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In occasione del suo viaggio nel paese dove fioriscono i limoni, Goethe rimase ammaliato dal teatro greco di Siracusa, che definì “una gigantesca opera di arte e di natura”. Sembra questo, dove l’ingegno umano e la forza creativa della natura si sono fusi in armonia, il luogo adatto a lanciare una sfida ancora più ardua: far incontrare tempo ed eternità.

L’11 giugno scorso, a provarci è stato Andrea Camilleri. Il più grande scrittore italiano vivente è stato protagonista di un evento unico e irripetibile: “Conversazione su Tiresia”, un monologo teatrale scritto ed interpretato da lui stesso, per la regia di Roberto Andò. Grazie a Palomar e Nexo Digital, lo spettacolo verrà riproposto al cinema solo il 5,6, e 7 di novembre.

Noi della Settima Arte abbiamo avuto il privilegio di vederlo in anteprima per voi. Di che si tratta?

Sul palco, il buio è spezzato solo dalla luce dalle stelle, il silenzio dal frinire delle cicale. Un bambino entra e accende una lampada stile abat-jour, che illumina una sedia e una mensola con dei libri. Da qualche parte una macchina da scrivere. Camilleri entra e prende posto sulla sedia. Il bambino si siede ai suoi piedi, in ascolto. E’ una scena senza tempo, come un nonno che racconta una favola ad un nipote in procinto di addormentarsi, o una storia narrata intorno al fuoco di un accampamento.

Anche noi siamo pronti ad ascoltare il mito di Tiresia.

La scenografia può permettersi di essere essenziale solo quando il racconto possiede una forza suprema. Ovvero quando l’oratore è un maestro della narrazione come Camilleri. Il tono è quello di una conversazione da amici, comprensibile da tutti e allo stesso tempo elevato, familiare con l’eterno. Senza dimenticare l’ironia.

Ad accompagnare le parole solo la musica di un flauto, strumento primordiale, lo stesso che accompagnava le rappresentazioni del teatro greco.

Camilleri non soltanto parla di Tiresia, è Tiresia. “Chiamatemi Tiresia”, è l’incipit del suo discorso. L’identificazione fra persona e personaggio è totale, e non solo per la cecità che li accomuna.

Sallustio afferma che il mito racconta cose che non sono mai accadute, ma sono sempre: per questo il mitico indovino rivive attraverso innumerevoli incarnazioni differenti, molte di più delle sette che Zeus gli aveva concesso, nel mondo come nella letteratura. Fino a quella del tempo presente, che fuori dal palco porta il nome di Andrea Camilleri.

Andrea Camilleri insieme al regista Roberto Andò e al produttore Carlo Degli Esposti.

Eppure il Tiresia/Camilleri che va in scena raccontandoci la sua storia – storia che parte dalla antica Grecia e arriva fino al’900, da Omero a T.S. Eliot – possiede una prospettiva nuova: come nella interpretazione dantesca, in cui per contrappasso è costretto a camminare con la testa rivolta all’indietro, ripercorre le sue orme a ritroso nel passato. Ha deposto la preveggenza in favore della memoria.

Due sono i temi fondamentali legati alla figura di Tiresia: la cecità, e la trasformazione da uomo a donna. Entrambe sono legate al dono della profezia.

La cecità di Tiresia è diversa da quella di Edipo: più che una punizione, consiste in un sacrificio. In greco, la radice del verbo vedere (οράω) ha anche il significato di conoscere: la vista è strettamente legata alla conoscenza. Il sacrificio della vista (ma non solo) nella tradizione è una condizione essenziale per acquisire l’accesso ad altri mondi: una vera e propria iniziazione sciamanica.

Da quando ho perso la vista, vedo le cose più chiaramente”, afferma non a caso Camilleri.

Anche l’ermafrodito è un simbolo di conoscenza. Tiresia ci riporta indietro al tempo della metamorfosi, in un mondo mitico dove ogni cosa era quella che era ed insieme qualcos’altro, e gli dei si nascondevano nelle forme di animali, alberi e ruscelli.

In un mondo simile bisogna stare attenti a dove si mettono i piedi. Tiresia camminando su un monte, vede una coppia di serpenti e ne uccide la femmina, e viene immediatamente trasformato. L’uomo che diventa donna si riunisce alla sua parte mancante e acquisisce la sapienza delle Madri, ha accesso al segreto della vita. Egli accede alla forma di conoscenza più pura: quella che trasforma colui che conosce.

Tiresia, persa la vista, acquisisce la preveggenza, la visione del futuro; ben presto si lamenta con Zeus di quello scambio poco conveniente: si tratta di un dono o di una condanna? Entrambe le cose.

Perché la preveggenza condanna a vedere la caduta della propria città, l’orrore che senza sosta si sussegue nella vicenda umana; ma dona insieme la poesia, che è balsamo per gli occhi, velo apollineo che si stende sopra la vista dell’abisso dionisiaco altrimenti impossibile da sopportare per lo sguardo.

Camilleri racconta che in Sicilia, quando era bambino, si usava accecare i cardellini credendo che privi della vista cantassero meglio. Si dice che per i poeti sia la stessa cosa.

E così in una notte di estate, tra pietre eterne “per avere almeno il sentore di eternità”, un poeta cieco racconta la sua storia. Una storia senza tempo, e per questo senza fine.

Perché in questo consiste la magia del racconto, unire tempo ed eternità.

Tiresia appartiene alla stirpe degli Sparti, fondatori di Tebe. Nome che significa nati dalla terra. E questo è anche lui: un nato dalla terra, con il dono – o la condanna – di alzare gli occhi verso il cielo.