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Neanche con un notevole sforzo d’immaginazione potremmo pensare che Giancarlo De Cataldo necessiti una qualsivoglia nostra presentazione: l’uomo, lo scrittore, il magistrato, il narratore di storie all’apparenza crude, violente, ma che al tempo stesso raccontano generazioni, la sua come la nostra, scavando l’emotività, il cambiamento sociale ma anche umano.

Qui al Ravenna Nightmare Film Festival abbiamo avuto l’immenso onore di poterci fare una chiacchierata, di poter stabilire un contatto con l’eternamente giovane tarantino che non smette di approcciarsi all’arte con un entusiasmo fanciullesco. Le sue influenze, il suo bisogno di instaurare un contatto emotivo con i suoi lettori, le sue esperienze nel documentariato e nel televisivo; il tutto riportato fedelmente ed orgogliosamente. Da noi per voi.

De Cataldo

Ed in quanto giovani sognatori, non possiamo che imparare dalla sua eterna ed avvolgente genuinità, nello scrivere, nel raccontare, nel vivere:

“Io sono un ragazzo di Taranto che quando aveva 16 anni guardava i film di Antonioni e sognava di poter scrivere, fare cinema; per me non ha prezzo tutto questo. Continuo ad essere entusiasta, a trovare entusiasmo nello scrivere, nell’inventare storie.”

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Inizierei col chiederle riguardo questa tendenza del giovane cinema italiano ad indagare la periferia, la malavita romana in più aspetti. Un libro, con successiva trasposizione, come Romanzo Criminale, quale influenza ha avuto in questo senso?

-Secondo me sono tutti miei nipoti, parlando francamente. Tutti tranne Claudio Caligari, che semmai è mio zio; e che non solo girò film come L’odore della notte e l’ancor precedente Amore Tossico, ma che sembrava volesse fare anche Romanzo Criminale, salvo poi successivi problemi di carattere produttivo; Claudio Caligari è stato da sempre perseguitato da questa ostilità del cinema italiano nei confronti del suo estremismo, del suo stile narrativo estremo, ed è uno dei principali motivi per cui è stato riscoperto post-mortem, e questo fu un peccato. Dunque se c’è un autore che non si è ispirato a me, ma semmai sono io che mi sono ispirato a lui, quello è proprio Claudio Caligari. Gli altri sono tutti più o meno ispirati dalla “maniera Romanzo Criminale”, con alcune originali eccezioni come Mainetti in Lo Chiamavano Jeeg Robot; quella ad esempio è una simpatica rielaborazione proprio perché offre dell’altro, rispetto al già visto che, e lo dico immodestamente, sorge da Romanzo Criminale.

Ed un regista come Michele Placido come subentrò nel progetto del film?

-Originariamente il Romanzo doveva farlo Marco Tullio Giordana, che peraltro arrivava da La Meglio Gioventù, ma purtroppo anche in questo caso l’accordo con Cattleya non andò in porto e l’opportunità ricadde su Michele Placido, che comunque era pronto a farlo. Onestamente con Placido mi sono trovato molto bene, cosa che non ebbi modo di sperimentare con Giordana, poiché non iniziammo neanche a parlare; e ricordo che ci fu un pour parler anche con Crialese, a cavallo di Nuovomondo, ma anche in quel caso non se ne fece più nulla e subentrò definitivamente Placido.

De Cataldo

Ma un regista come Crialese, che predilige spesso uno sguardo onirico, irreale, come avrebbe approcciato un’opera come Romanzo Criminale?

-In ogni caso lo scrittore ad un certo punto cede i diritti, per cui un interloquire, un confrontarsi c’è sempre, ma alla fine a prendere le decisioni è il produttore. Discorso diverso fu con Martone, quando facemmo Noi Credevamo, ed in quel caso fummo complici, fu un film pensato insieme. Nel passaggio dell’adattamento c’è un momento, una cesura, nella quale lo scrittore si fa da parte, nella quale la boccia passa in mano ai cinematografari. Uno scrittore scrive, filma, collabora in tutto, ma si tratta in ogni caso di un gioco di squadra; a volte vince la mia soluzione, a volte vince la soluzione degli altri, non è sempre automatico. Si tratta di un gioco di sfumature.

Riguardo invece una produzione nella quale lei ha avuto un ruolo più forte volevo parlare di Pertini. Eravamo il Bifest, durante la presentazione, e abbiamo scritto il nostro piccolo articolo intitolato Se solo la sala fosse stata piena; perché secondo me la bellezza di Pertini il combattente è che, e ne giova anche l’intuizione della colonna sonora, vuole essere molto pop, nel senso popolare del termine. Questo perché non vuole creare archetipi, non vuole creare eroi astratti, ideali, bensì vuole ricordare, secondo me, il valore emotivo, il peso di quell’intuizione emotiva.

-Sono totalmente d’accordo.

Ma secondo lei come si educa una generazione così abituata al pregiudizio ad un qualcosa che non è così razionale come il valore emotivo?

-Allora, per cominciare, l’intuizione della colonna sonora è alla base del film. Perché io ho scritto il libro; prima del libro c’è stato il lavoro sulla fiction da parte di Graziano Diana, e non essendo riusciti a fare la fiction ho scritto il libro. Scrosati, di Sky, ha deciso di lanciare una serie di documentari politici, e fa Veltroni, Quando c’era Berlinguer. Io gli propongo Pertini, lui lo legge in un week-end e mi dice: lo facciamo. E quindi si cominciò a lavorare, due anni di lavoro ci sono voluti. Con Graziano Diana ci siamo sforzati per mesi di capire come far vivere un personaggio senza ricorrere alla sfilata d’interviste. E a un certo punto ci siamo accorti che c’erano un sacco di canzoni che evocavano Pertini, alcune pazzesche. Ed i capitoli sono le canzoni. Poi subentrò l’idea delle tavole di Paz. Ci è stato permesso, ad un prezzo sostenibile, di adoperare le tavole di Paz, ed insomma l’idea fu esattamente quella di giocare sui raccordi emotivi, cioè se io fossi un ragazzo di oggi cosa potrebbe interessarmi della figura di Pertini; come si fa? Io posso solo fare un riferimento personale: un mese fa Christian Raimo mi ha invitato a tenere un incontro in piazza, a Roma, una piazza brutta a dire il vero, tra Bufalotta e Montesacro, e mi ha detto: noi facciamo degli incontri culturali nei quali tu vieni a parlare, a raccontare su Roma. Ed io ho raccontato i delitti romani, dall’800 alla Magliana. C’erano 1500 persone inclusi i giovani. Allora l’idea è cercare di recuperare una comunicazione one-to-one che by-passi i social. Di questo si tratta, ricostruire a partire dal contatto. Si può fare? Non si può fare? Non lo so. Ci si prova.

De Cataldo

Ricreare una realtà del comunicare, in un certo senso.

-Sì, esatto, una realtà del comunicare. Ed è un lavoro lungo, i risultati non sono immediati come sui social. E’ necessario riscoprire il valore della comunicazione ma anche della conoscenza.

A partire dalla scuola, intende lei?

-Sì, ma la scuola fa anche tanto; ci vuole anche un po’ di disponibilità da parte della vostra generazione.

Mi perdoni se invece io torno su Romanzo Criminale, è stato uno dei primi libri che ho letto e la domanda che avrei sempre voluto farle è: cosa catturò la sua curiosità nei riguardi di questo sprazzo di gioventù romana dello scorso secolo, più una voglia di raccontare la gioventù in senso anche emotivo, a prescindere dal fatto sociale, oppure ha semplicemente voluto raccontare un pezzo di storia?

-Io volevo raccontare un pezzo di storia, raccontare destini umani sullo sfondo di un grande cambiamento storico. E devo dire che a giudicare dal tipo d’impatto che ebbe Romanzo Criminale lo sfondo storico interessi poco, ciò che catturò l’attenzione furono i caratteri, gli archetipi dei personaggi, nient’altro. Ne è di fatto venuto fuori un romanzo di formazione che si avvicina alla vita alla maniera di Balzac, se vogliamo. Quindi alla fin fine il nocciolo duro del romanzo è stato una storia di ragazzi, è quello ha catturato tantissimo la gente. Io all’epoca avevo vent’anni, evidentemente sono riuscito ad immedesimarmi, a creare un’umanità, una forza. Vero è che la scrittura è spesso un’attività zen, che cominci con la testa ma che ti porta da tutt’altra parte a prescindere: c’è un momento in cui vieni quasi posseduto da una forza esterna, al di là della retorica, e mi è successo anche in quest’ultimo romanzo, L’agente del caos. Ci sono cose che non ricordo di aver scritto, ma che stanno lì, la carta lo testimonia. Ciò che io mi sono prefisso nello scrivere Romanzo Criminale è che avrei scritto tutto ciò che avrei sempre voluto scrivere nel luogo in cui avrei voluto scriverlo. Ricordo che cominciai con una lavatrice contro un muro come scrivania, con un vecchio computer Toshiba T-L 1000, nel 1997, ed il romanzo uscì nel 2002. Quindi c’è tutto il lavoro di una vita dietro quel libro.

Ed invece un progetto come Suburra come si sviluppò inizialmente?

-De Cataldo e Bonini si incontrano nella casa editrice Einaudi in un giorno del 2011 e si dicono di voler scrivere una cosa insieme, un lavoro sul presente, su Roma oggi. Ed io scrissi già il capitolo d’apertura di Suburra, in un romanzo su Roma oggi, lasciandolo in sospeso per un anno. Poi io e Bonini facemmo una scaletta, ci dividemmo i capitoli, e accade un giorno a Monaco di Baviera, a prima parte già conclusa, che lui venne da me a dirmi: “Carlo, abbiamo sbagliato scaletta, dobbiamo riscrivere tutto”, e al di là di quanto divertente la situazione possa sembrare è un chiaro esempio degli imprevisti che intercorrono nel lavorare insieme. In quel caso fu lo scarto di quasi 200 pagine di romanzo.

De Cataldo

Ma non la colpisce il fatto che sia Romanzo Criminale che Suburra abbiano suscitato talmente tanta partecipazione, empatia, da essere stati entrambi trasposti sia in film sia in serie tv?

-Non è tanto questo, è che quando io sono andato alla chetichella a vedere l’anteprima riservata di Romanzo Criminale con mia moglie, ero fuori di me dall’emozione. Io sono un ragazzo di Taranto che quando aveva 16 anni guardava i film di Antonioni e sognava di poter scrivere, fare cinema; per me non ha prezzo tutto questo. Continuo ad essere entusiasta, a trovare entusiasmo nello scrivere, nell’inventare storie.

Il fanciullino che rimarrà sempre e che continuerà a fare breccia.

-Assolutamente, è necessario dilettarsi, divertirsi in quest’arte, anche perché, banalmente, noi non stiamo spalando nelle miniere.

Io volevo chiederle una cosa che riguarda passato e presente, tra la generazione di Romanzo Criminale e quella di Suburra. In qualche modo a me è parso che il male, la malvagità dalla quale i personaggi di Romanzo Criminale attingono sia più riconoscibile, categorica, mentre la malvagità di Suburra è più disordinata, caotica; secondo lei, il cambiamento nel modo in cui il male entra nel sociale cosa può dirci, cosa può raccontarci del nostro cambiamento?

-Allora, innanzitutto negli anni ’70 questa grande divisione ideologica portava delle grandi idealità; così c’era un pensiero forte politico, sociale e c’era un pensiero forte criminale. Così come le grandi associazioni mafiose si stabilivano, lanciavano offensive allo stato, anche la banda della Magliana aveva una sua progettualità criminale che oggi non c’è più. D’altro canto, questa progettualità era legata al fatto che il crimine dell’epoca era visto come un ascensore sociale, un modo per scalare la vetta. Il sogno, dunque, era quello di diventare normali, di diventare borghesi, di morire nel proprio letto, circondati dagli affetti. Questo sogno con gli anni si è molto modificato, al giorno d’oggi il sogno della vita criminale è legato alla convinzione che in qualche modo il crimine paghi, che possa essere una soluzione. Ed è un modo di essere criminali, un modo di vestirsi, di apparire, che ha contagiato molto i cosiddetti normali. In una stagione di pensiero debole come questa la seduzione criminale diventa una soluzione pervasiva, quindi più difficile da riconoscere. Un agire criminale permeo, liquido, che appartiene alla strada.

Il sogno di diventare normali.

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