Home Nella Storia del Cinema Martin Scorsese, il regista eterno Taxi Driver - La solitudine tra poesia e follia

Taxi Driver – La solitudine tra poesia e follia

Rubrica: Martin Scorsese, Il regista eterno

Taxi Driver e The Wolf of Wall Street, Toro Scatenato e Shutter Island, cosa può accumunare film così lontani nel tempo e diversi nella struttura? Un solo nome, il nome di colui che forse proclamerei il regista più versatile della storia, il regista che ha definito le sorti del cinema degli ultimi 40 anni, Martin Scorsese.

Questa rubrica vuole ripercorrere le grandi opere del maestro italoamericano, così da non ricordarlo solo per le ultime fatiche, ma per ogni sua epoca artistica, dai tempi di Bob De Niro al recente meraviglioso sodalizio con Leonardo DiCaprio, cercando di trovare anche le differenze e le similitudini nelle sue opere più lontane, le sue evoluzioni artistiche ed i suoi temi: raccontare il suo eterno cinema.

In questo primo articolo ci troviamo in quella che mi piace pensare come

“L’Epoca De Niro”

TAXI DRIVER, Robert De Niro, Martin Scorsese, 1976

Titolo film: Taxi Driver

Regista:Martin Scorsese
Durata:113 minuti
Data uscita: 1976
Titolo originale: Taxi Driver

America, 1976.

Il capitalismo cresce.

Il sogno americano sfuma, sgretolandosi in una profonda alienazione.

La guerra in  Vietnam non è quella di Forrest Gump, la guerra in Vietnam è uno dei più grandi fallimenti dell’America.

Taxi Driver, però, non ci racconta il fallimento della guerra all’interno della guerra stessa, ma all’interno dell’essere umano, del reduce incapace di comprendere la sua esistenza nel mondo.

Robert De Niro, Travis Bickle, è la solitudine dell’uomo, ancor prima di essere l’uomo. Cosa vuol dire essere un uomo nell’America di quegli anni? Il tassista osserva, osserva, ma non capisce.

Qui subentra il capolavoro, Scorsese ci dipinge un processo degradante all’interno della psiche del protagonista, la sua epifania folle, con pennelli profondamente poetici. Tutta la narrazione si evolve lentamente, luci soffuse, musiche malinconiche, malinconiche di un mondo che si è sperato potesse esistere, ma che non esisterà mai.

Travis prova a vivere la realtà, quella che gli è stata imposta al suo ritorno, ma non può accettare questo mondo, non dopo il Vietnam, ma forse questo mondo è ancora peggio ai suoi occhi. Ecco, il disgusto, la rabbia repressa, la voglia di integrarsi, di iniziare ad esistere e  di non barcollare più in una sospensione anonima, fuori dal mondo, inizia a manifestarsi in lui. Prova ad uscire con una donna, angelica, la porta a vedere un porno. Lei schifata, lui non capisce perchè, quanto è potente questa scena, mostra le menzogne del mondo, gli ipocriti costumi.

“La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo”

Il mondo è sporco, va ripulito. Travis vuole essere l’eroe che lo ripulirà. Ma nessuno lo considera, è un tipo di uomo che va scansato non ascoltato, solo gli uomini tutti d’un pezzo possono salvare il mondo.

Salvare una ragazzina prostituta, eliminare da questo infame mondo gente marcia come un pappone, Travis ha trovato un significato. Furia omicida, Cresta in testa, tutti muoiono, con la mano fa la forma della pistola…sorride e si spara, sorride e uccide un mondo fasullo, ma anche se stesso e la sua inquietudine.

“Ah sì certo, ah ah… Vaffanculo figlio di puttana, ti ho visto arrivare sai, pezzo di merda, avanti, avanti su, io non mi muovo, non mi muovo dai, prova a muoverti tu, e muoviti… Non ci provare stronzo. Ma dici a me? Ma dici a me? … Ma dici a me? Ehi con chi stai parlando? Dici a me? Eh, Non ci sono che io qui. Di’, ma con chi credi di parlare tu? Ah sì è e, va bene…” 

Tutti conoscono questa battuta ma che significa? Travis contro il mondo? Contro la sua sporcizia? Forse Travis contro se stesso, il suo demone, la sua solitudine, contro il fallimento di un sogno che per una generazione è stato inculcato nelle ingenue menti speranzose. Il sogno di un mondo migliore, un mondo sincero e fatto di condivisione. Travis contro il suo essere un traumatizzato, un reduce che nessuno ha aiutato, un reduce che infine viene proclamato eroe pur di non ammettere che sia un malato, pur di non ammettere che sia una conseguenza dell’incubo americano.

Torna la donna, angelica, quasi ammaliata dall’ “eroe”,

“Travis, quanto le devo?”
“..Niente.”

Scena finale, Travis è “tornato normale”? Io non penso, ha solo capito, capito che non può cambiare il mondo, capito che sta meglio nella sua solitudine.

Taxi Driver è la poesia di un mondo fallito prima ancora di provare ad essere migliore, la malinconia di un sogno sgretolato, la dolcezza di una consapevolezza quanto mai amara.

Leggi anche: Shutter Island- La mente è una caverna oscura

Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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