Categoria: Nella Storia del Cinema (Page 1 of 10)

CONVERSAZIONE SU TIRESIA – ALLA RICERCA DELLA ETERNITÀ

In occasione del suo viaggio nel paese dove fioriscono i limoni, Goethe rimase ammaliato dal teatro greco di Siracusa, che definì “una gigantesca opera di arte e di natura”. Sembra questo, dove l’ingegno umano e la forza creativa della natura si sono fusi in armonia, il luogo adatto a lanciare una sfida ancora più ardua: far incontrare tempo ed eternità.

L’11 giugno scorso, a provarci è stato Andrea Camilleri. Il più grande scrittore italiano vivente è stato protagonista di un evento unico e irripetibile: “Conversazione su Tiresia”, un monologo teatrale scritto ed interpretato da lui stesso, per la regia di Roberto Andò. Grazie a Palomar e Nexo Digital, lo spettacolo verrà riproposto al cinema solo il 5,6, e 7 di novembre.

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Giuseppe De Santis: il cinema come rivalsa sociale

De Santis ha sempre desiderato parlare a un pubblico il più vasto e popolare possibile; amava comunicare i sentimenti dei suoi personaggi nella maniera più chiara, al di là delle parole. In questo era esemplare il suo modo di inquadrare, di muovere la macchina, di cui era maestro. Non era formalismo ma ricerca accurata per esprimere il rapporto tra il suo personaggio e la sua “verità”. Era una verità “nazional-popolare” di ispirazione gramsciana, come è stato detto e come sosteneva lo stesso De Santis, ma era anche la verità che quell’artista voleva e riusciva a rappresentare.

(Francesco Rosi)

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Gian Maria Volonté – L’Estetica del/nel Conflitto

Io accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema. E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è generalmente politico. Il cinema apolitico è un’invenzione dei cattivi giornalisti. Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità. Per me c’è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita.

Gian Maria Volonté

In Italia, nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli ’80, fare cinema è tutt’altro che semplice. Gira un aria da maccartismo: oppositori politici, intellettuali difformi, attori non allineati, avvocati e filosofi tutti sono papabili per cadere nella tela di ragno della giustizia, tesa su un baratro nero che inghiottirà centinaia di vite negli anni. Un vento di piombo tira per strada e nelle piazze: tra esecuzioni sommarie, carcerazioni molto preventive e gogne mediatiche, la stagione della caccia al capro espiatorio è aperta nel bel paese e non si risparmiano cartucce. Nonostante la paura strisciante, c’è ancora chi si alza in piedi e dice di no; come un attorucolo barbuto e mezzo straccione, che non perde occasione per urlare tutto il suo disprezzo in faccia a giudice giuria e boia, dentro e fuori dallo schermo, mentre interpreta il copione della sua vita.

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Apocalypse Now – L’Umano e l’Orrore

perché c’è un conflitto in ogni cuore umano tra il razionale e l’irrazionale e tra il bene e il male… però non sempre il bene trionfa… a volte le cattive tentazioni hanno la meglio su quelli che Lincoln chiamava “i migliori angeli della nostra indole”, i buoni istinti morali. …Ogni uomo ha un suo punto di rottura, noi due lo abbiamo, Walter Kurtz ha raggiunto il suo, e evidentemente è uscito di senno.

Sintetizzare i motivi per cui Apocalypse Now è un capolavoro non è un’impresa semplice. La presentazione della guerra in Vietnam, la caratterizzazione dei personaggi e il senso di ineluttabilità che avvolge tutto il film sono elementi che contribuiscono a rendere quest’opera un pezzo imprescindibile della storia del cinema.

Seguire Willard, il protagonista, può forse essere il modo più diretto per immergerci nel tema centrale della pellicola, il conflitto tra bene e male. Egli esprime simbolicamente il soldato medio americano, che tra una spedizione e l’altra vive periodi di grande e pericolosa “astinenza” dall’ambiente traumatico della guerra; questo stato di cose lo rende il soggetto perfetto per un incarico tanto inconfessabile quanto amorale.

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The Grandmaster – Il Tempo e La Distanza, L’Amore e La Violenza

Esistono film che trascendono la classificazione in un genere, The Grandmaster è uno di questi. E’ un film sulle arti marziali, è un film romantico, è un film drammatico, è un insieme di generi in perenne contrasto, ma in constante equilibrio. Si alternano nello scorrere della pellicola in una dialettica invisibile, come scorrono le limpide acque di un fiume.

Diretto da Wong Kar-wai e interpretato da Tony Leung e Zhang Ziyi, The Grandmaster (2013) ripercorre alcune vicende della vita di Yip Man, maestro di arti marziali, nello specifico Wing Chun, e mentore di Bruce Lee. Tali vicende sono state parzialmente romanzate dal regista, ma con il solo scopo di favorire la poetica e le suggestioni della storia narrata. Si tratta, infatti, di un film evocativo, che lavora sui gesti e sugli sguardi, sulle immagini e sulle sensazioni.

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L’Oriente, il Cinema, la Poesia e la Violenza dell’animo – La Trilogia della Vendetta

“Una vita umana è veramente fragile e fugace come la rugiada del mattino.”

Era il 1951 quando al festival del cinema di Venezia veniva assegnato il leone d’oro ad un regista semisconosciuto proveniente dal giappone: il nome di quel regista era Akira Kurosawa e il film in questione era Rashomon. Da quel momento, grazie alla monumentale pellicola di quello che sarebbe diventato uno dei maestri del cinema mondiale, il cinema orientale ha iniziato a suscitare l’interesse di quel così lontano mondo occidentale. Parlare del cinema di Kurosawa sarebbe meraviglioso ma molto impegnativo, per questo una recensione dedicata a lui soltanto sarebbe più adatta. Per adesso mi limiterò ad accennare quanto questo film abbia segnato la poetica futura e il successo del cinema del sol levante e di tutto l’oriente.

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Virzì

Paolo Virzì – Il poeta della semplicità

 

Mostrarci le contraddizioni della realtà moderna, i disagi della quotidianità, l’incompatibilità tra sfondo sociale ed individuo comune; la Commedia all’italiana, storicamente, fonda su queste tematiche la sua infinita influenza sul cinema nostrano. Germi, Monicelli, Risi, Scola, pittori delle più celebri maschere della frustrazione che hanno reso grandi i nomi di Alberto Sordi, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman.

E poi c’è Paolo Virzì.

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Mulholland Drive – Enigmi da non risolvere: il Diner Winkie’s e il Club Silencio come possibili “luoghi della verità”

Appena diciassette anni fa usciva Mulholland Drive di David Lynch vincendo a Cannes il premio per migliore regia; film considerato pietra miliare della storia del cinema e opera che ha scatenato profluvi di approfondimenti critici e tentativi di interpretazione, che restano molteplici e pur sempre solo tentativi, poiché, diciamolo subito, è un film che strutturalmente e intrinsecamente, più di molti altri, non si presta a rispondere ad un’interpretazione definitiva.

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La Terra dell’abbastanza- l’innocenza gettata nell’abisso

Sono nati due autori.

Probabilmente, o meglio, sicuramente presto per etichettare i gemelli D’innocenzo come i nuovi Taviani, o i Coen italiani. Tuttavia, La Terra dell’abbastanza, loro esordio assoluto, ha già ottenuto plausi e consensi da gran parte delle giurie internazionali, tanto da lasciare più che sorpresi i giovani fratelli romani. E tanto da sollevare il nastro d’argento alla miglior direzione esordiente; ciò che appare ai nostri occhi è un film vero, che vuole dire e vuole mostrare, e nel quale la verve tecnica e creativa dei due registi cattura la nostra attenzione dall’inizio alla fine. E’ un tratto autentico, privo di manierismi, coraggioso.

innocenzo

Si fa subito protagonista lo scenario cupo della periferia romana, tanto caro ai nostri cineasti oggi come allora. Da Caligari a Garrone, passando per il favolistico Mainetti, i sobborghi della capitale hanno occupato più volte lo scenario cinematografico italiano degli ultimi anni, ispirando storie di cruda realtà e tragica deriva. Lo sguardo genuino dei gemelli registi, in questo caso, si posa sulle vicende di Mirko e Manolo, due adolescenti gettati d’improvviso negli antri della malavita romana. Rispettivi interpreti, due giovani dal talento cristallino: Matteo Olivetti e il leggermente più noto Andrea Carpenzano.

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Le mani sulla città – Quando un film è “Necessario”

Inizio questa mia collaborazione con la rivista “Settima arte” con un intento preciso. Ho avuto la fortuna di trovare un libro di Goffredo Fofi, storico critico del cinema italiano e internazionale, in una di quelle preziose edicole di Bari dove è possibile recuperare materiale del passato non più in circolazione. Dalla lettura di “Capire con il cinema, 200 film prima e dopo il ‘68”, ho iniziato un processo di ricerca per “rileggere” i film del passato calandomi in quella che era la realtà degli anni passati. Fofi, come è noto, è una voce fuori dal coro nel panorama della critica cinematografica e pertanto ho voluto comprendere se le sue recensioni fossero ancora oggi condivisibili.

Su “Le mani sulla città” Fofi scrive: “…la scarsità stessa di invenzione di cui il film dà prova, soprattutto a paragone con lo splendido risultato del Salvatore Giuliano, tutto questo ci fa considerare il film come minore nella carriera di Rosie di interesse assai relativo, specialmente se paragonato coi suoi rivali veneziani così trascurati, Muriel e il Servo”.

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