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Drive – La tensione violenta di un anonimo eroe moderno

Se vi piacciono i dialoghi, se cercate discorsi, scambi di opinioni, se vi piacciono le chiacchiere, se siete quello simpatico alle feste, Drive non è il film adatto per voi.

Se le cose le intuite senza che ve le dica qualcuno, se pensate che parla tanto solo chi ha poco da dire, se reputate uno spreco di tempo esprimere a parole le proprie emozioni, se credete che i gesti contino più delle parole, se siete pronti a sacrificare la vostra stessa vita per farla diventare simbolo di un ideale più nobile della vostra stessa esistenza, allora Drive è il film adatto per voi.

Avete capito?

“Ci sono 100000 strade in questa città. Non c’è bisogno tu le conosca. Dammi ora e luogo e ti do 5 minuti. Qualunque cosa accada in quei 5 minuti ci penso io. Ma ti avverto: qualunque cosa accada un minuto prima o un minuto dopo te la cavi da solo, hai capito?”

Condominio, piani alti, vista sulla città, stanza immersa nella semioscurità, camera che scruta l’appartamento in cerca della voce al telefono fuori campo, messa a fuoco sul giubbino dell’interlocutore di spalle, uno scorpione ricamato sul retro. Cambio scena, officina, ora la voce ha un volto. Il capomeccanico lo informa che l’auto più anonima di tutta America è pronta, che il motore è stato potenziato, come da lui richiesto. Cambio scena. Strada, cenno d’intesa tra la voce, il “Driver”, e due uomini che si mettono il passamontagna ed entrano in un posto per fare una rapina.

Primo piano sull’orologio legato intorno al volante dell’auto, sul cronometro che viene fatto partire, sul guanto che impugna stretto il volante, sulla radio sintonizzata sulle frequenze della polizia e sulla cronaca di una partita allo stadio. Primo piano sulla faccia del driver. Silenzio. Tempo sospeso. Tensione palpabile. I minuti scorrono, la polizia annuncia la rapina via radio, i ladri tardano ad uscire. Escono finalmente. L’auto parte a grande velocità. Nessuno parla.

Uniche voci le frequenze della polizia alla radio e il rombo dell’auto. Sbuca una volante. Fari spenti, nascondiglio dietro un camion. Prosegue, “senza nulla da segnalare”. La corsa riparte, le luci della città scivolano sulla fiancata. Il modello della “macchina più comune d’America” è stato individuato. La tensione sale. Un elicottero individua il veicolo. Accelerazione, rombo del motore, svolta improvvisa, sotto un cavalcavia, retromarcia per confondere la posizione. L’elicottero annuncia di aver perso il veicolo sospetto. Silenzio. Uniche luci quelle al neon dei lampioni. Riparte la corsa, rosso, stop. Pattuglia ferma proprio di fronte all’incrocio. Annuncia che la macchina è stata individuata. Verde. Accelerazione, rombo del motore che cresce, cuore in gola. Driver semina l’auto, alza il volume della partita, la radio annuncia la vittoria dei Clippers, svolta per lo stadio, ingresso nel parcheggio pieno di “auto più comuni d’America” in perfetta sincronia con l’inizio dell’uscita degli spettatori. Driver scende, gira il giubbino in spalle, mette un berretto dei Clippers, abbandona l’auto con i due rapinatori all’interno, non si volta, si confonde nella folla come uno qualunque. Niente soldi, nessuna parola.

Questa la prima scena. Il film parte subito in quinta, lo spettatore non viene introdotto alle vicende, ci si ritrova immerso. Sono passati 4 minuti, hai l’adrenalina a mille e frastornato capisci che questo film ha qualcosa di incredibilmente coinvolgente. Mentre si sta elaborando la cosa, ci si accorge che stanno scorrendo i titoli di apertura, scritti in un rosa acceso, inquadrature aeree del groviglio di strade e luci della città scorrono sullo schermo e di sottofondo una canzone (“Nightcall” di Kavinsky) al contempo profonda e tenebrosa accompagna il tutto.

Nessuna parola. “Driver” il protagonista del film, non è un tipo loquace, è un eroe senza un nome, una voce che non parla, che non ha bisogno di farsi sentire. Alla vita interiore del protagonista, alle emozioni soppresse, latenti, pronte a esplodere, viene data voce tramite l’uso sapiente della regia stessa del film. E questo è ciò che rende Drive un capolavoro unico nel suo genere. Così come Driver non si esprime, anche i dialoghi sono ridotti al minimo. Il film non parla direttamente, messaggi e narrazione vengono affidati ai testi delle canzoni, all’uso della luce, alle inquadrature, al simbolismo, ai richiami tra le scene insiti in tutto il film. Regia e protagonista diventano un tuttuno inscindibile, un’unica esperienza coinvolgente.

Il personaggio di Driver è molto complesso e l’evoluzione interiore che subisce in seguito ai vari avvenimenti all’interno del film viene descritta con maestria da Refn con scene iconiche strettamente legate a una vasta gamma di emozioni e stati d’animo:

Affetto

Nell’appartamento vicino a quello del Driver vive Irene e suo figlio Benicio. Il nostro freddo protagonista si fa intenerire dalla dolcezza e dalla tenerezza della vicina e una serie di circostanze fortuite (la macchina di Irene si guasta fuori dal supermercato così si offre di riportarla a casa e aiutarla con le borse della spesa; nei giorni seguenti Irene si reca in officina per far riparare l’auto) avvicinano il nostro protagonista alla giovane madre e al figlio Benicio, mostrandoci un lato umano veramente intenso e inaspettato del nostro protagonista. L’affetto che si instaura tra i due è qualcosa di palpabile, di reale, ma Refn decide di affidare non ai dialoghi, ma agli sguardi, alle inquadrature, alle canzoni la descrizione di questo legame. La scena in cui il nostro protagonista tiene in braccio Benicio addormentatosi sulla sua spalla dopo una giornata passata al fiume insieme, mostrata dal punto di vista della madre che li segue nell’avanzare nel corridoio, sulle note altissime di “A Real Hero” dei College, trasmette tenerezza e al contempo fa capire come oramai il driver solitario, per amore, abbia deciso di prendersi carico del ruolo paterno all’interno di quella famiglia.

Un buon padre però deve anche saper essere duro e intransigente quando serve e Driver sa decisamente esserlo quando è necessario:

Violenza

Torna il vero padre di Benicio, Standard Gabriel, appena uscito di prigione. Ha ancora dei conti in sospeso con chi gli ha offerto protezione in prigione. Viene picchiato da dei tirapiedi e costretto a fare una rapina per difendere la sua famiglia da successive violenze in caso di un suo rifiuto. Driver si offre allora di aiutarlo nella rapina come autista, parla con Cook, l’aguzzino, e si fa promettere che una volta terminato il lavoro, Standard e la sua famiglia sarebbero stati lasciati in pace. Da questo momento il film cambia completamente registro. La rapina si rivela un’imboscata, Standard viene ucciso dal gestore del negozio, una seconda macchina insegue Driver e l’altra complice, ma grazie alla sua abilità da pilota, Driver riesce a scamparla e si rifugia con la complice in una camera d’albergo. Il tempo basta giusto per sentire in tv il gestore del negozio affermare che il rapinatore ucciso non aveva complici e capire che il piano era una trappola sin dall’inizio. Subito si accorge però che la loro posizione è già stata individuata da due tirapiedi. Il tempo si cristallizza. Tutto rallenta. Uno slow-motion dilata gli attimi. I suoni sono ovattati. Una pioggia di colpi crivella la camera d’albergo, il cervello della complice si sfracella sul muro. Il tempo riparte, con due mosse fulminee Driver si ripara dai colpi col materasso del letto e, animato da una forza animale, dall’istinto di sopravvivenza, disarma e conficca il palo della tenda della doccia nel cuore del primo tirapiedi e spara al secondo subito dopo. Ora è sconvolto e decisamente incazzato.

Va da Cook. Inquadrature iconiche, luci da night club, camerini delle spogliarelliste, luci intense degli specchi, un martello. Vede Cook, è un attimo. Lo fa alzare con una martellata sulla mano, lo fa cadere a terra, lo sovrasta, lo immobilizza, dalla tasca estrae il proiettile lasciato a Benicio da uno dei tirapiedi durante l’aggressione a Standard, glielo appoggia in fronte, il martello pronto a ficcarglielo in testa.

La scena, la tensione, la luce. La violenza si mischia con la sensualità delle ragazze del night a petto nudo che fanno da contorno, la rabbia pervade a tal punto Driver che trema nella tensione del momento.

Fa chiamare il mandante della rapina, anche la voce trema di rabbia. Scopre essere Nino, un socio di Bernie Rose, un malavitoso che aveva già conosciuto in officina, capisce che questo complicherà le cose.

Quando ci si sente in pericolo, quando ci si sente in trappola, si pensa subito alle persone a cui più si tiene, il nostro protagonista non fa eccezione:

Amore/Disperazione

https://www.youtube.com/watch?v=vgX_EoAhISA

Driver torna da Irene, sconvolta per la morte di Standard, le spiega che era stato costretto a farlo e lui aveva deciso di aiutarlo, le propone di tenersi i soldi della rapina e rifarsi una vita con Benicio e lui in un posto lontano. Prende uno schiaffo. Si apre l’ascensore, c’è un uomo che afferma di aver sbagliato piano, Irene entra, Driver all’ultimo secondo entra. Il tempo si cristallizza, col braccio sposta dolcemente Irene contro la parete dell’ascensore, la luce piove dall’alto, un suono dolce, simile a un coro di voci bianche accompagna il bacio tra i due, prima vera dimostrazione dell’affetto tra i due, mai espresso fino ad allora. Un sogno ad occhi aperti. La telecamera indugia fino al momento del distacco delle labbra, la musica termina di colpo. Il tempo riparte. Movimenti veloci. Improvvisa colluttazione tra Driver e il terzo incomodo nell’ascensore, che la telecamera, indugiando sulla pistola nella tasca interna della giacca, aveva precedentemente fatto intendere essere un tirapiedi di Bernie Rose. Con furia Driver gli scaraventa la testa contro l’ascensore due volte, l’uomo cade a terra, Driver prende a pedate la sua testa fino a sfracellargli il cranio. La telecamera, si sposta su un primo piano di Irene che assiste sconvolta alla scena. La dolcezza in lei scaturita un attimo prima dal bacio, si alterna e soccombe a un senso di terrore che la paralizza. L’ascensore si apre, lei fa pochi passi al di fuori e si ferma. Fissa Driver. La faccia di lui sporca di sangue, la guarda con uno sguardo misto di colpa, disperazione, amore, consapevolezza. E’ distrutto, ancora tremante per la tensione dell’atto brutale appena conclusosi. L’ascensore si chiude. Una delle scene che resteranno per sempre nella storia del cinema.

Lo scorpione e la rana

Driver va su uno dei set in cui lavorava, ruba una maschera da controfigura, insegue Nino, lo sperona, mandandolo fuori strada nei pressi del mare. L’auto si ribalta, Nino esce, è sulla spiaggia, ferito, alza lo sguardo e vede la sagoma del suo carnefice avanzare verso di lui, con una faccia di plastica che non fa trasparire alcuna emozione. Buio pesto. Uniche luci i lampioni in strada in lontananza. Si getta in mare, e lì viene preso e affogato nel buio del mare e della notte.

Avverte Bernie della morte del socio:

“Conosci la storia dello scorpione e della rana? Il tuo amico Nino non ce l’ha fatta ad attraversare il fiume.”

La storia a cui si riferisce è quella in cui uno scorpione chiede a una rana un passaggio per attraversare un fiume, la rana inizialmente riluttante, viene convinta dallo scorpione che afferma che in caso l’avesse punta avrebbe condannato alla morte per annegamento anche sé stesso e che quindi non doveva temere al riguardo. A metà del fiume tuttavia lo scorpione punge la rana condannando entrambi alla morte. Interrogato su questo gesto folle dalla rana, lo scorpione risponde che l’ha fatto perché non può cambiare la sua natura.


Si capisce ora il motivo di quello scorpione ricamato sul giubbino presente in così tante inquadrature, è chiaro a questo punto che Driver ha la consapevolezza che la sua vita è in grave pericolo, che le sue azioni avranno conseguenze, ma sa anche che è nato per quel tipo di vita, che ha imparato a conviverci, che non può sottrarsi al suo destino.

Eroismo

Gran finale. Consegna dei soldi a Bernie Rose. Un fendente colpisce Driver in pancia, tempestivamente reagisce, estrae il coltello e colpisce a morte Bernie. Lascia i soldi e il corpo a terra nel parcheggio. Sale in macchina, sanguina. Guarda nel vuoto, è stremato, l’auto parte. Da qua a fine film a volume assordante parte “A Real Hero” dei College di sottofondo. Cambio scena. Irene bussa alla porta dell’appartamento di Driver commossa e provata. Nessuno apre. Cambio scena. Notte. Primo piano su Driver, inquadratura sulla strada dall’interno dell’auto. La macchina procede nel buio. Dove starà andando? E’ ferito a morte o sopravviverà? Quale è il suo nome? Tornerà da Irene? Tutto ciò ha davvero importanza? Serve per forza un nome, un motivo, una ricompensa, per fare un gratuito atto di bontà? per rendere migliore anche solo per un attimo il mondo spietato in cui viviamo? Qual è la definizione di Eroe? Quale quella di vero uomo?

Leggi anche: http://www.artesettima.it/2018/01/23/dexter-lumana-ricerca-di-comprensione-di-un-apatico-serial-killer/ o http://www.artesettima.it/2018/02/08/hannibal-gusto-estetico-e/

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