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Introduzione

Inception – Che cos’è la realtà?

Introduzione

Dom Cobb: Qual è il parassita più resistente? Un batterio? Un virus? Una tenia intestinale? [si rivolge a Mr. Saito]
Arthur: Ehm… Quello che il signor Cobb vuole dire è che…
Dom Cobb: Un’idea. Resistente, altamente contagiosa. Una volta che un’idea si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla. Un’idea pienamente formata, pienamente compresa si avvinghia, qui da qualche parte.
Mr. Saito: Così uno come voi può rubarla?
Arthur: Sì. Nel sogno le difese coscienti si abbassano e questo rende i pensieri vulnerabili al furto: si chiama estrazione.”

Inception è uno dei film più sui generis mai stato fatto, diretto per l’appunto da uno dei registi più incomparabili degli ultimi decenni, uno di quei registi che fondano un loro genere, surclassando i canoni classici: parliamo di Nolan.

Inception è un film davvero molto complesso, sotto vari punti di vista, eppure perfettamente strutturato, al fine che tutto si concateni in una logica narrativa davvero affascinante, il tutto mentre vaghiamo tra la realtà ed i sogni.

Che vuol dire sogno?

Ecco, il mondo onirico è tra i temi più ignoti e parallelamente studiati di sempre, da Freud alle Neuroscienze, con la connotazione più unica che rara di essere un qualcosa a cui chiunque si può “affacciare” nella notte, eppure di cui pochi ne capiscono il senso.

Qui Nolan, come in ogni suo film, recupera una miriade di informazioni e studi sul suddetto tema, dai più complessi come la struttura a livelli ai più conosciuti come “La sensazione di cadere che ci sveglia”, costruendoci attorno una trama meravigliosamente avvincente.

Ma cerchiamo di addentrarci più a fondo nel film, scoprendone i segreti più reconditi.

1.Cosa succede davvero nella trama del film?

DiCaprio è il più abile dei ladri di idee, un estrattore per intenderci, che addormenta le sue vittime e porta i loro subconsci in un labirinto assolutamente realistico costruito da un altro sognatore, l’architetto. A quel punto il subconscio della vittima riempie il tutto con le sue proiezioni e, “consapevole” di dover proteggere determinate idee più delicate, le inserisce in una cassaforte dove DiCaprio andrà a derubarlo.

In questa storia però subentra un elemento determinante, Ken Watanabe, un ricchissimo imprenditore, chiede qualcosa di nuovo a DiCaprio e Joseph Gordon Levitt, qualcosa che si pensa sia impossibile fare, qualcosa che non si limita ad estrarre un’idea già insita nella mente di un uomo, ma di innestarne(da qui innesto=inception) una assolutamente nuova.

Ma come si fa?

“Mr. Saito: Se si può rubare un’idea dalla mente di un altro perché non se ne può innestare una?
Arthur: Ok. Adesso provo a innestarle un’idea. Se io le dico “non pensi agli elefanti”, a cosa pensa?
Mr. Saito: Elefanti?
Arthur: Esatto. Ma non è una sua idea perché lei sa che gliel’ho trasmessa io. La mente del soggetto può sempre rintracciare la genesi dell’idea. Non si può falsificare l’ispirazione.
Dom Cobb: Non è vero.”

La mente di uomo riconosce se l’idea è sua o esterna, ecco il dilemma.

Come può un uomo svegliarsi convinto di un qualcosa che non avrebbe mai pensato? Come può un figlio convincersi che dovrà dividere in mille pezzi l’impero del padre?

Qui, esattamente qui, Inception ci stupisce.

Ci vuole un sogno a 3 livelli, che siano molto stabili perché i vari labirinti non si sgretolino (ogni tanto lo spettatore si ferma e pensa “Caspita! è vero, so di che stanno parlando! L’ho vissuto anche io!”), serve un bravo architetto capace di comprendere che la mente può costruire interi mondi, superando paradossi fisici, costruendo cose che non esisteranno mai, ecco Ellen Page.

“Dom Cobb: Immagina di progettare un edificio, d’accordo? Ne crei consapevolmente ogni aspetto, ma a volte sembra quasi che si stia creando da solo, non so se mi spiego.
Ariadne: Sì, sì, come se lo stessi scoprendo.
Dom Cobb: È pura ispirazione, giusto? In un sogno la nostra mente lo fa di continuo, senza interruzioni. Noi creiamo e percepiamo il nostro mondo simultaneamente e la nostra mente lo fa così bene che neanche ce ne accorgiamo. Questo ci consente di inserirci nel mezzo di quel processo. “

Ma serve anche un falsario, uno che possa assumere volti diversi appartenenti a persone reali in un sogno, e chi se non Tom Hardy.

Ecco la squadra c’è, anche qui Nolan crea il suo solito dinamismo narrativo assolutamente coinvolgente, ora però bisogna capire come fare.

Come si porta un uomo a convincersi di aver pensato qualcosa che non ha mai davvero pensato?

Servono le emozioni, serve semplificare a qualcosa di davvero recondito, primario e determinante nella psiche della vittima, qui si tratta del rapporto con il padre.

“Eames: Al primo livello apriamo la sua relazione con il padre, per esempio “io non seguirò le orme di mio padre”, poi al livello successivo gli consigliamo “io voglio creare qualcosa per conto mio”, poi al livello più basso useremo l’artiglieria pesante.
Dom Cobb: Mio padre non vuole che io sia lui.”

Ecco, inizia la sfida, posta in palio la libertà per DiCaprio, di cui parleremo a breve.

C’è qualcosa che non tutti sanno però, da sogni così sedati non si esce se si muore, serve “il calcio simultaneo su tutti i livelli”, altrimenti si finisce in un limbo onirico grezzo, un limbo che solo DiCaprio conosce.

Ecco, il cinema di Nolan è un cinema che si sviluppa su vari livelli narrativi, tematici ed interpretativi, ecco che alla trama “principale” aderisce una questione quanto mai complessa, l’uomo, DiCaprio, che non distingue più davvero realtà e sogno, incatenato dal senso di colpa per qualcosa.

Cobb proietta sempre sua moglie nei sogni, che combina disastri vari, ma la moglie in realtà è morta. Cobb ha costruito una “realtà onirica” nei suoi sogni fatta di ricordi che non riesce a perdonarsi, irrequieto vaga in un limbo psico-emotivo che prescinde dal trovarsi nella realtà o nel sogno, e questo nella loro missione influenzerà non poco, ma di questo parleremo a breve.

La squadra inizia le varie tattiche, improvvisando non poco, per rendere chiaro farò una brevissima sintesi dei 3 livelli onirici.

Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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