Categoria: Wes Anderson e l’arte del contrappunto

L’Isola dei Cani – Domo Arigato, Mr. Anderson

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La scelta di un regista di produrre un determinato film non è mai casuale. Viene determinata dal rapporto che il regista ha con il suo stesso stile, quanto vuole rispettarlo, quanto vuole stravolgerlo, se vuole rispondere a un film creato in precedenza o se vuole cambiare perfettamente genere.
Con L’Isola dei Cani , l’impressione è che Wes Anderson volesse tornare nella nicchia che si era scavato con Fantastic Mr.Fox nel genere dell’animazione stop-motion, con l’intenzione però di espandere i suoi orizzonti, aldilà della sua culla culturale europea e americana tipicamente chic, verso la terra del Sol Levante e la cultura legata ad essa.

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Grand Budapest Hotel – Senza troppo stupore, un vero colpo di genio

 

Titolo film: Grand Budapest Hotel

Regista: Wes Anderson
Durata: 100 minuti
Data uscita: 2014
Titolo originale: The Grand Budapest Hotel

 

Wes Anderson e l’arte del contrappunto

Quando ho scelto di aprire questa rubrica su Wes Anderson, ho fatto una riflessione: qual è il marchio di fabbrica, la sua trovata più evidente, la cosa che lo spettatore nota subito?

La geometria delle inquadrature. Abbastanza ovvio.

Quindi ho provato a scavare un po’ più a fondo, a ricercare un analisi che partisse da quel presupposto, così caro ad ogni amante del suo cinema, e capace di arrivare un po’ più in là.

La mia riflessione, quindi, è partita da una domanda: cosa ci dona la geometria delle sue scene?

Equilibrio.

E quindi, da cosa deriva l’equilibrio?

La risposta che mi sono dato, e che ho riscontrato in tutti i suoi lungometraggi, è il contrappunto.  

Immaginate di trovarvi su una corda, e di sbilanciarvi a sinistra. Naturalmente siete sul punto di cadere, quindi un momento critico. La cosa che si prova a fare, di conseguenza, è spostarsi il più possibile a destra, per evitare di cadere. Se non cadete, è grazie al contrappunto.

La filmografia di Wes Anderson è quindi un funambolo che riesce sempre, anche nel momento più critico, a ritrovare un equilibrio che sembrava perso.

Quindi, quando vedete un suo film, vi invito a porvi la domanda:

Dov’è il contrappunto?

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I Tenenbaum – Wes Anderson e la potenza della monotonia

Rubrica: Wes Anderson e l’arte del contrappunto

Quando ho scelto di aprire questa rubrica su Wes Anderson, ho fatto una riflessione: qual è il marchio di fabbrica, la sua trovata più evidente, la cosa che lo spettatore nota subito?

La geometria delle inquadrature. Abbastanza ovvio.

Quindi ho provato a scavare un po’ più a fondo, a ricercare un analisi che partisse da quel presupposto, così caro ad ogni amante del suo cinema, e capace di arrivare un po’ più in là.

La mia riflessione, quindi, è partita da una domanda: cosa ci dona la geometria delle sue scene?

Equilibrio.

E quindi, da cosa deriva l’equilibrio?

La risposta che mi sono dato, e che ho riscontrato in tutti i suoi lungometraggi, è il contrappunto.  

Immaginate di trovarvi su una corda, e di sbilanciarvi a sinistra. Naturalmente siete sul punto di cadere, quindi un momento critico. La cosa che si prova a fare, di conseguenza, è spostarsi il più possibile a destra, per evitare di cadere. Se non cadete, è grazie al contrappunto.

La filmografia di Wes Anderson è quindi un funambolo che riesce sempre, anche nel momento più critico, a ritrovare un equilibrio che sembrava perso.

Quindi, quando vedete un suo film, vi invito a porvi la domanda:

Dov’è il contrappunto?

 

Titolo film: I Tenenbaum

Regista: Wes Anderson
Durata: 109 minuti
Data uscita: 2001
Titolo originale:The Tenenbaum 

I Tenenbaum è una prova, un esercizio.

Con il ritmo unico che caratterizza i film di Wes Anderson, ogni sequenza è studiata per essere sull’orlo del baratro, al limite e “drammaticamente” sintetica.

Infatti se ci tiriamo fuori dalla trama, abbiamo modo di osservare un elemento che spicca su tutti gli altri, ovvero l’essenzialità della frase: non solo nei dialoghi, ma nei gesti, nelle intenzioni, nelle espressioni.

Con frequenza quasi rituale, i personaggi hanno caratterizzazioni uniche e, senza esagerare, più simili a dei tic nervosi: chi con la mania degli occhiali da sole nei luoghi chiusi, chi nella mancanza di stupore conclamata di fronte a delle scelte emotivamente destabilizzanti. Ci fanno accettare, e qui il grande fascino di questo film, queste azioni del tutto illogiche, dense di esasperata apatia, meccaniche, esplicitamente costruite.

La potenza espressiva che ci dona Wes Anderson è frutto della sua innata capacità di entrare in una piccola frangia della costruzione del personaggio, di portarla al limite di sopportazione e di mantenerla costante e tesa.

Se da una parte l’uso dell’attore è del tutto unico, quello del tempo scenico non è da meno: attraverso le inquadrature, gli angoli, la geometria delle scenografie, le improvvise ma non brusche variazioni di prospettiva, dona allo spettatore una indipendenza tale dalle parole che arriverà a considerare, durante il film, se non superflue, tranquillamente rinunciabili.

A questo proposito, vorrei riportare e commentare due fotogrammi che racchiudono in parte il senso di questa analisi.

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Il treno per il Darjeeling – Un viaggio surreale verso la spiritualità

Titolo film : Il treno per il Darjeeling

Regista: Wes Anderson
Durata: 91 minuti
Data uscita: 26 ottobre 2007
Titolo originale: (The Darjeeling Limited)

“Non lo so, mi sa che il treno si è perso!
Cosa ha detto?
Dice che il treno si è perso.
Come fa a perdersi, viaggia sulle rotaie!”

Mi piace vederla un po’ così l’amata Settima arte, come un’arte del perdersi mentre si cerca qualcosa, un’arte d’osservazione, di riflessione ma anche di scoperta di un mondo che solo un matto deciderebbe di guardare attraverso una macchina curiosa.

Matto, un termine ricco di contraddizioni ma, spesso, capace di racchiudere una certa sensibilità verso il mondo, una certa capacità di scavare nelle sue illusioni, speranze, diversità, insoddisfazioni, e vedere in queste la sua ineluttabile bellezza.

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