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Apocalypse Now – Che cos’é L’Orrore?

Rubrica: “Un dettaglio, per l’appunto!”

Questa nuova rubrica si concentrerà sul dettaglio,poiché è lì che si percepisce la vera potenza artistica di un film. Per definizione, il dettaglio è “una circostanza minuta”, una “particolarità” (Treccani) . Esso può essere un semplice fotogramma, ma anche una breve scena di un film. Individuare il dettaglio e analizzarlo è un processo non semplice. È molto spesso limitato a coloro che non guardano, bensì osservano un film in tutte le sue sfaccettature. Non tutti i dettagli sono rilevanti, ma è compito dello spettatore saper individuare quelli più importanti.

Titolo film: Apocalypse Now

Regista: Francis Ford Coppola
Durata: 150 min (versione originale)
         197 min (Apocalypse Now Redux)
Data uscita: 1979
Titolo originale: Apocalypse Now

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La leggenda racconta che Francis Ford Coppola, dopo mille vicissitudini di carattere  economico e non solo, riuscì ad “assoldare” l’immenso Marlon Brando per la parte di Kurtz in Apocalypse Now.

Il film sarebbe poi stata una trasposizione ai tempi del Vietnam del romanzo “Heart of Darkness” di Joseph Conrad.

La leggenda racconta che il regista, non appena l’attore giunse sul set, andò insieme a lui in mezzo a mare, su di una barca isolata, per leggersi insieme l’intero libro, al fine di poter convenire al meglio sulla caratterizzazione ed interpretazione di Kurtz.

Marlon Brando, comprese a pieno l’essenza del colonnello disertore, a tal punto da regalare alla storia del cinema uno dei più intensi monologhi di sempre, su di un tema quanto mai complesso: l’Orrore.

Che cos’è l’Orrore?

Ho scelto di provare ad analizzare questo specifico momento del film, che è a mio avviso uno dei massimi capolavori del cinema di tutti i tempi, poiché si rivela essere la più profonda chiave di lettura del fallimento umano rispetto alla sua stessa creazione sociale: la morale.

Ora mi spiego meglio.

Ho deciso di dividere l’analisi in due momenti, questo è il primo estratto del monologo:

“Ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei. Ma non avete il diritto di chiamarmi assassino. Avete il diritto di uccidermi, questo sì, ma non avete il diritto di giudicarmi. Non esistono parole per descrivere lo stretto necessario a coloro che non sanno cosa significhi l’orrore. L’orrore ha un volto e bisogna essere amici dell’orrore. L’orrore ed il terrore morale ci sono amici. In caso contrario allora diventano nemici da temere. Sono i veri nemici”

Kurtz racconta al protagonista la sua più grande epifania, quella che ha determinato le sue future scelte, quella che lo porterà ad essere “giustiziato” nel finale. Lui è cosciente del suo destino ma condanna il giudizio su di esso, perché?

Kurtz pone la sua riflessione sul potente disvelamento della più nascosta delle verità, quasi impossibile da accettare:  l’uomo si è condannato all’ipocrisia nascondendo la cruda violenza nel limbo della morale. La guerra, però, disintegra quell’armatura sociale dell’uomo.

Veniamo educati ad un “essenziale buonismo”, alla complicità, alla coesione, oscurando la nostra più istintiva libertà con il giudizio morale, l’essere assoggettati ai canoni postici come vincolanti dalla società. Per dirla in parole povere dobbiamo “agire in un certo modo” .

Eppure, ad un certo punto, nella brutale primordiale violenza della guerra, “Dio è morto”. Ecco, c’è un forte profilo nietzscheano in tale momento epifanico che il monologo mette alla luce, definito e non assoluto, della guerra: “Non esistono parole per descrivere lo stretto necessario a coloro che non sanno cosa significhi l’orrore.” 

L’orrore è quindi l’impossibilità di accettazione e giustificazione della pura violenza, Kurtz ci racconta di aver pianto ma di essere stato ammaliato. L’uomo che fa lo stretto necessario, l’uomo non la macchina, con una famiglia, con un’emotività, totalmente svincolato dalla sua fragile umanità, uccide senza pietà. L’uomo non è più uomo, l’uomo è consapevole di non dover essere uomo, perché, ed ecco il profondo paradosso, la “morale” della guerra è che tale violenza sia necessaria, non ammetterlo è la profonda ipocrisia, prenderne coscienza ci rende sinceramente liberi.

L’orrore ed il terrore morale ci sono amici. In caso contrario allora diventano nemici da temere. Sono i veri nemici”

Ecco poi la parte finale del monologo

“Ad un certo punto ho capito..[..] Dio che genio c’era in quell’atto, che genio! La volontà di compiere quel gesto, perfetto, genuino, completo, cristallino, puro..allora ho realizzato che loro erano più forti di noi.”

“La forza..di farlo! se avessi avuto dieci divisioni di uomini così, i nostri problemi sarebbero finiti da tempo. C’è bisogno di uomini con un senso morale..e allo stesso tempo capaci di…utilizzare il loro…primordiale istinto di uccidere. Senza sentimenti, senza passione…senza giudizio..senza giudizio!Perchè è il giudizio che ci indebolisce..”

Quindi l’uomo del mondo della pace non può condividere nulla con l’uomo del mondo della guerra.

Il soldato con un “certo senso morale” è il soldato che comprende la necessità di obbedire ad un ordine, rimuovendo la sua emotività più umana, costringendosi ad una certa armatura di cinismo ma allo stesso tempo riaprendo la valvola della sua animalità.

Ecco il più complesso dei paradossi, la morale ci ha reso uomini e non animali, poiché abbiamo represso quel “primordiale istinto di uccidere”, costruendo una società complessa con una normatività vincolante, eppure proprio nella guerra tra società complesse dobbiamo distruggere la morale da noi stessa posta come fondamenta e ritornare alla brutale essenza animalesca della lotta per sopravvivere.

Kurtz, dunque ci mostra che l’Orrore non si limita alla crudeltà dell’uccidere, ma alla menzogna che l’uomo ha decorato attorno a sé per sopraelevarsi al mondo: quella del giudizio. Il giudizio è ciò che rende l’uomo ipocrita, vigliacco moralista giudice della sua stessa brutalità, condannabile più di tutto per il raziocino consapevole ad essa associato.

L’Orrore si rivela nello smascheramento della più grande menzogna umana, nell’ipocrisia insita nel giudizio, nel non ammettere di essere spietati.

 

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