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The Truman Show – Tra fantasia e sociologia

SCRITTO da MATTEO VIESTI

“Buongiorno…. e casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!”

Due elementi, il genio di Jim Carrey e la critica feroce ad elementi di quotidianità della vita “normale”, farciscono la geniale intuizione della sceneggiatura, regalandoci un film che ha l’odore di capolavoro.

Immaginate un quadrato, preciso allo sfinimento, elegante, perfetto. Immaginate la città in cui vive Truman, così metodica, ripetitiva, sempre e comunque sicura. Sebbene questo elemento, la totale finzione della sua quotidianità, sia di grande fascino e da sola basterebbe a donare allo spettatore un impressionante suggestione di malvagità e perversione, vi invito a focalizzare la prima e perseverante critica alla società proposta sin da subito nel film: il fatto che milioni di spettatori osservino, ammaliati, una perfezione utopica e fantastica, con una voglia che trascende il loro presente.

I pochi ma significativi spettatori del Truman Show che ci vengono proposti, sono del tutto ipnotizzati dallo schermo, dalla pubblicità continua che viene proposta, del gioco che impongono a Truman. Il luogo comune in cui Truman vive è la parafrasi della vita secondo un modello predefinito di consumismo e omologazione e, agli occhi del pubblico, è come la luce per una falena, irresistibile.

Ma facciamo un passo indietro.

La prima domanda che uno spettatore si pone è la seguente: come è possibile che sia permessa una cosa del genere, come è possibile che tutto questo sia legale?

Come mai, aggiungerei, non viene mai giustificato questo procedimento, questa follia? Perché nessuno, nemmeno uno spettatore, si ribella, disgustato, di fronte a questo sfruttamento della persona umana?

Perché questa è la più grande critica del film alla società contemporanea, ai media, alla comunicazione, alla convenzione sociale che imbavaglia le nostre bocche, assopisce in nostri cervelli e ci fa sembrare normale quello che normale non è.

La metafora di Christof, sempre sicuro, calmo, perfettamente logico e misurato, è la metafora della società controllata dai potenti, da coloro che per altri stabiliscono il giusto, lo sbagliato, il bene e il male. Truman è in una gabbia? Allo spettatore non importa, perché si diverte e passa il suo tempo, davanti alla televisione, ha qualcosa da fare e, soprattutto, è meno solo.

La continua e estrema voglia da parte del regista di mostrare elementi pubblicitari, mascherati alla meno peggio nella trama della vita di Truman, può sembrarci una trovata comica ed estemporanea. Lo è, nella nostra quotidianità? Siamo davvero così liberi di scegliere, per nulla influenzati dal bombardamento mediatico, siamo davvero più liberi di Truman?

La pressione che i parenti pongono su Truman è decisa da Christof e gli attori la eseguono. E’ così differente la pressione sociale che abbiamo intorno? Non siamo continuamente influenzati da giudizi, consigli, imposizioni, pesi morali personali o collettivi? E queste influenze, che ci spingono a fare o non fare qualcosa, da dove derivano?

La leggerezza di Jim Carrey, senza la quale realizzare questa pellicola sarebbe rimasta una bella idea, riesce a farci svegliare dalla condizione di accettazione del film, della sua trama, della sua avvolgente convenzione.

Questo film geniale, ci porta a porci delle domande. Possiamo reagire come Truman, ne siamo in grado? Siamo in grado di uscire dalla bolla? Ancora prima, di renderci conto che la bolla esiste?

Molto affascinante si rivela inoltre il tema della falsità in “Truman Show”. 

Allontanandosi un attimo dalla pellicola, osservando la modalità con la quale ci fa arrivare il messaggio, la mente vola veloce ad una costante del pensiero umano, il controllo: controllare se stessi, l’altro, l’esterno.

Per farlo, costruire falsità, di noi, di loro. Accettare una società, una finzione, quella che Truman infine sconfigge, è vista come una sconfitta dai maggiori pensatori della storia.

Da Orwell a Pirandello, la falsità è il tema centrale.

Il falso, nella sua quotidianità, è frequente ed inquietante, paralizza l’uomo in una condizione di costante regressione, lo invita con successo a non avanzare. Il “falso” è la critica che si muove al teatro, alla religione, alla ideologia, alle relazioni, alle frasi, ai pensieri, alla politica, all’altrui pensiero. E’ una difesa, un attacco, un modo per interessarsi o disinteressarsi a qualcosa. E’ un motivo di accettazione, di rassegnazione ma al contempo, senza ipocrisia, un motivo di felicità: noi tutti accettiamo quella realtà che viene noi proposta, questo infinito rebus di cose che non sono come sembrano, che non si avvicinano nemmeno. Al contempo, ognuno di noi, persino i più accaniti e ferventi rivoluzionari, accettano dei compromessi per vivere, per non pensare, per sorridere in un mondo che non te lo permetterebbe mai altrimenti.

La finzione di Truman, la nostra finzione, sono la stessa cosa. Lui, il suo personaggio, la sconfigge, la smaschera, la denuda. Compie un impresa che nessuno sarebbe in grado di compiere, un vero miracolo moderno. Truman è utopico e distopico, al di fuori della umana concezione, per questo è così affascinante. Noi, ballerini del valzer della finzione, sorridiamo senza comprendere quando lo vediamo salire quelle scale, immaginiamo che quello sia un lieto fine: in realtà, quello è un momento che nessuno vivrà mai.

In conclusione, tranquillizziamoci col fatto che il buon vecchio Truman, se non l’avesse mai scoperto, sarebbe lo stesso, nella sua umana accezione, felice.

“Buongiorno…. e casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!”

SCRITTO da MATTEO VIESTI

Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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