Categoria: I consigli della settimana (Page 1 of 10)

CONVERSAZIONE SU TIRESIA – ALLA RICERCA DELLA ETERNITÀ

In occasione del suo viaggio nel paese dove fioriscono i limoni, Goethe rimase ammaliato dal teatro greco di Siracusa, che definì “una gigantesca opera di arte e di natura”. Sembra questo, dove l’ingegno umano e la forza creativa della natura si sono fusi in armonia, il luogo adatto a lanciare una sfida ancora più ardua: far incontrare tempo ed eternità.

L’11 giugno scorso, a provarci è stato Andrea Camilleri. Il più grande scrittore italiano vivente è stato protagonista di un evento unico e irripetibile: “Conversazione su Tiresia”, un monologo teatrale scritto ed interpretato da lui stesso, per la regia di Roberto Andò. Grazie a Palomar e Nexo Digital, lo spettacolo verrà riproposto al cinema solo il 5,6, e 7 di novembre.

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Fuga da Alcatraz – La social catena leopardiana

Uno dei capolavori del Clint Eastwood regista, Gli Spietati, termina con una particolare dedica finale: “A Sergio e Don”. Il primo è Sergio Leone, l’uomo che consacrerà il bel californiano come l’Uomo senza nome nella Trilogia del Dollaro. Il secondo è Don Siegel, colui che trasformerà il rude cacciatore di taglie del West nel  burbero Ispettore Harry Callaghan. Clint deve molto a entrambi, capaci di rendere quel volto così glaciale uno dei più amati dell’intera Hollywood, e per questo non smetterà mai di omaggiarli in qualsiasi modo. Come? Citando i capolavori diretti da quest’ultimi di cui lui stesso è protagonista.

Uno di questi è Fuga da Alcatraz, in cui l’ormai conosciuto Eastwood interpreta la reale fuga compiuta dal detenuto Frank Morris. L’opera è la quinta  e ultima collaborazione fra il nativo di San Francisco e l’esperto Don Siegel. Come già detto, Fuga da Alcatraz è la trasposizione cinematografica dell’evasione compiuta da Morris e i fratelli Anglin l’11 giugno 1962 proprio dal carcere più inespugnabile che sia mai esistito, Alcatraz. I tre, di cui ancor tutto oggi non si è mai saputo il destino, riusciranno (almeno così pare) nell’impresa proprio laddove tutti fino a quel martedì notte avevano fallito.

fuga da alcatraz

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Il Cacciatore – Cosa accade quando guardiamo dentro l’abisso?

Per parlare di un film quale il Cacciatore, forse vale la pena soffermarci un attimo a parlare della sua storia.

Correva l’anno 1978 quando Il regista Michael Cimino, quasi esordiente decide di dirigere questa pellicola. Per intenderci, l’altro film più iconico sulla guerra del Vietnam, Apocalypse Now, verrà girato l’anno successivo. Michael dirige un cast stellare che comprende Robert DeNiro e Christopher Walken, nonché la prima apparizione sul grande schermo di una giovanissima Meryl Streep, al suo esordio nel grande cinema. Sarà invece l’ultimo film per John Cazale, malato di tumore ai polmoni, che non vedrà mai il film realizzato. Dopo soli 5 giorni di riprese, il budget previsto è già stato sforato – e mancano ancora le scene della guerra nel Vietnam. Ma non importa, gli sforzi saranno presto ricompensati: all’uscita nelle sale, il Cacciatore si rivela campione di incassi e vince be 5 premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia.

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Nico, 1988 – Il cinema italiano da esportare

Io sono stata al top e ho toccato il fondo. Entrambi i posti sono vuoti.

Il 2017 passato ormai da diversi mesi ci ha lasciato tante pellicole di cui parleremo anche in futuro: sequel attesissimi, grandi ritorni e acclamatissime novità. C’è per un film in particolare che mi porterò dietro. Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli è senz’altro una di quelle opere che maggiormente ha sorpreso gli amanti della settima arte. Inizia tutto dalla piccola Christa che, scrutando l’orizzonte, ci riporta indietro agli anni del secondo conflitto mondiale. Per tutto il film avvertiamo questo continuo tentativo di fuga della protagonista: dal ruolo di femme fatale nei Velvet Underground (a cui deve sottoporsi ad ogni stucchevole intervista), dalla bellezza, dai debiti, dalle responsabilità familiari verso un figlio perduto ma amatissimo, dai rapporti amorosi. È però, allo stesso tempo, un film sulla musica come ancora di salvezza quando le tenebre stanno prendendo il sopravvento, e su un tour infinito negli angoli più nascosti dell’Europa divisa dal muro, tra palchi da abbandonare e alloggi di fortuna, spiati da una porta semi aperta o da un cesso, perennemente stretti da un laccio emostatico.

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Midnight in Paris – La ricerca dell’Epoca d’Oro

“Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?” disse una volta Joseph Conrad. È lo stesso problema in cui si ritrova il protagonista di questo film, Gil, interpretato da Owen Wilson, sceneggiatore hollywoodiano con ambizioni da scrittore, in vacanza con la futura consorte e i genitori di lei, borghesi, repubblicani e superficiali.

In vacanza a Parigi. La Villette, Montmartre, Père Lachaise, la torre Eiffel, Bastille, l’Opera e gli Champs Elysèes: Allen piazza le immagini immediatamente sullo schermo, quasi come volesse togliersi il peso della cartolina, prima ancora di vedere il titolo del film, un montaggio di tre minuti composto da cliché della capitale francese. Perché in questa pellicola, forse la migliore del suo tour europeo, Woody Allen non vuole giocare particolarmente con la città, ma con una epoca della stessa, con una generazione che ci ha vissuto. Un po’ come con “La rosa purpurea de Il Cairo”, egli non gioca con la cinematografia, ma con la letteratura, non vuole animare la città stessa ma vuole vederla animata dai suoi ospiti. E che ospiti.

Tornando a Gil, egli è incagliato in una frustante situazione ha attanagliato tutte le persone che hanno provato a cimentarsi con la scrittura. L’ambizione di diventare uno scrittore è affogata dalle richieste degli studios di partorite sempre commedie demenziali o film vuoti ma di sicuro successo al botteghino, mentre il giovane vorrebbe lanciarsi in un romanzo come i suoi miti Hemingway e Fitzgerarld. Lei, Inez, la bellissima Rachel McAdams, non lo capisce, non comprende questi dilemmi, come sceneggiatore l’uomo ha successo, davvero gli sfugge il senso di voler scrivere un libro, che dalle premesse a lei neanche piace. Non solo Inez, ma anche altri famigliari e amici sminuiscono le sue aspirazioni letterarie e ritengono, pragmaticamente, che la carriera di sceneggiatore sia più remunerativa e preferibile a quella di scrittore.

Ma Gil è un sognatore. Il libro ha iniziato a scriverlo ma tuttavia è fermo. È successo a tutti, nelle epoche precedenti si fissava il foglio vuoto e la penna, oggi una tastiera qwerty e il ticchettare di una barretta nera. A volte si presenta come un vuoto totale dove non si riesce a buttar giù neanche una parola. Altre volte, invece, il blocco si manifesta come un continuo partire e tornare indietro: non c’è inizio ma solo indecisione, di conseguenza non si crea nulla. Rabbia, frustrazione, ma soprattutto disincanto. Forse hanno ragione tutti i detrattori, quelli che ti dicono di lasciar perdere, che la letteratura non fa per te, di concentrarsi sul tuo lavoro, di smettere di guardare fuori le finestre. Tentano di spezzare l’incantesimo e tu inizi a darli retta. Ma Gil si sente scrittore da romanzo e allora in un tentativo estremo di defibrillare il suo talento cerca il giusto ambiente, quello che con la sua aria pregnante di storia e le sue luci ha ispirato altri prima di te. Non la Los Angeles intrisa di sceneggiature e ancora da svezzare dal punto di vista letterario, ma Parigi. Perfetta, terra di cinema, di arte, di letteratura: c’è forse un posto migliore per ritrovare quindi l’ispirazione?

Ma oltre alla città viene incontro a Gil un miracolo: una sera, da solo, a mezzanotte, un antico taxi si accosta per farlo salire e lo trasporta direttamente nella sua epoca preferita e idolatrata, ovvero nella Parigi degli anni 20. Qui incontrerà ogni notte i suoi idoli di sempre, da Francis Scott Fitzgerald a Hemingway (impagabili i suoi discorsi). Fa anche leggere il suo romanzo a Gertrude Stein, mentre Picasso tenta di fare il ritratto ad una certa Adriana. Rimarrà talmente folgorato dalla bellezza della donna che inizia a frequentarla nelle sue scorribande nel passato, mentre i rapporti con Inez iniziano ad incrinarsi. Gil si innamora cosi di Adriana, di Parigi e della sua atmosfera.

A Owen Wilson il sempre più ingrato compito di “fare” Woody Allen, difatti incarna nella pellicola l’ideale alleniano all’ennesima potenza, quello dell’intellettuale insofferente, lontano dagli stilemi dei suoi compatrioti, che vede il presente come una tortura e il passato come l’Epoca d’Oro da cui attingere ispirazione.

Allen rischia a creare una trama che gira attorno praticamente solo agli incontri del suo protagonista con figure illustri. Ma, con una grazia che il regista non ritrovava davvero da anni ed una capacità di gestire il materiale da vero maestro, scrive e gira un film delizioso, divertente e coltissimo, con attimi di puro genio. I surrealisti, che ovviamente dicono che il fatto che Gil abbia viaggiato nel tempo è normale, vedrebbero la sua storia come soggetto perfetto per un loro progetto: Man Ray per una fotografia, Buñuel per un film. Gil tra l’altro suggerisce praticamente al regista il soggetto per il suo futuro L’angelo sterminatore, lasciandolo pensieroso sul fatto che dei borghesi non riescano ad uscire dalla casa in cui sono “intrappolati”!

A fare da collante alla serie di incontri, vero perno della sceneggiatura, c’è ovviamente Parigi e il sentimento tra Gil e Adriana (la splendida Marion Cotillard).  Come è suo solito, Woody parla di amori che nascono improvvisamente e cessano senza sceneggiate o drammi perché è così che pensa che dovrebbe andare. La passione si spegne, le persone cambiano, e nuove scintille sono sempre pronte ad accendersi ma tutto ciò è reso con tale leggerezza che alla fine esci dalla sala con il buono umore. Sia che tu sia in amore con la persona che pensi sia quella giusta, sia che tu abbia dei dubbi o tu sia ancora in cerca, dopo il film acquisti la consapevolezza che ci sarà sempre tempo per te di cambiare e trovare comunque la felicità. E se un regista riesce a dirti tutto questo con un solo film, interrogandoti oltretutto sull’arte, i modelli del passato, l’importanza dello ieri e quella del presente inteso come attimo dopo attimo, beh, allora non si può che ringraziarlo.

Allen però non si limita a questo, in Midnight in Paris, prende di petto i cliché dei suoi stessi film e li sfrutta per mettere in scena una pochade magari inessenziale ma indubbiamente graziosa. Il viaggio nel tempo di Gil, che lo porta a confrontarsi con i suoi idoli è il sogno dello stesso Allen, la dimostrazione finale di un’immortalità corporea e allo stesso tempo ideale che si nasconde dietro ogni suo film. Il gioco sulla presunta Epoca d’Oro, vissuta da ogni personaggio in maniera completamente diversa (se Gil se ne torna alla Parigi gaudente e artistoide degli anni Venti, la sua amata Adriana retrocede fino alla Belle Epoque, Gaugin agogna il Rinascimento e l’investigatore privato messo sulle piste di Gil dal suocero si ritrova nella reggia di Versailles ai tempi di Louis XIV), è l’escamotage che Allen utilizza per portare ancora una volta in scena il suo personale e riconoscibile spleen poetico, qui assai più ispirato che nelle pellicole dello stesso periodo, si respira un’aria d’altri tempi, tenera e dolente, adatta all’umore uggioso di Parigi.

Guardando Owen Wilson aggirarsi con occhi adoranti tra alcuni dei maggiori artisti del Ventesimo Secolo, parlare con loro e osservarli vivi e non rinchiusi in un museo, viene in mente che fu proprio Allen ad affermare, in tempi non sospetti, “non voglio raggiungere l’immortalità con i miei film. Voglio raggiungerla non morendo”.

Il malessere di Allen, o di Gil, o di chiunque altro, è tipico dell’essere umano. Chi scrive accetterebbe di vivere nella londra holmsiana, ma le epoche paradisiache sono tali proprio perchè non ci abbiamo vissuto. L’insoddisfazione è sintomo di sensibilità e noi, gli inadeguati ai tempi che vivono, probabilmente ammiriamo momenti diversi dell’umanità. Gil è certo che la sua Ville Lumiere a spasso su taxi con artisti maledetti sia il Nirvana ma ripeto tutti noi ci siamo persi in un luogo, in qualcosa che non tornerà mai o che non abbiamo potuto vivere.

Unica consolazione è che il cuore dell’uomo resta sempre lo stesso. Non conta viverle le epoche se quello che portiamo dentro è il loro messaggio, è come se le vivessimo ancora. A costo di essere anacronistici, inadeguati appunto. E voi? Di quale “epoca mai vissuta” avete una infinita nostalgia?

leggi anche: Woody Allen- Un intellettuale tra umoristica e clarinetto

ACAB – L’assordante silenzio della Giustizia

acab

La divisa, le gerarchie, gli ordini. La vita militare è un inno al sacrificio. Per la patria, per gli altri, anche per sé stessi. Mantenersi in equilibrio, però, in questa miscela esplosiva di elementi, è davvero dura. E’ la ricerca del giusto mezzo la responsabilità più sovrastante, l’innegabilmente più ingombrante come un macigno sulla schiena. E’ quello schiacciante dovere di chiunque, seppur in minima parte, costituisca quell’organizzazione teorizzata da Rousseau, lo Stato, pensato per unire e mai per dividere. Un dovere che, per un motivo o l’altro, non è mai rispettato.

E’ qui che nasce ACAB, più che una semplice espressione verbale, un desiderio, per quanto limitato e limitante, di uno Stato che rappresenti e tuteli tutti indistintamente.

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Inside Man – Monologo immaginario di uno spettatore

Nero.

Dalton

 

Ma cos’è? Diavolo non vedo niente, è tutto nero!

Aspetta, c’è un tizio che parla. Dice di chiamarsi Dalton Russell.

Chi?

Silenzio! Dalton ha detto di prestare attenzione a ciò che dice perché non lo ripeterà. Dice di aver risposto alla tua prima domanda.

Ma dove si trova?

Oh, ma allora t’è chiaro o no che devi fare silenzio? E’ in una cella di una prigione, ma vuole sottolineare che non è lì in attesa. Dice di aver risposto alla tua seconda domanda.

Ma cosa fa in cella?

Secondo te che fa?

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The Wrestler – Lottando tra il vero e il falso

Boardwalk Hall, Atlantic City, 2 Aprile 1989. “Macho Man” Randy Savage affronta Hulk Hogan per il titolo mondiale WWF, a Wrestlemania V.
Madison Square Garden, New York, 6 Aprile 1989. Randy “The Ram” Robinson affronta “The Ayatollah”.
Entrambi gli eventi portano la stessa tagline: “The Mega Powers Explode”.
Quale dei due eventi è quello vero? Quale quello falso, quello costruito dietro le quinte, in uno spogliatoio affollato da intrattenitori che si affidano a l’un l’altro per proseguire nella loro carriera?

Entrambi.
Entrambi sono falsi.
Randy “The Ram” Robinson non esiste. E’ un collage di atleti passati, delle loro caratteristiche e delle loro tragedie: oltre ai già citati Savage e Hogan, ci sono chiari riferimenti a Jake “The Snake” Roberts per l’uso di droghe e il rapporto con la figlia, a Shawn Michaels per la necessità del ritiro controvoglia e dell’abuso di antidolorifici e a Chris Benoit, attraverso una delle sue mosse finali, una diving headbutt dalla terza corda, che gli causò commozioni cerebrali che portarono tragicamente alla sua morte, giusto un anno prima dell’uscita del film.

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Poetico Cinematografico : Pt.2 – La Sottile Linea Rossa

Rubrica: Il Poetico Cinematografico come Simbolo

La presente rubrica intende esplorare il significato del poetico cinematografico: che cosa leghi cinema e poesia e che cosa significhi “fare poesia” attraverso il medium cinematografico. Senza la pretesa di tracciare una mappa esaustiva, ma solo di fare rotta sul alcune isole di questo mare inesplorato.

Qual’è il filo rosso che ci guiderà nell’indagine? Quale è il punto di contatto che si può identificare fra due forme d’arte apparentemente così diverse?

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Il Grande Gatsby – Dove ci porterà la luce verde?

Siamo negli anni ’20 del XX secolo. Nick Carraway è in cura da uno psichiatra, affetto da quella che è indubbiamente una terribile depressione. Da quando è tornato da New York si sente disgustato dal mondo, e da tutti coloro che lo popolano, tutti tranne uno: Jay Gatsby.
Così Nick, incapace di raccontare a parole la sua storia, inizia su suggerimento dell’analista a scrivere ciò che gli è accaduto da quando si è trasferito a West Egg, in cerca di fortuna.

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