Autore: Matteo Melis

First Man – Il nostro Spazio

Come Neil Armstrong, instancabile e determinato, Damien Chazelle crede in modo religioso nel proprio lavoro. Il 33enne Premio Oscar abbandona il dramma musicale per misurarsi con un biopic puro, trovando un punto d’incontro ideale tra il ritratto di un uomo e la descrizione accurata della sua impresa.

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Alla fine, la Morale qual è? – Il Divario tra Forma e Sostanza in 5 Finali Contemporanei

“I’m finished”. Ho finito. Sono finito. Le due parole finali de Il Petroliere (al secolo There Will Be Blood) chiudono ermeticamente un enorme cerchio narrativo fatto di lavoro, famiglia, ambizione e religione. Il diamante più luminoso di Paul Thomas Anderson si descrive tramite la voce del suo protagonista, portando con sé la chiusura di ogni trama e sottotrama al suo interno; non ci sono spiragli aperti, non ci interessa quale sarà il futuro di Daniel Plainview, perché la vicenda raccontata nel film non è un lasso di tempo importante come gli altri, è l’unico possibile.

Alla coerenza rispondono l’incertezza e l’apparenza. D’altronde il mestiere dell’artista è illusorio per definizione, lo confessava un maestro del finale aperto come Christopher Nolan nel suo manifesto The Prestige: “Voi volete essere ingannati”. Il trucco è molto semplice, basta creare un piccolo corto circuito tra ciò che si vuole comunicare e il metodo che si sceglie per farlo, così da ottenere una sana incoerenza formale, soddisfacente in un primo tempo ma fuorviante quando si ripensa all’opera a mente fredda.

 

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Mad Max: Fury Road – Uguaglianza, parità, redenzione

Quando la stragrande maggioranza della critica e del pubblico reputano un film uno dei migliori di sempre nel suo genere, è difficile parlarne come un’opera normale; partiamo dal principio che Mad Max: Fury Road è prima di tutto bello da vedere, infatti praticamente tutti i suoi aspetti tecnici sono stati lodati e premiati, la regia, il sonoro, gli effetti speciali, la fotografia, la recitazione, il montaggio e così via, tutti tranne la trama, che è stata quasi snobbata. Quando si parla del capolavoro di George Miller, le parole spese per la sceneggiatura sono poche e sommarie, come se la vicenda fosse una semplice scusa per lo sfoggio delle abilità tecniche della troupe.

Sull’intreccio di Mad Max: Fury Road si può sporgere, invece, più di un’ipotesi ed è visibile la spiccata propensione del Maestro Miller per la critica della società odierna, a partire da come il futuro viene immaginato: un insieme di villaggi nel deserto che barattano beni necessari come l’acqua, il gas e i proiettili. La fame porta alla guerra, all’iniquità e all’inasprimento di tratti che sono già saldamente presenti nella nostra società e la fanno lentamente marcire. Il futuro milleriano è la diretta conseguenza delle nostre scelte e le tre figure cardine del film sembrano rappresentare ognuna una forza in grado di affrontare e superare il sistema.

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Good Time – L’eroica caduta di un perdente

C’è un momento, in Good Time, nel quale il protagonista Connie saluta un autista di bus dicendogli “Dio la benedica”, per non destare sospetto e non dare nell’occhio, per non far capire che l’uomo con sé è un paziente fatto evadere da un ospedale, per darsi un tono e fingere di essere il bravo ragazzo che è. Il contrasto nell’opera degli emergenti Josh e Bennie Safdie è tutto qui, a partire dal titolo: Good Time come i 100 minuti che lo spettatore trascorre durante il film, ma anche l’opposto di quello che un Robert Pattinson eccezionale nei panni di Connie Nikas vive nelle 24 ore scarse di narrazione del suo good time (la libertà dal carcere per buona condotta), che con ogni probabilità si era guadagnato con tanta fatica.

Questa piccola perla del cinema contemporaneo non è solamente una tragica cronaca di un ragazzo dei bassifondi newyorkesi condita da una colonna sonora martellante, ma è figlia di una sceneggiatura ricca di elementi che la rendono un’esperienza unica e ad alta immersività.

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