Home Nella Storia del Cinema Wes Anderson e l'arte del contrappunto Grand Budapest Hotel - Senza troppo stupore, un vero colpo di genio

Grand Budapest Hotel – Senza troppo stupore, un vero colpo di genio

Grand Budapest Hotel.

 

Scritto da Matteo Viesti

 

 

Wes Anderson e l’arte del contrappunto

Quando ho scelto di aprire questa rubrica su Wes Anderson, ho fatto una riflessione: qual è il marchio di fabbrica, la sua trovata più evidente, la cosa che lo spettatore nota subito?

La geometria delle inquadrature. Abbastanza ovvio.

Quindi ho provato a scavare un po’ più a fondo, a ricercare un analisi che partisse da quel presupposto, così caro ad ogni amante del suo cinema, e capace di arrivare un po’ più in là.

La mia riflessione, quindi, è partita da una domanda: cosa ci dona la geometria delle sue scene?

Equilibrio.

E quindi, da cosa deriva l’equilibrio?

La risposta che mi sono dato, e che ho riscontrato in tutti i suoi lungometraggi, è il contrappunto.  

Immaginate di trovarvi su una corda, e di sbilanciarvi a sinistra. Naturalmente siete sul punto di cadere, quindi un momento critico. La cosa che si prova a fare, di conseguenza, è spostarsi il più possibile a destra, per evitare di cadere. Se non cadete, è grazie al contrappunto.

La filmografia di Wes Anderson è quindi un funambolo che riesce sempre, anche nel momento più critico, a ritrovare un equilibrio che sembrava perso.

Quindi, quando vedete un suo film, vi invito a porvi la domanda:

Dov’è il contrappunto?

E’ senza grandi difficoltà che, dopo aver visto Grand Budapest Hotel, arriviamo a definirlo geniale.

Per questo film, Wes Anderson decide di porre l’accento sulla potenza dell’eleganza e del vero “essere umano”.

Il riferimento è, naturalmente, al personaggio di Monsieur Gustave H., magistralmente interpretato da Ralph Finnies: attraverso una facciata di educazione di movimenti, di parole, di rigore mentale, di curiosità straripante ma non eccessiva, disegna un personaggio capace di essere luminoso sia in un lussuoso Hotel, il Grand Budapest di Nebelsbad, sia nella peggiore delle carceri, il famigerato Check Point 19.

La potenza della sua retorica, la capacità narrativa attraverso la quale siamo invogliati ad essere attenti anche le sue più prolisse citazioni di poesia romantica, crea un personaggio unico, che non stentiamo a definire di assoluta originalità.

E in un contesto poetico e volutamente fittizio, Wes Anderson ci corre incontro con compromessi e situazioni del tutto lontane da un eventuale paese dei balocchi: Monsieur Gustave H. è un fine intellettuale, ma è rigido, freddo, calcolatore e, pur mantenendo la sua proverbiale eleganza, alle volte incredibilmente (e spassosamente) volgare.

I “cattivi” sono esattamente come i cattivi delle favole, coerenti fino alla fine, ostinati a raggiungere il proprio scopo ad ogni costo e spietati. Ma anche goffi, palesemente impreparati, crudeli quasi con tenerezza.

Fantastico il caso delle tre sorelle, totalmente inutili alla storia(!) ma che ricordiamo perfettamente una volta finito il film.

Perché?

Per i turbanti, ovviamente, che ci fanno chiedere: sono pelate o no?

Questa aggiunta di particolari, questa smania di rendere il difetto caratteristica indelebile di personaggi altrimenti secondari e di creare nello spettatore la domanda superficiale ma intrigante, è un ennesima riprova delle capacità di questo “creatore di particolari”.

Posta questa premessa sul vero punto di forza, ovvero i personaggi, dov’è il contrappunto di questo film?

Ovunque, è l’incredibile risposta.

In ogni scena, assistiamo con stupore al ribaltamento della normalità, alla sovversione di quello che credevamo essere il giusto e naturale svolgimento della trama, delle reazioni dei personaggi, con un duro colpo inflitto ai più calcolatori e orgogliosi di noi.

Vi pongo due esempi eclatanti, che non si pongono certo come unicum, ma come estrema rappresentazione di quello appena detto.

Grand Budapest Hotel: L’Air de Panache di Monsieur Gustave H.

Nella più spartana delle stanze, dove Monsieur Gustave H. mangia da solo, arredata con poco e con una fioca luce ad illuminarlo, notiamo l’incredibile contrasto con la collezione di Air de Panache, un profumo evidentemente costoso e ricercato, con il quale il personaggio si impregna ogni giorno.

Stonata anche la quantità, il fatto che c’è ne siano di tipologie diverse e che siano perfettamente ordinate, voltate in modo tale da poter leggere la scritta e, naturalmente, in primissimo piano.

Grand Budapest Hotel: Zero in visita a Monsieur Gustave H.

Grand Budapest Hotel
Grand Budapest Hotel

Se precedentemente era stato definito Grand Budapest Hotel come un film di contrappunti, questo è forse il punto dove si raggiunge l’apice: Zero, il garzoncello, va in visita al carcere architettando un piano per nascondere il famoso dipinto “Ragazzo con mela”. Complice del furto, ha addosso una enorme responsabilità ed è molto preoccupato per il suo mentore, Monsieur Gustave H. .

E come ci si presenta in questo tremendo posto, sottoposto a mille tensioni?

Perfettamente neutro in volto, composto e soprattutto vestito di tutto punto da Lobby Boy! E’ incredibile, ma il personaggio di Zero non esce mai dal suo originario compito, è sempre collegato ad un mondo che per ovvie ragioni non lo riguarda più, eppure la sua presenza in questa scena è da un lato talmente assurda da essere ridicola, dall’altro, perfettamente e magnificamente coerente.

Per concludere, una nota di merito va lasciata alla musica:

Alexandre Desplat confeziona una colonna sonora splendida, giustamente premiata con un “Oscar per la migliore colonna sonora”, che avvolge questo film in una confezione tra la più fantasiose mai create.

Senza troppo stupore, un vero colpo di genio.


LEGGI ANCHE: Inside Wes Anderson

 

Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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