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Song to song – Un ritratto dissipante dell’esistenza vagabonda

Cosa scandisce i tempi di una vita?

Che coincidenza c’è tra  vita ed esistenza?

Qualche premessa: la ricerca filosofica si livella su vari scenari, in varie accezioni.

L’oggi non ha più i grandi sistemi della ragione e, passivamente, subisce la dispersione e la disgregazione dei valori del passato, creando un’irrisolta condizione di sospensione dell’esistenza, dove questa tende a qualcosa ma è assorbita da un nulla indefinito. Senza lo spirito, senza il divino, l’uomo è solo, in un assoluto in cui manca un senso primo, dove l’alto ed il basso, il bene ed il male, eros e thanatos non hanno strade sicure.

Tutto sembra mancante del reale, non vi è presupposto definitorio all’esistenza umana. L’uomo si crea ma non si comprende nel crearsi, potenza ed essere sguazzano in un eterno che non si realizza, in un incerto sospeso, onnipotente e inesistente.

L’ossessione del tutto divampa nel nulla.

Song to song, come un documentario, osserva e si fa raccontare, scandendo le vite di uomini e donne vagabondi alla ricerca di un qualcosa di necessario, di una forma assimilabile, in una vita altrimenti vacua, indeterminata, dove il valore si frantuma in nome della perdizione, vuota di ogni fine.

Malick con il suo potente grandangolo esistenziale si insinua in un odierno sospeso, raccontato da voci osservatrici di loro stesse,  che si fan filosofi della vita, narratori delle loro storie “una canzone dopo l’altra”, senza però trovarvi presupposti indelebili o finalità avvolgenti.

Un’incertezza che tende implicitamente a dissiparsi, in una diretta proporzionalità tra la ricerca di realtà e l’affondare nel distruttivo, nel violento thanatos perverso.

Un film che si cita, costantemente, non necessitando di una forma storica o di uno sviluppo narrativo sequenziale. Si struttura unicamente nelle constatazioni dei vari ritratti umani, in un prima ed un dopo che variano rispetto ai propri sviluppi conflittuali, delineando una perpetua epifania di sé logorante nel suo essere sempre più sgretolata.

Un film insomma senza una ratio interna che dia i ritmi, ma una cornice esterna, di un regista che guarda l’uomo guardarsi ma senza creare, solo distruggendo passivamente all’aumentare della consapevolezza che non vi sia una guida di senso al bene o al male.

Rooney Mara è una musa maledetta dell’oggi, effimera ninfa umana che cerca la sua essenza nell’arte, nella musica, nell’amore, tutto però assolutamente sfuggente poiché mancante, immagini già disegnate che prova a colorare ma che presuppone  prive di realtà.

Cerca purezza ma invero si nutre di violenza, poiché alla poesia dell’ideale preferisce lo sporco della materia più perversa, così,  in questa sua ricerca dello spirito poetante, in vero, ella si svuota sempre più, abbandonandosi all’eccesso, consapevole di essere effimera.

Infine capisce, quell’oltre, quel sentire un senso, in un epifania del semplice più assoluto, più primitivo, più puro e naturale, dove l’uomo non è altro che tale.

Fassbender è un dionisiaco ecceduto, proprio poiché anch’egli privo di una finalità creativa, al lato distruttivo dell’uomo nietzscheano, perverso ma non compiuto, in una volontà di potenza divenuta unicamente perversione, destrutturante e demoniaca, la cui libertà è a tal punto assoluta da non perseguire alcuna prospettiva sul reale, a tal punto da disperdersi nella sua stessa distruzione.

Natalie Portman è una purezza più antica, destinata ad essere distrutta da un’epoca che non cerca la grande bellezza, che non cerca Dio ma vuole esserlo, vuole dominarlo, distruggendo ogni sintomo di tale spiritualità in nome della menzogna umana, del nulla che non può che portare alla sessualità più animalesca, al gioco della violenza, al vivere a caso.

Ryan Gosling è forse il più vero, o per lo meno colui che vive nella sincerità senza comprendere la verità, ingenuo eppure solido, coerente ma dubbioso del suo essere ma mai del suo amare.

Così i personaggi ed il loro “percorso” sembrano quasi risultati filosofici, esistenziali dell’oggi, convogliati in un’opera dispersa proprio perché disperde l’uomo.

Eppure c’è qualcosa che non convince di questo film, forse nel suo eccedere nel ripetersi della “citazione esistenziale” che accompagna e scandisce i suoi tempi.

A tratti ridondante, a tratti di un iperbolico che sicuramente rafforza la sospensione ed il logorarsi ma forse fin troppo, così che lo spettatore non gli dia più credibilità, veda un aforisma alquanto fine a se stesso, dove la potenza filmica necessita un minimo di maggiore focalizzazione, non per abbassare i livelli d’analisi ma per renderli apprezzabili, comprensibili ed armonici. Perchè anche la fiera dell’esistenza vagabonda, che si mente e si annulla, può avere una sua corporeità esplicativa senza essere un manifesto di perpetua maestosità, senza doversi incatenare ad un autocitazionismo per comprendersi fino in fondo.

Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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