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Inside Wes Anderson

Introduzione

”Why would a review make the point of saying someone’s not a genius? You think I’m especially not a genius?” (Eli Cash, The Royal Tenenbaum)

Probabilmente l’ultimo genio è morto con Leonardo da Vinci, mi chiedo come sarebbe stato un suo film, data la sua versatilità in tutte le forme d’arte, ma sono quesiti che non hanno risposta. Comunque il punto dove voglio arrivare è che, nonostante voi consideriate o meno Wes Anderson un genio contemporaneo, concorderete comunque con me nel riconoscerci uno spiccato talento, fuori dal comune.

E’ difficile essere così riconoscibili e una dote così rara, a mio parere, non costituisce mai un difetto. Così come è riconoscibile un Van Gogh dai tratti decisi del pennello sulla tela, così la composizione dell’inquadratura in Anderson costituisce un elemento caratterizzante di forte impatto visivo, sfruttando i giochi simmetrici e i colori pastello, costruendo mondi immaginari dove lo spettatore può immergersi.

Le influenze di Anderson, specialmente dal punto di vista estetico sono da trovare, nella pittura americana degli anni 30, prima delle avanguardie e dell’astrattismo, nei quadri di Edward Hopper, colori pastello, ombre definite e uno speciale mix tra l’impressionismo francese e il freddo realismo della società industriale.

Il mondo di Wes Anderson è un mondo finto, ma espedienti irrazionali a parte non si tratta di un mondo irreale. Il rischio con questo tipo di estetica è quello di montare un enorme tendone ma di non avere il circo, i contenuti per intenderci, ovvero che le tutine blu e il cappello rosso che contraddistinguono la ciurma della Belafonte non siano fine a se stessi e che Steve Zissou abbia davvero qualcosa da dirci, e ce l’ha.

Dopo una lunga analisi sono giunto alla conclusione che Wes cerchi all’interno della forma una sostanza, mantenendo sempre i suoi temi, ampliandoli e modificandoli per una questione di crescita personale o per adattarli alla forma già visualizzata. Non considero questo né un pregio né un difetto ma solo un modus operandi che naturalmente è diverso e personale per ogni artista, d’altronde in un quadro si inizia sempre a dipingere dallo sfondo.

Wes Anderson parte dalla nouvelle vague francese degli anni 50′, con la concezione del regista scrittore di cinema fulcro dell’opera stessa superando le ferree limitazioni estetiche per creare un cinema reale nel surreale, che unito al minimalismo e all’ironia di Salinger dà vita a un qualcosa di nuovo in un campo dove vere avanguardie artistiche scarseggiano.

Analizzata l’estetica passiamo alle TEMATICHE più ricorrenti nella sua filmografia.

1. Moonrise Kingdom

”-Sam: I admit we knew we’d get in trouble. That part’s true. We knew people would be worried, and we still ran away, anyway. But something also happened, which we didn’t do on purpose. When we first met each other, something happened to us.

-Captain Sharp: That’s very eloquent. I can’t argue against anything you’re saying. But then again, I don’t have to, ’cause you’re 12 years old. Look, let’s face it, you’re probably a much more intelligent person than I am. In fact, I guarantee it. But even smart kids stick their finger in electrical sockets sometimes. It takes time to figure things out. It’s been proven by history. All mankind makes mistakes. It’s our job to try to protect you from making the dangerous ones, if we can. [offering him beer] You want a slug?”

L’amore impossibile – Non esiste amore senza ostacoli da superare, sia Sam che Sharp lo sanno, eppure in Moonrise Kingdom l’unico che sembra davvero lottare per l’amore è un ragazzino di 12 anni.

L’isola di New Panzance è l’ambientazione immaginaria, la cui geografia viene spiegata punto per punto da un eccentrico narratore con un bel cappotto rosso e un cappello verde. In questo luogo l’amore sincero, limpido e semplice di due bambini contrasta  le complicate trame degli adulti, così in un insenatura remota Anderson ci ricorda che bastano due persone che si amano per fondare un regno.

Ma Moonrise Kingdom non è solo questo. Aldilà della trama sono i migliaia di dettagli disseminati nell’isola a rendere speciale il film e a sorprendere gli occhi di chi guarda, testimone dei piani sequenza geometrici e dei vari  divertissement dell’autore sparsi sulla pellicola.

2. I Tenenbaum

[Per approfondire il tema: I Tenenbaum – Wes Anderson e la potenza della monotonia  ]

”Eli: I always wanted to be a Tenenbaum.
Royal: Me too, me too.”

Il declino di una famiglia – Ah, la famiglia Tenembaum, tanto giovane talento che si è perso, forse perchè rinchiuso, racchiuso o spaventato. Esseri umani massacrati dalla vita perchè considerati piccoli geni in tenera età, bambini prodigio in campi diversi poi abbandonati dal mondo al quale si erano esposti, che si leccano le ferite o se le infliggono ancora, nascosti in qualche sottoscala o in una vasca da bagno o in procedure di sicurezza per evacuare un appartamento in caso di incendio.

Nonostante questo, con il loro stile retrò e depresso i Tenembaum risultano affascinanti, Eli Cash ha sempre voluto essere uno di loro, e in un certo senso lo è, con la sua malinconia e i suoi difetti. Non penso esista un film più malinconico e con personaggi così idiosincratici di the Royal Tenembaum, che pur mantenendo lo stile ironico e lucido di Anderson, instaura un rapporto di empatia tra chi guarda e i personaggi.

Il logoramento dei rapporti umani tra persone con lo stesso pesante cognome, chiamati a mantenere delle promesse del passato, essere all’altezza delle proprie aspirazioni, e quando e se si fallisce, tornare nella casa dove un tempo, di cui non abbiamo memoria, erano felici.

3. Fantastic Mr. Fox

”Tesoro, ho sette non volpe anni ormai, mio padre è morto all’età di sette e mezzo, ho deciso che non voglio più abitare in un buco e intendo risolvere la cosa. (Mr. Fox)”

Desiderio di rivalsa – Lo stile di Anderson si adatta alla perfezione all’animazione in stop motion  che gli permette di realizzare materialmente ogni tipo di scenografia immaginabile, oltre che un enorme libertà narrativa e descrittiva; ne esce un gioiello con una sceneggiatura ignorata agli oscar, con protagonista una volpe-ladro (con la voce di George Clooney) che vuole fare un ultimo colpo per risollevare la sua vita, nella quale sente un vuoto incolmabile.

”È molto semplice: in pratica ci sono tre grabber, tre tagger, cinque corriverga e i battimazza con la mazza. Il tagger centrale accende una pigna e la lancia oltre il cesto, il battimazza deve colpirlo e far cadere la verga di cedro, i corriverga corrono avanti e indietro e quando la pigna ha finito di bruciare l’arbitro chiama “cassa calda”. Quando è tutto finito si sommano i punti goal complessivi e si divide per nove! (Coach Skip [Quando spiega il gioco del Battimazza a Kristofferson])”

Intorno a questa volpe in crisi di mezz’età troviamo le tematiche care a Anderson come la famiglia e l’amore, oltre che un variegato cast di animali del sottobosco la cui autoironia non è un fattore da sottovalutare.

Fin dove si spingerà Mr.Fox per colmare questo vuoto, per non essere solo una volpe che vive in un buco?

Nonostante una mia personale diffidenza nei confronti del non utilizzo di attori in carne ed ossa, devo ammettere che Mr.Fox prima e  Anomalisa di Charlie Kaufman in tempi più recenti mi hanno convinto che, in mani realmente capaci, l’animazione può avere un suo senso, specialmente se vi si accosta una potente auto-ironia e ambientazioni interessanti, o se il burattino si accorge di essere un burattino.