Categoria: Settimana Shakespeariana

Settimana Shakesperiana – Macbeth, Tre modi di vedere la follia dell’ambizione

Macbeth (2015) – L’ineluttabilità del destino

Per chi conosce la letteratura del Bardo, sa che Macbeth fa parte del grande gruppo delle tragedie, ultima in ordine di tempo dopo Amleto, Otello e Re Lear, ma la più breve, la più intensa e oscura e anche la più rappresentata nei secoli.
Storia di ambizione sfrenata di potere di un uomo, sostanzialmente buono e leale, che tradisce gli amici e compagni d’arme, ma soprattutto tradisce sé stesso, offuscato dal desiderio di rendere reale una profezia che si nutre della sua volontà prendendo forma nello stesso Macbeth e nella consorte.

Il giovane regista australiano Justin Kurzel innova la storia con lo stile e l’ideologia dei tempi moderni: lavora sul recupero testuale della tragedia originale, salvaguardando tutti i passaggi principali, poi compie delle variazioni d’interesse per lo spettatore, come quando trasmuta le tre vecchie streghe in quattro personaggi femminili (una bambina, una giovane, una donna matura e una vecchia), in rappresentanza delle stagioni della vita e del tempo nel suo scorrere in continuo, fatto di vita e morte in un ciclo senza fine, di cui Macbeth è solo uno strumento.

In mezzo alle guerre, gli scontri fratricidi, i tradimenti e l’instabilità, il disgregamento sociale e familiare, Macbeth diviene il simbolo degli uomini trasformati dalle guerre, che in fondo sono sempre le stesse, sia se sono combattute nella brughiera scozzese del XI secolo, sia in quelle moderne che continuano a imperversare nel mondo che ci circonda. Macbeth è un guerriero traumatizzato e si sente tradito dal proprio Re Duncan, dagli amici e perfino dalla moglie, che non lo comprende appieno. Come nella lunga scena dell’apparizione di Banquo, allucinata e allucinante, quando il regista esplora tutta la follia del protagonista, rendendolo progenitore di tutti i reduci di guerra impazziti sul campo di battaglia e destinati a replicare all’infinito tutti gli orrori vissuti al fronte.

Il Bardo avrebbe largamente apprezzato il paesaggio che avvolge l’intera pellicola, fatto di sole pianure spoglie, popolate da spettri e cadaveri. Come la messinscena teatrale della battaglia finale, dove gli eserciti si intravedono appena e lo schermo è popolato solo da ombre che si rincorrono. Prevalgono il buio e le ombre negli interni, mentre una luce artificiale esalta il paesaggio grigio e nebbioso degli esterni. I campi lunghi nelle scene aperte, in contrapposizione con i primissimi piani sui personaggi negli interni, focalizza il contrasto tra soffocamento visivo interiore e perdita del punto di vista esteriore.
Una fosca discesa agli inferi che forse Shakespeare non aveva previsto, ma che funziona e coinvolge nella complessa interezza dei dialoghi originali.

Settimana Shakesperiana – Cesare deve morire, tra le mura di Rebibbia

“Con questo non intendo dire che sono circondato da aguzzini. Ti sembrerà assurdo ma le peggiori angherie ci vengono fatte a cuor leggero, banalmente, per distrazione o per l’abituale scarsa considerazione nei nostri confronti. Il fatto che anche noi, pur se detenuti, apparteniamo alla razza umana, che siamo membri della “specie Uomo”, sembra non riguardarli.”

Annino Mele – “Mai. L’ergastolo nella vita quotidiana”

Ciak! Colore! Azione! Non si dice così su un set cinematografico, ma più che l’azione, nel film dei fratelli Taviani conta il colore. Il film si apre con la scena finale del dramma di Giulio Cesare: Bruto implora i congiurati che sono rimasti al suo fianco di aiutarlo a morire, per placare la sete di vendetta di Marco Antonio, ma soprattutto per potersi finalmente liberare del fantasma di Cesare che lo bracca implacabile. Bruto trova la morte, la Repubblica tanto aspramente difesa trova la morte, e con essi la libertà e la democrazia trovano la morte, aprendo le porte di Roma alla nascita dell’Impero. La pièce riscuote grande successo. Applausi, abbracci, complimenti. Una gioia fugace, un assaggio di umanità, prima di tornare alla realtà. Prima di tornare ognuno nella sua cella. Svanisce la magia del teatro, e i colori della battaglia che hanno illuminato lo schermo, lasciano il posto a un bianco e nero molto più affine al grigio delle pareti del carcere.

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