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Good Time – L’eroica caduta di un perdente

C’è un momento, in Good Time, nel quale il protagonista Connie saluta un autista di bus dicendogli “Dio la benedica”, per non destare sospetto e non dare nell’occhio, per non far capire che l’uomo con sé è un paziente fatto evadere da un ospedale, per darsi un tono e fingere di essere il bravo ragazzo che è. Il contrasto nell’opera degli emergenti Josh e Bennie Safdie è tutto qui, a partire dal titolo: Good Time come i 100 minuti che lo spettatore trascorre durante il film, ma anche l’opposto di quello che un Robert Pattinson eccezionale nei panni di Connie Nikas vive nelle 24 ore scarse di narrazione del suo good time (la libertà dal carcere per buona condotta), che con ogni probabilità si era guadagnato con tanta fatica.

Questa piccola perla del cinema contemporaneo non è solamente una tragica cronaca di un ragazzo dei bassifondi newyorkesi condita da una colonna sonora martellante, ma è figlia di una sceneggiatura ricca di elementi che la rendono un’esperienza unica e ad alta immersività.

I tempi narrativi

Good Time è un film nel quale non esistono altre epoche se non il presente, si svolge in poco più di una notte e sembra raccontato in tempo reale, un tipo di narrazione che sta trovando più spazio nel cinema dei nostri giorni (ne è un esempio il meno riuscito You Were Never Really Here di Lynne Ramsay). Uno stile così cronachistico cucito addosso a degli emarginati sociali rimanda fortemente a L’odio ; nel capolavoro di Mathieu Kassovitz ogni ora del giorno veniva esplicitata, fungeva da collante e da conto alla rovescia verso il fondo del baratro, evidenziando come l’improvvisazione costituisse la quotidianità per i tre reietti delle banlieue parigine. In Good Time la totale incertezza del futuro è palpabile e il rapido inanellarsi dei fatti crea un vortice profondissimo e inesorabile. Nonostante la storia si sviluppi in una manciata di ore, i tempi del film non sono mai dilatati, grazie a una gestione strepitosa della tensione da parte dei registi, formidabili nell’alternare azione e dialoghi e nel raccontare una storia densissima di avvenimenti con un ritmo a tratti frenetico (parte del merito è da attribuire alla colonna sonora di Oneohtrix Point Never).

Già dalle prime sequenze, dove Connie porta via da uno studio psichiatrico il fratello Nick (il co-regista Bennie Safdie, abile nei panni di un handicappato mentale), vediamo il rapporto speciale che lega questi ragazzi. I due, però, dopo una rapina in banca, vengono scoperti dalla polizia, che riesce ad arrestare solo il povero Nick. Per pagare la cauzione, il protagonista chiede un prestito alla fidanzata Corey (Jennifer Jason Leigh), ma scopre che suo fratello è ricoverato in seguito a una rissa.

Connie non si dà mai per vinto, preleva furtivamente il fratello dall’ospedale, ma una volta tolte le bende dal viso dell’uomo scopre di aver preso la persona sbagliata. In questo scenario già confuso e sregolato, il colpo di scena dello scambio di persona gioca un ruolo eccezionale, sia per la sua imprevedibilità, sia per la piega che conferisce al film.

Scena dopo scena la linea tra gesto morale e immorale si assottiglia, mentre lo spettatore si affeziona a un personaggio dalle tinte contrastanti.

Un protagonista controverso: eroe o antieroe?

Un eroe lotta per liberare il proprio fratello, non conosce la paura e il rischio, architetta dei piani complessi per uscire dalle difficoltà; un antieroe, anche se non è malvagio, non ha ideali, si serve di qualsiasi persona sul suo percorso e agisce con l’idea che il fine giustifica i mezzi. Tutti questi tratti sono condensati in Connie, una sorta di Walter White rovesciato, perché in fin dei conti ogni suo sforzo è indirizzato a Nick e non a sé stesso. E’ intelligente e creativo, ma anche emotivo, approfitta del fratello per la rapina e della fidanzata per la cauzione, salvo poi mostrarci dell’affetto autentico per loro; qualsiasi elemento nel suo percorso è un’arma a suo vantaggio, sia essa di una tinta per capelli con la quale cambia aspetto a casa di una sconosciuta, oppure Benny, l’uomo preso erroneamente dall’ospedale, che indica al suo liberatore dove si trova una preziosa bottiglietta con dentro della droga, da trovare e da vendere per pagare la cauzione.

Ogni singola scelta di Connie, in apparenza isolata ma mai sconnessa dalla precedente, costruisce una trappola invalicabile anche per il più impavido degli eroi; le rapine, i furti, i pestaggi e i raggiri diventano le pareti delle scatole cinesi che lo rinchiudono, rendendolo il solo artefice della propria sventura.

La gioventù moderna in gabbia

Il modus pensandi dei giovani di cui i fratelli Safdie raccontano è scritto sul modello del ragazzo occidentale contemporaneo. Nell’epoca delle emozioni brevi, dei post, dei tweet, dei matrimoni lampo e degli ideali a tempo, anche capire le conseguenze delle proprie azioni diventa complicato, perché l’esasperazione del presente fa sembrare il qui-e-ora l’unico tassello importante a discapito dell’intero puzzle.  La mancanza di memoria storica si manifesta anche quando si tratta di analizzare la storia della propria vita o, in questo caso, quella della propria giornata. Connie non è solo un eroe e un antieroe, è anche l’antagonista che intrappola il protagonista, è il più acerrimo nemico di sé stesso, vittima di una trama complessa creata dai fili intrecciati da lui.

Good Time è un film che parla di gabbie e non teme di mostrarcele in tutti i modi: vediamo ambienti piccoli e primissimi piani stringenti, sentiamo dialoghi serrati e musica soffocante, Connie è schiavo di sé stesso, della sua condizione sociale e vittima della sua vita criminale, Nick è rinchiuso nella sua patologia psichica; ogni sforzo è vano perché per i perdenti esiste solo un eterno ritorno al proprio triste destino: il carcere per il primo e il centro di salute mentale per il secondo, condotti da un presente rovinosamente caotico verso dei luoghi dove il presente è piatto, insignificante e sempre uguale a sé stesso.

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