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Moonlight- Quella prigionia chiamata discriminazione

Titolo film: Moonlight

Regista:Barry Jenkins
Durata: 111 minuti
Data uscita: 2016
Titolo originale: Moonlight

Moonlight è una storia di vita, una storia di crescita, una storia di paura.

Ci mostra un’America diversa da quella che siamo soliti vedere sugli schermi, un’America che non luccica, ma, anzi, è nuda, cruda, senza colori.
Ci mostra l’emarginazione, ci mostra la paura e ci mostra la violenza, unica difesa dei disperati che si trascinano così nella vita.

E’ un film diviso in tre parti, tre come le fasi della vita del protagonista, tre come i nomi con cui sarà chiamato nel corso del film: “Piccolo” durante l’infanzia, “Chiron” in adolescenza, “Black” in età adulta.

Siamo in un ghetto nero di Miami, un luogo di droga e violenza: qui vive Chiron con la madre tossicodipendente, senza padre.
Discriminato tra i discriminati, è costantemente vittima di bullismo, a causa di un’omosessualità che sente dentro, ma che ancora non è in grado di esprimere.

Nel boss del quartiere e nella sua compagna, Chiron troverà quella famiglia che la madre non è mai stata in grado di impersonare, troverà affetto, comprensione, un rifugio.
E’ un film che mostra senza mezzi termini la vita nel ghetto, le piazze di spaccio agli angoli delle strade, i bambini lasciati a loro stessi in un mondo che li vorrebbe già adulti.

C’è la necessità di mostrarsi forti, di essere dei duri: non c’è spazio per sensibilità o debolezza perché, quando si mostra la gola, qualcuno ne approfitterà per azzannare. Così l’unica risposta alla violenza non può che essere la violenza stessa, un’estrema difesa, una richiesta di aiuto, ma anche un modo per affermare se stessi e urlare al mondo il proprio dolore.

E’ in una realtà così turpemente delineata che è inserito il tema dell’omosessualità, vissuta come un qualcosa che va tenuto nascosto, dissimulato per evitare l’emarginazione. Infatti, in un mondo del genere, un bambino come Chiron non potrà mai essere davvero libero di essere se stesso: si dovrà annullare, dovrà nascondere il volto dietro la maschera che la società ha scelto per lui, perché il tempo gli insegnerà che per i diversi non c’è alcuna speranza, ma solo violenza.

Ed è proprio la violenza a essere uno dei nuclei tematici predominanti del film, una violenza però inedita, sublimata, malinconicamente poetica: non viene mostrata con orrore, ma quasi con rassegnazione, come qualcosa che c’è e che non potrà mai cessare di esserci.

Così i personaggi sono trascinati dalla vita, quella vera, cruda e brutale, che segue uno schema predeterminato e ineluttabile, che non lascia vie d’uscita. Chiron vive e cresce nascondendosi, tentando al tempo stesso di capire se stesso, di scoprire le ragioni che lo condannano a essere un emarginato, perché lui, un bambino che nulla ha ancora avuto a che fare con la sessualità, che cosa significhi faggot ancora non lo sa.

Ma questo film ci racconta anche l’amore, un amore mai realmente vissuto, un amore velato di paura, vincolato dalle catene di una società di cui tutti siamo prigionieri. E’ un amore che resta sospeso, che si rivela in pochi commoventi dialoghi, nei silenzi e, soprattutto, negli sguardi. Diviene così un amore sublimato, vive nel ricordo, per poi tramutarsi nell’idea stessa del sentimento e, così, può durare una vita intera, mantenendosi immutato nella sua stessa purezza.

Inizia così, in maniera inaspettata, una zuffa amichevole dopo la quale due bambini diventano amici. Esplode poi in riva al mare, con confessioni toccanti, e riflessioni forse troppo sagge, che quasi stonano sulla bocca di due adolescenti, ma, si sa, vivendo per strada si cresce in fretta, e un comune dolore rende i cuori vicini.

E’ una cosa talmente bella che ti viene voglia di piangere” dice Kevin, seduto sulla spiaggia, descrivendo la brezza marina che, raramente, spira nel loro quartiere. Chiron, così, si rivela, si mette a nudo: “Certe volte piango talmente tanto che mi sembra di diventare tutto lacrime”, e l’amico, immediatamente, sorridendo completa: “Così puoi scorrere nel mare”.

Poi c’è un bacio, e una prima, fugace, esperienza d’amore.
Si genera così un legame indissolubile, il filo rosso del destino che lega due anime che, seppur cambiate dalla vita, continueranno per sempre intimamente a conoscersi e desiderarsi.

IL FINALE(chi non ha visto il film può non leggere questa parte)

Tutto forse sarebbe stato diverso se Chiron avesse avuto più coraggio: gli sarebbe servito avere la forza di autodefinirsi, di infrangere le regole; ma il film non dimentica che, nella vita vera, spesso le regole sono più grandi dell’uomo, e l’unica ribellione che sembra possibile, quella della violenza, non fa che portarci più lontano da chi siamo, trascinandoci in un baratro ancora più grande, un pozzo profondo in cui, annichilendoci, sprofondiamo sempre di più, sino a quando diverrà impossibile anche solo pensare di poter tentare una risalita.

Che cosa può fare, allora, un uomo stanco di combattere contro gli altri, ma soprattutto contro se stesso, per affermare il suo modo di essere in un mondo tanto cieco da non volerlo accettare? Niente. L’unica soluzione rimasta non può che essere l’abnegazione: indossare una spessa maschera e rassegnarsi a non toglierla mai più, facendone uno schermo che ci nasconde e ci protegge e, magari, sperando che essa possa un giorno tramutarsi in un volto, il nostro volto, un volto che possa in qualche modo essere accettato.

Così Moonlight è una storia di crescita, una crescita però interrotta, brutalmente spezzata.

Perché crescere significa avere la forza di essere se stessi o, come meglio dice un passo del film, “Decidere da soli chi si vuole diventare, senza mai lasciare che siano gli altri a farlo per noi”, ma questa frase, in un ghetto nero di Miami, ha il gusto amaro di una favola raccontata a un bambino affinché impari a sognare. Nell’età adulta i sogni non esistono, e la realtà arriva, minacciosa, a bussare alla porta.

Ma, alla fine del film, chi è diventato Chiron? Che cosa è rimasto del Piccolo che, nella sua debolezza, riusciva comunque a trovare la forza di restare fedele a se stesso, e di rialzarsi quando la vita lo gettava per terra? A questa domanda non è data alcuna risposta definitiva, resta solo un commovente spiraglio, un barlume di malinconica quasi-speranza che non tutto sia andato perduto. E così il tempo si ferma, per poi tornare indietro, a un bambino in riva al mare, che si volta verso di noi, gli occhi riempiti di un mondo che ancora non lo ha distrutto. Ma quanto durerà? Forse il momento di un abbraccio, o poco più. Ormai il Piccolo è un uomo, per cui la vita, semplicemente, è andata così.

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