sin dall’inizio del film si era eretta come chimera irraggiungibile, vedendo infine il coronamento di tale obiettivo. Ma forse, potrebbe non essere così.

Non c’è applauso, ma soprattutto, giunta al suo culmine, la scena assume una connotazione claustrofobica, così che, quella che potrebbe essere la massima dimostrazione di una complicità tra i due protagonisti, risulta allo spettatore estraniante, a tratti ermetica.

C’è una sottesa condizione di degenerazione in quel’ “assolo forse perfetto davvero”: solo loro due si capiscono, perché solo loro due sono invasi da quel leviatano di eccellenza totalitarizzante.

Ma è davvero una vittoria questa? Il finale comunica davvero un compimento, o, al contrario, un’alienazione talmente assoluta da non poter più essere se non nel perfetto?

Così infine vorrei porvi questo quesito, per me ancora irrisolto: è davvero questa idea del superamento del mediocre il giusto iter per la grandezza, ma soprattuto un reale ottenimento di ciò che più merita di essere bramato, la felicità?

Whiplash.

Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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