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Quando il cinema non usa le parole – 4 scene in cui immagini e musica divengono poesia

Introduzione

Rubrica: Il cinema tra musica ed estetica

Oggigiorno siamo abituati al cinema di prosa, quello della narrativa dominante, dove il punto focale si stabilisce sui tempi della trama, mettendo in secondo piano le “altre arti” del cinema.

Questa rubrica vuole percorrere la strada alternativa, trattando quel piccolo spiraglio della Settima Arte in cui il cinema si evince più come dipinto o poesia che romanzo, con pennellate estetiche e melodiche. Il cinema dell’immagine, dei tempi sospesi e non scanditi, della catarsi musicale e dei silenzi emblematici.

Partendo dal cinema Orientale, passando per i classici del passato (C’era una volta in America per citarne uno) ed arrivando ad alcuni registi odierni (Sorrentino ne è un grande esponente) focalizzeremo la nostra prospettiva sulle tonalità più sfumate, dimenticandoci (o meglio sospendendo il giudizio) della scansione narrativa in favore di altri protagonisti, quanto mai sottili e sfuggenti, tra musica ed estetica.

Quando il cinema non usa le parole: 4 scene in cui immagini e musica divengono poesia.

Un film, nel suo sviluppo, ci propone delle chiavi di lettura.

Che si tratti di catarsi soggettive, prospettive variabili, o incipit espliciti derivanti da avvenimenti sceneggiaturali specifici, van pian piano affermandosi una strada narrativa da seguire, variabile ma piuttosto veicolata…

Questo quando parliamo dei film dalla trama dominante, dove il racconto è esplicitamente esposto, tra dialoghi e tempi cinematografici.

Certo, non esiste una linea di demarcazione netta, il cinema è molto un arte di contaminazione, ma è piuttosto evidente che il filone principale del cinema occidentale è piuttosto imbevuto di una tale connotazione narrativa.

Siamo, forse, a tal punto abituati ad una tale prospettiva, da vederla come paradigma dominante, dove un’ alternativa a stento risulta pensabile.

Eppure, lontano dai nostri occhi, ma anche vicino in maniera piuttosto nascosta, quella prospettiva esiste, sia come tema dominante che come breve momento all’interno di un film.

Ma di che si tratta esattamente?

Oggi parliamo di scene senza voce, quella fatta di parole, dove ogni istante si intreccia di musica e immagini, aprendo lo scenario della poesia cinematografica, dove ogni chiave di lettura è meravigliosamente silente.

                  1. In the Mood for Love

Una poesia d’amore sospesa in un eterno forse, tra un sempre ed un mai.

Se esiste un film che trascende le parole, che si insinua nel nostro sguardo, ovattando il tempo, alienandosi in ogni istante da una logica narrativa, quello è In the Mood for Love.

In questa scena vediamo alcuni punti chiave del capolavoro artistico di Wong Kar-Wai, un poeta, un aedo che ha scelto di fare cinema:

Il tempo è scandito dalla musica, un violino struggente ma mai invadente, passionale ma con un tocco elegante, lento ma assolutamente avvolgente.

Il contatto con i due personaggi è assolutamente nascosto da un punto di vista registico, con riprese sempre delicate, mai dominanti, quasi i nostri occhi inseguano, come timidi voyeur, le vicende dei protagonisti, non potendo vivere le loro silenti emozioni, ma solo spiarle.

Sguardi, atteste, oggetti di contorno. Un corridoio come meraviglioso punto di contatto, parliamo di due esseri umani, ma li vediamo mostrarsi come due stati d’animo, assolutamente esenti da fisicità, infine avvolti in un attimo rallentato, in una vera e propria moviola di pensieri non detti, emozioni agguantate prima che fuoriuscissero.

Nulla di esplicito, nulla di affermato, una sequenza di eventi assolutamente passivi, fluidi, sembrano rasentare l’apatia ma è solo la superficie, il colori sono caldi, soffusi, malinconici prima ancora di iniziare.

Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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