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Interstellar – La metafisica dell’amore


[Dando un orologio da polso a Murph] Uno per te, uno per me. Quando starò lassù nell’ipersonno o viaggiando quasi alla velocità della luce o vicino a un buco nero il tempo cambierà per me e andrà molto più lento. Quindi quando tornerò Murphy li confronteremo. […] Chi può dirlo? Magari quando sarò tornato io e te avremo la stessa età. (Cooper)

Quando si parla di un genere come è quello fantascientifico è sempre difficile cogliere a pieno le tematiche trattate, comprenderne il fine, immedesimarsi nel racconto, poichè tutto ciò si percepisce in un qualcosa che trascende la realtà da noi percepibile, la realtà limitata dalla nostra conoscenza.

“2001-Odissea nello spazio” di Kubrick ci ha mostrato il positivismo fallimentare umano e la sua profonda alienazione, l’incapacità di prendere coscienza dell’evoluzione sempre più incalzante; “Gravity” è la volta dell’umano nel silenzio di uno spazio ancora troppo sconosciuto perchè si mostri accogliente, ancora abissante nella sua infinità.

Ma oggi parliamo di Interstellar, parliamo di Nolan e della meravigliosa capacità che ha quest’ultimo di strutturare riflessioni apparentemente lontane dal genere trattato, creando però imprevedibili legami degni di un’immensa ricerca umana.

Nolan ci racconta un mondo che rasenta l’estinzione, ormai una miniera senza più oro da cogliere, una miniera che se non sarà abbandonata risucchierà presto l’homo sapiens oramai perso in un limbo di incertezze.

Interstellar dunque ci mostra la volontà di vivere come unica spinta vitale capace di dare speranza, di lanciarci in un viaggio verso un nuovo mondo; ma ci mostra anche l’ignoranza umana, il suo decadimento in un positivismo unicamente scientifico, la sua limitatezza rispetto all’universo ed alle dimensioni che lo governano.

A questo punto però il regista ci mostra una via mai realmente percorsa, ci mostra un concetto come è quello dell’amore non quantificandolo nelle nostre misure, ma ponendolo oltre la fisica, oltre la spazialità ed la temporalità, creandone una metafisica di una potenzialità “oltreumana”.

“L’amore è l’unica cosa che riusciamo a percepire che trascenda dalle dimensioni di tempo e spazio. Forse di questo dovremmo fidarci, anche se non riusciamo a capirlo ancora”

come verrà detto durante la storia da Anne Hathaway.

L’amore permetterà al protagonista Matthew McConaughey di creare un legame con l’amata figlia tale da poter essere sfruttato dai cosiddetti “pentadimensionali” per proiettare nella loro biblioteca ogni attimo di un’ intera vita, vivendo il tempo in un unico spazio.

Proprio l’amore, proprio l’orologio regalato alla bambina all’inizio del film, che ne è un meraviglioso simbolo, permetterà ai due di comunicare senza “realmente” esserne capaci, solo confidando e comprendendo quale infinita potenza li legasse, salvando così un mondo che neanche ” i migliori uomini della scienza” (mi riferisco ad esempio al professore alias Michael Caine ed al Dott. Mann alias Matt Damon) pensavano minimamente fosse possibile non vedere soccombere. 

Come sempre il cinema nolaniano ci stupisce su due livelli:

 il primo nell’addentrarsi in concetti assai complessi accedendo a narrazioni ben oltre la possibilità del reale, senza però mai perdersi, piuttosto architettando trame che, in una vera e propria struttura crescente e connessa in sé stessa, contempli l’ignoto umano nelle sue forme più intriganti, che sia l’illusione, il sogno (leggi anche Inception- Che cos’è la realtà? )o la pentadimensionalità. Il tutto però affondando anche il suo coltello nella limitatezza stessa dell’uomo che prova a salvarsi da se stesso, così come vediamo nella trilogia del Cavaliere Oscuro.

Il secondo livello però è dimostrazione di un analitico che non perde mai la sua voglia di cercare quelle particelle di umanità tutt’altro che razionalizzabili. Qui fuoriesce quel trait d’union della ricerca del regista, che non si “limita” alla risposta scientifica ma connota il tutto di un sottofondo emotivo, dove l’emozione, riesumata nella sua grandezza potenziale, è pura trascendenza.

Ma Perche l’amore?

Perché non è processato da leggi fisiche, o se lo è, in quanto analizzabile in processi chimico-biologici, se ne svincola nel momento in cui il soggetto ha coscienza meta critica. Il soggetto non ama semplicemente, sa di amare. Accedendo a tale consapevolezza ma non potendo controllarla del tutto, l’essere umano conduce uno sguardo consapevole ma solo dell’essere emotivo, non della sua totalità, nell’emozione stessa. Osserva coscientemente qualcosa che non controlla del tutto, ma da cui può ottenere elementi del sé prima di poterli razionalmente comprendere.

A questo si accosta il legame empatico dovuto al poter amare ed essere amato, ed all’essere consapevole sia di amare che di essere amato. Tale reciprocità mantiene una connessione a prescindere dalla fisicità e dalla razionalità dell’essere in un luogo o del pensare in un modo.

Sfora il sistema di riferimento con il quale calcoliamo, gli strumenti cognitivi con i quali argomentiamo. E quindi, perché l’amore?

Perché va oltre l’emozione di un breve istante, parabolica e passeggera. E’ il sentimento più primordiale, eppure trascendente, più incerto eppure capace di stabilirsi nell’assolutezza del nostro tempo vitale.

Questo è per me Interstellar, un capolavoro dove Nolan alle domande che ancora non hanno reale contingenza, alle lontane ipotesi pone l’amore, niente di più indefinibile, come unico strumento per avvicinarsi alla risposta, per portare l’uomo a salvare se stesso in un epoca dove sempre più perdiamo coscienza di noi stessi, evolvendoci meccanicamente verso un fine sempre più oscuro.

Cooper: Ero io, Murph… ero io il tuo fantasma.
Murph, da anziana: Sì, lo so. Ma non mi volevano credere, pensavano che avessi fatto tutto da sola. Ma… io sapevo chi era. Nessuno voleva credermi, ma sapevo che saresti tornato.
Cooper: Come?
Murph, da anziana: Perché il mio papà me l’aveva promesso.
Cooper: Ora sono qui Murph… sono qui.

Leggi anche: Christopher Nolan- Il regista che trascende i generi

Andrea Vailati

"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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