Home Nella Storia del Cinema Christopher Nolan: Il regista che trascende i generi Interstellar - Il Significato metafisico dell'Amore

Interstellar – Il Significato metafisico dell’Amore

Interstellar – Il Significato metafisico dell’Amore.

[Dando un orologio da polso a Murph] Uno per te, uno per me. Quando starò lassù nell’ipersonno o viaggiando quasi alla velocità della luce o vicino a un buco nero il tempo cambierà per me e andrà molto più lento. Quindi quando tornerò Murphy li confronteremo. […] Chi può dirlo? Magari quando sarò tornato io e te avremo la stessa età. (Cooper)

Quando si parla di un genere come quello fantascientifico, è sempre difficile cogliere a pieno le tematiche trattate, comprenderne il fine, immedesimarsi nel racconto, poichè tutto ciò si percepisce in un qualcosa che trascende la realtà da noi percepibile, la realtà limitata dalla nostra conoscenza.

2001 – Odissea nello spazio di Kubrick ci ha mostrato il positivismo fallimentare umano e la sua profonda alienazione, l’incapacità di prendere coscienza dell’evoluzione sempre più incalzante, verso una riscoperta astrale dell’essere-oltre-l’uomo; Gravity è la volta dell’umano nel silenzio di uno spazio ancora troppo sconosciuto perchè si mostri accogliente, ancora abissante nella sua infinità.

Ma oggi parliamo di Interstellar, parliamo di Nolan e della meravigliosa capacità che ha quest’ultimo di strutturare riflessioni apparentemente lontane dal genere trattato, creando però imprevedibili legami degni di un’immensa ricerca umana.

Nolan in Interstellar ci racconta un mondo che rasenta l’estinzione, una miniera senza più oro da cogliere, una miniera che se non sarà abbandonata risucchierà presto l’homo sapiens oramai perso in un limbo di incertezze.

Interstellar e ci mostra la volontà di vivere di schopenaueriana memoria come unica spinta vitale capace di dare speranza, di lanciarci in un viaggio verso un nuovo mondo; ma ci mostra anche l’ignoranza umana, il suo decadimento in un positivismo unicamente scientifico, la sua limitatezza rispetto all’universo ed alle dimensioni che lo governano.

A questo punto però il regista ci mostra una via mai realmente percorsa, ci mostra un concetto come è quello dell’amore non quantificandolo nelle nostre misure, ma ponendolo oltre la fisica, oltre la spazialità ed la temporalità, creandone una metafisica di una potenzialità “oltreumana“.

Interstellar
Interstellar

“L’amore è l’unica cosa che riusciamo a percepire che trascenda dalle dimensioni di tempo e spazio. Forse di questo dovremmo fidarci, anche se non riusciamo a capirlo ancora”

come verrà detto durante la storia da Anne Hathaway.

L’amore permetterà al protagonista Matthew McConaughey di creare un legame con l’amata figlia tale da poter essere sfruttato dai cosiddetti “pentadimensionali” per proiettare nella loro biblioteca ogni attimo di un’ intera vita, vivendo il tempo in un unico spazio.

Proprio l’amore, proprio l’orologio regalato alla bambina all’inizio del film, che ne è un meraviglioso simbolo, permetterà ai due di comunicare senza “realmente” esserne capaci, solo confidando e comprendendo quale infinita potenza li legasse, salvando così un mondo che neanche “i migliori uomini della scienza” (il professore alias Michael Caine e il Dott. Mann alias Matt Damon) pensavano minimamente fosse possibile non vedere soccombere.

Come sempre il cinema nolaniano ci stupisce su più livelli:

il primo nell’addentrarsi in concetti  complessi accedendo a narrazioni ben oltre la possibilità del reale, senza però mai perdersi, piuttosto architettando trame che, in una vera e propria struttura crescente e connessa in sé stessa, contempli l’ignoto umano nelle sue forme più intriganti, che sia l’illusione, il sogno (leggi anche Inception- Che cos’è la realtà?) o la pentadimensionalità. Il tutto però affondando anche il suo coltello nella limitatezza stessa dell’uomo che prova a salvarsi da se stesso, così come vediamo nella trilogia del Cavaliere Oscuro. In Nolan vive dunque l’utilizzo dello strumento filmico al fine di dire oltre-il-reale, ma essenzialmente parlando del reale umano non ancora svelato.

Interstellar
Interstellar

Il secondo livello però è dimostrazione di un analitico che non perde mai la sua voglia di cercare quelle particelle di umanità tutt’altro che razionalizzabili. Qui fuoriesce quel trait d’union della ricerca del regista, che non si “limita” alla risposta scientifica ma connota il tutto di un sottofondo emotivo, dove l’emozione, o meglio il sentimento, riesumato nella sua grandezza potenziale, è pura trascendenza.

Interstellar: Ma perché l’Amore?

Perché non è processato da leggi fisiche, o se lo è, in quanto analizzabile in processi chimico-biologici, se ne svincola nel momento in cui il soggetto ha coscienza meta-critica. Il soggetto non ama semplicemente, sa di amare, e supera la sua temporalità accidentale nella possibilità d’amare. L’amore non si presentifica in un tempo materializzato, bensì sa muoversi tra il passato e il futuro, tra il ricordo e il sogno: in un non-luogo dove un buco nero destabilizza la linearità temporale, l’amore continua ad avere un suo senso, una sua scansione oltre-il-tempo.
Accedendo a tale consapevolezza ma non potendo controllarla del tutto, l’essere umano conduce uno sguardo consapevole di se stesso in quanto essere sentimentale, non della sua totalità, ma nella trascendenza che coglie e accoglie nell’essere sentimento e osservazione del sentimento. Osserva coscientemente ma non scientificamente qualcosa che non controlla del tutto, ma da cui può ottenere elementi del sé prima di poterli razionalmente comprendere.

A questo si accosta il legame empatico dovuto al poter amare e essere amato, all’essere consapevole sia di amare che di essere amato. Tale reciprocità mantiene una connessione a prescindere dalla fisicità e dalla razionalità dell’essere in un luogo o del pensare in un modo.

Sfora il sistema di riferimento con il quale calcoliamo, gli strumenti cognitivi con i quali argomentiamo. E quindi, perché l’amore?

Perché va oltre l’emozione di un breve istante, parabolica e passeggera. E’ il sentimento più primordiale, eppure trascendente, più incerto eppure capace di stabilirsi nell’assolutezza del nostro tempo vitale.

Interstellar
Interstellar

Il fallimento dell’uomo scientifico si traduce in questo, nell’aver esaurito la sua possibilità di controllo dell’ente attraverso la tecnica teorica tridimensionale: il Dottor Man si ritrova a fare i conti con il suo essenziale egoismo, una volta spogliato di una condizione sociale e intellettuale di rilievo. Si ritrova a fare i conti con la paura, che non può controllare razionalmente, che deturpa la sua morale razionale, non sentimentalizzata. Davanti all’emozione primordiale, la ragione non può non accoglierne la valenza, non può solo controllarla. Il professore non può risolvere l’equazione, perché la teoria tridimensionale derivata dalla ragione unicamente scientifica non può andare oltre. Egli è il più geniale tra gli uomini di scienza, ma tutto ciò che rimane alla sua logica è il postulato machiavellico: sacrificare molti per salvare la razza umana.

La teoria è esaurita. Il sentimento deve ancora dire la sua.

Questo è  Interstellar, una perla dove Nolan alle domande che ancora non hanno reale contingenza, alle lontane ipotesi pone l’amore, niente di più indefinibile, come unico strumento per avvicinarsi alla risposta, per portare l’uomo a salvare se stesso in un epoca dove sempre più perdiamo coscienza di noi stessi, evolvendoci meccanicamente verso un fine sempre più oscuro.

L’eterno, che ritorna e si presenta in un istante dove ogni tempo è in un unico luogo, è affrontabile nella trascendenza sentimentale, solo con l’amore, che gravita al di fuori e oltre la ragione.

 

Cooper: Ero io, Murph… ero io il tuo fantasma.
Murph, da anziana: Sì, lo so. Ma non mi volevano credere, pensavano che avessi fatto tutto da sola. Ma… io sapevo chi era. Nessuno voleva credermi, ma sapevo che saresti tornato.
Cooper: Come?
Murph, da anziana: Perché il mio papà me l’aveva promesso.
Cooper: Ora sono qui Murph… sono qui.

Leggi anche: Christopher Nolan- Il regista che trascende i generi

Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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