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Manchester by the sea – Un arido ritratto di umanità


Ogni uomo ha una storia.

Ogni storia non sappiamo dove porterà, ne siamo autori ed osservatori, ma non possiamo leggere le pagine non ancora scritte.

Nessuno è pronto per quello che potrà dover affrontare, nessuno sa se la sua sarà una storia bella o triste, semplice o complessa, destinata a gioire o ad appassire, silenziosamente, come una roccia che non ha più la forza di farsi modellare.

Manchester by the sea è un ritratto di una storia al di là della tristezza, ben oltre l’inquietudine, assolutamente vincolata ad un arido deserto, dove nulla più può crescere.

Un ritratto, non un romanzo, poiché nulla viene drammatizzato, ma solo esposto, esposto ad uno spettatore che non potrà che rimanere esterno, profondamente scosso ma non partecipe attivo, mai capace di immedesimarsi, mai capace di vivere una vera catarsi o di sentirsi parte emotiva integrante del film.

Perché le emozioni, o meglio l’empatia viene dall’interno, fiorisce in un terreno fertile, ma nulla più può crescere quando il tragico supera la volontà di vivere.

Un uomo, un padre muore. Un fratello, uno zio è l’unico designabile ad occuparsi del nipote. Insieme, forse, potranno andare avanti? Ci si aspetterebbe una risposta positiva, ma non è questa la vera tragedia del film, poiché c’è una storia passata che nessuno vorrebbe scoprire.

Manchester by the sea è un opera che ricorda quei paragrafi di letteratura che parlavano di narrazione realistica, oggettiva, senza spazio per un parere interno od una drammatizzazione, canoni che il cinema raramente ha preso come euristici, ma che in questo film si impongono rastrellando ogni spiraglio di  poesia.

Quasi sempre, anche nei momenti più tragici, una sceneggiatura, un film cercano la finzione artistica, raccontandoci gli avvenimenti per come vorremmo che fossero, gonfiando le emozioni che con il senno di poi ricorderemo più importanti ma che sul momento, spesso, nemmeno capiamo.

Ma, nella realtà, quando si è tristi non si pensa ad enfatizzare alla tristezza, poiché quando non si sa cosa dire dinnanzi ad una morte non c’è emozione o coinvolgimento, solo imbarazzo e frasi sbagliate,  eppure profondamente vere.

Così lo spettatore vive dei tempi  realistici, lenti e  mai “dinamicizzati”,pause e sguardi, catturato dalla tragicità e speranzoso di una rivincita, perché si pensa che si possa sempre avere la forza di ricominciare, ma in realtà è solo una congettura, perché non è detto che ci si rialzerà sempre.

Qui si innesca il meraviglioso parallelismo tra Patrick e Lee, rispettivamente il nipote e lo zio.

La morte di Kyle, padre e fratello,  è il primo punto in comune, i due personaggi affronteranno un contatto complesso e silente, dove nessuno dei due sarà capace di urlare, nessuno dei due di dire la cosa giusta, nessuno dei due di ascoltare la sofferenza dell’altro, ma entrambi vorrebbero solo correre insieme.

Ma il punto determinante è un altro, non subito possibile da cogliere, di cui l’intero racconto è imbevuto, dove due prospettive radicalmente intrecciate saranno destinate a collidere, ma a non coincidere mai. Un ragazzo che ha voglia di ricominciare, il quale in principio si potrebbe ipotizzare come “colui che va salvato”, paradossalmente sarà colui che continuerà a vivere, circondato da mille spunti per annaffiare la sua gioia appassita, ma incapace di salvare lo zio.

Nonostante l’amore tra i due, non detto ma sentito, nonostante i perenni spiragli di empatia, tra imbarazzo e sottile ironia al limite del tragico, nulla può riportare una roccia ad esser fiore e quel momento epifanico che tutti aspettiamo, forse non è detto che arrivi.

Ecco la meraviglia di questo film, il personaggio di Casey Affleck, l’uomo che non potrà mai andare avanti, destinato a trascinarsi, una roccia senza più parti porose.

Esistono tragedie troppo grandi per un uomo? Purtroppo si, ed una vita spezzata senza più fili che possano cucirla non può che proseguire moribonda, subendo i colpi, ricordando una felicità passata ma solo per poi svegliarsi, senza più nulla per cui sorridere. L’attore immedesima magistralmente un personaggio che non molla mai, ma nel senso opposto al quale solitamente attribuiremmo tale concetto, non perché continui a provarci ma perché continua a non farlo, non più farlo, non può più dopo quello che ha fatto.

Così, dunque, le cose non vanno come dovrebbero andare, o meglio come vorremmo che andassero, lasciandoci una perpetua angoscia, senza punti di rivincita, dove, per una volta, è il ghiaccio a trionfare contro il sole, il deserto contro la pioggia, l’apatia contro l’emozione.

Manchester by the sea sceglie il fardello di essere la storia che nessuno vorrebbe vivere, non per la tragedia con cui inizia, ma per la sconfitta che ci costringe a subire, sussurrata in ogni istante dai gelidi sprazzi di vita di un uomo che non potrà mai rialzarsi, rinchiuso in un animo rarefatto nell’indifferenza, non per distacco ma per annullamento emotivo,  un ritratto arido che non vuole dirci quella bugia pur di illuderci, ma raccontarci una storia spezzata, vera ma inaccettabile.

 

Andrea Vailati

"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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