Categoria: Cinema Italiano (Page 1 of 2)

CONVERSAZIONE SU TIRESIA – ALLA RICERCA DELLA ETERNITÀ

In occasione del suo viaggio nel paese dove fioriscono i limoni, Goethe rimase ammaliato dal teatro greco di Siracusa, che definì “una gigantesca opera di arte e di natura”. Sembra questo, dove l’ingegno umano e la forza creativa della natura si sono fusi in armonia, il luogo adatto a lanciare una sfida ancora più ardua: far incontrare tempo ed eternità.

L’11 giugno scorso, a provarci è stato Andrea Camilleri. Il più grande scrittore italiano vivente è stato protagonista di un evento unico e irripetibile: “Conversazione su Tiresia”, un monologo teatrale scritto ed interpretato da lui stesso, per la regia di Roberto Andò. Grazie a Palomar e Nexo Digital, lo spettacolo verrà riproposto al cinema solo il 5,6, e 7 di novembre.

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Gian Maria Volonté – L’Estetica del/nel Conflitto

Io accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema. E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è generalmente politico. Il cinema apolitico è un’invenzione dei cattivi giornalisti. Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità. Per me c’è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita.

Gian Maria Volonté

In Italia, nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli ’80, fare cinema è tutt’altro che semplice. Gira un aria da maccartismo: oppositori politici, intellettuali difformi, attori non allineati, avvocati e filosofi tutti sono papabili per cadere nella tela di ragno della giustizia, tesa su un baratro nero che inghiottirà centinaia di vite negli anni. Un vento di piombo tira per strada e nelle piazze: tra esecuzioni sommarie, carcerazioni molto preventive e gogne mediatiche, la stagione della caccia al capro espiatorio è aperta nel bel paese e non si risparmiano cartucce. Nonostante la paura strisciante, c’è ancora chi si alza in piedi e dice di no; come un attorucolo barbuto e mezzo straccione, che non perde occasione per urlare tutto il suo disprezzo in faccia a giudice giuria e boia, dentro e fuori dallo schermo, mentre interpreta il copione della sua vita.

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Virzì

Paolo Virzì – Il poeta della semplicità

 

Mostrarci le contraddizioni della realtà moderna, i disagi della quotidianità, l’incompatibilità tra sfondo sociale ed individuo comune; la Commedia all’italiana, storicamente, fonda su queste tematiche la sua infinita influenza sul cinema nostrano. Germi, Monicelli, Risi, Scola, pittori delle più celebri maschere della frustrazione che hanno reso grandi i nomi di Alberto Sordi, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman.

E poi c’è Paolo Virzì.

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La Terra dell’abbastanza- l’innocenza gettata nell’abisso

Sono nati due autori.

Probabilmente, o meglio, sicuramente presto per etichettare i gemelli D’innocenzo come i nuovi Taviani, o i Coen italiani. Tuttavia, La Terra dell’abbastanza, loro esordio assoluto, ha già ottenuto plausi e consensi da gran parte delle giurie internazionali, tanto da lasciare più che sorpresi i giovani fratelli romani. E tanto da sollevare il nastro d’argento alla miglior direzione esordiente; ciò che appare ai nostri occhi è un film vero, che vuole dire e vuole mostrare, e nel quale la verve tecnica e creativa dei due registi cattura la nostra attenzione dall’inizio alla fine. E’ un tratto autentico, privo di manierismi, coraggioso.

innocenzo

Si fa subito protagonista lo scenario cupo della periferia romana, tanto caro ai nostri cineasti oggi come allora. Da Caligari a Garrone, passando per il favolistico Mainetti, i sobborghi della capitale hanno occupato più volte lo scenario cinematografico italiano degli ultimi anni, ispirando storie di cruda realtà e tragica deriva. Lo sguardo genuino dei gemelli registi, in questo caso, si posa sulle vicende di Mirko e Manolo, due adolescenti gettati d’improvviso negli antri della malavita romana. Rispettivi interpreti, due giovani dal talento cristallino: Matteo Olivetti e il leggermente più noto Andrea Carpenzano.

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Le mani sulla città – Quando un film è “Necessario”

Inizio questa mia collaborazione con la rivista “Settima arte” con un intento preciso. Ho avuto la fortuna di trovare un libro di Goffredo Fofi, storico critico del cinema italiano e internazionale, in una di quelle preziose edicole di Bari dove è possibile recuperare materiale del passato non più in circolazione. Dalla lettura di “Capire con il cinema, 200 film prima e dopo il ‘68”, ho iniziato un processo di ricerca per “rileggere” i film del passato calandomi in quella che era la realtà degli anni passati. Fofi, come è noto, è una voce fuori dal coro nel panorama della critica cinematografica e pertanto ho voluto comprendere se le sue recensioni fossero ancora oggi condivisibili.

Su “Le mani sulla città” Fofi scrive: “…la scarsità stessa di invenzione di cui il film dà prova, soprattutto a paragone con lo splendido risultato del Salvatore Giuliano, tutto questo ci fa considerare il film come minore nella carriera di Rosie di interesse assai relativo, specialmente se paragonato coi suoi rivali veneziani così trascurati, Muriel e il Servo”.

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Anime Nere – Viaggio antropologico nei vincoli inscindibili

A diciannove anni avevamo rubato, rapinato, sequestrato e spezzato vite. In un mondo che rifiutavamo, perché non era il nostro. Tutto quello che volevamo, ce lo siamo preso.

(Gioacchino Criaco)

Quando venne alla luce nel 2014, Anime Nere fu accolto come una delle opere più importanti del cinema italiano contemporaneo, e l’incetta di premi e riconoscimenti che ottenne fecero presagire una nuova ondata di giovani autori pronti ad emergere. E in effetti, seppur in maniera ancora limitata, gli ultimi anni ci hanno regalato tanti buonissimi film e autori che fanno ben sperare per il futuro, dopo anni in cui il cinema italiano aveva attraverso momenti di sconforto (eccetto per i grandi autori). Ho conosciuto Francesco Munzi, regista del film, qualche giorno fa durante una lezione di regia: un uomo simpatico, un attento osservatore, un curioso sempre in cerca di storie. Le sue parole sembravano fuoriuscire come un continuo movimento narrativo, tant’è collegato per lui il cinema alla vita quotidiana. Penso di non esagerare nel definirlo l’autore cinematografico che, in un incontro ravvicinato, mi ha saputo dare di più (anche per quanto riguarda quello che sogno di fare), e questo sicuramente è un motivo ancora maggiore per poter apprezzare la sua opera, che tutti gli amanti della settima arte dovrebbero guardare con grande attenzione.

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Bianca – Gli umori di un professore tra ossessioni e sacher torte

La felicità è una cosa seria, no? Ecco, allora se c’è, deve essere assoluta.

(Michele Apicella in Bianca)

Nanni Moretti è un regista che, nel corso degli ultimi quarant’anni, si è distinto sempre per il suo impegno intellettuale, la sua coerenza artistica e anche per la sua generosa attività di esercente (rimettendo in sesto il vecchio Cinema Teatro Nuovo, ribattezzato Nuovo Sacher) e produttore. Purtroppo, il luogo comune che lo circonda da molti anni a questa parte è che la sua immagine politica sovrasti un po’ troppo spesso il suo cinema, che è tutt’altro che militante o a tesi. Anche quando ha parlato dichiaratamente di politica come in Palombella Rossa o Il Caimano, era ben lontano dal narrare di un Francesco Rosi o di tanti altri grandi autori del cinema italiano.

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Nico, 1988 – Il cinema italiano da esportare

Io sono stata al top e ho toccato il fondo. Entrambi i posti sono vuoti.

Il 2017 passato ormai da diversi mesi ci ha lasciato tante pellicole di cui parleremo anche in futuro: sequel attesissimi, grandi ritorni e acclamatissime novità. C’è per un film in particolare che mi porterò dietro. Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli è senz’altro una di quelle opere che maggiormente ha sorpreso gli amanti della settima arte. Inizia tutto dalla piccola Christa che, scrutando l’orizzonte, ci riporta indietro agli anni del secondo conflitto mondiale. Per tutto il film avvertiamo questo continuo tentativo di fuga della protagonista: dal ruolo di femme fatale nei Velvet Underground (a cui deve sottoporsi ad ogni stucchevole intervista), dalla bellezza, dai debiti, dalle responsabilità familiari verso un figlio perduto ma amatissimo, dai rapporti amorosi. È però, allo stesso tempo, un film sulla musica come ancora di salvezza quando le tenebre stanno prendendo il sopravvento, e su un tour infinito negli angoli più nascosti dell’Europa divisa dal muro, tra palchi da abbandonare e alloggi di fortuna, spiati da una porta semi aperta o da un cesso, perennemente stretti da un laccio emostatico.

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Dogman – Nella violenza ci dimentichiamo chi siamo

Dopo sedici anni dal successo con il bellissimo L’imbalsamatore, Matteo Garrone torna a Cannes (questa volta in concorso) con il suo ultimo lavoro: Dogman.

Il parallelo tra i due film nasce spontaneo, trattandosi in entrambi i casi di due efferati crimini ripresi dalla cronaca nera italiana e riportati su pellicola. C’è tuttavia qualcosa che rende Dogman un film per un certo senso innovativo nella filmografia del regista, quello che possiamo definire un passo avanti.

Una storia di uomini, cani e la violenza che li accomuna.

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Novecento – L’ultimo atto di un film immenso

Attraverso la tecnica dell’affresco storico, Bertolucci racconta la lotta di classe tra contadini e padroni, individuando nei due protagonisti i poli simbolici su cui poggia la narrazione. Il regista italiano realizza un’opera che trova nell’Emilia e nel Novecento un mondo perduto che oggi non esiste più, in cui può nascere un’idea di un cinema omaggio alla terra e al passato.

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