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Loving Vincent – Il colore tra estetica ed emozione

 

L’opera di Dorota Kobiela e Hugh Welchman in sala per soli tre giorni in tutta Italia è un esperimento che ha dello straordinario. I due registi, moglie e marito, hanno avviato la creazione e produzione (inglese-polacca) di Loving Vincent più di cinque anni fa, quando lei, una donna chiaramente visionaria, ha deciso di dar vita al primo lungometraggio interamente dipinto su tela nella storia del cinema; e ha dato inizio al lungo e complicato processo che ha portato alla creazione del prodotto finito, il quale porta su di sé l’impronta di centoventicinque pittori.

Un’opera fatta a mano che ha avuto bisogno di tempi di creazione completamente diversi da quelli di altri più consueti film: una scelta rischiosa, ambiziosa, che rende Loving Vincent un film di questo tempo (per diversi aspetti di cui accenneremo, ma anche per i mezzi tecnici necessari a trasformare l’idea in prodotto – ad esempio i dipinti fatti a mano sono stati fotografati ad altissima qualità) e allo stesso tempo un film che si colloca al di fuori del tempo odierno, e che torna indietro di decenni e decenni nell’epoca in cui il lavoro era lento, minuzioso artigianato in cui il soggetto imprimeva parti di se stesso in ogni dettaglio.

Attraverso quindi una complessa integrazione del linguaggio cinematografico col linguaggio pittorico, nasce un film diverso da qualsiasi altra animazione vista prima, e che forse è parzialmente preceduto soltanto da un altro film polacco del 2011, I colori della passione, ispirato alla vita e all’opera di Bruegel.

Loving Vincent è un’opera tutta da guardare. Di fronte ad un film così unico, lo spettatore si lascia cogliere da una forma di meraviglia che è allo stesso tempo di natura delicata e trascinante, inarrestabile. Molte cose si potrebbero dire di Loving Vincent. Qui, sulla scia di quella meraviglia, ci si vuole soffermare su due punti: l’esperienza del colore vissuta dallo spettatore del film e un aspetto della sua trama, camuffata da “giallo” sulla morte di Vincent Van Gogh. Perché i due registi sono riusciti a coniugare una magica esperienza visuale con il rapimento per una storia avvincente e commovente: due aspetti che, così strettamente intrecciati tra loro, riescono a toccare corde profonde dello spettatore.

1.La luce e il colore di Van Gogh nel film

Hugo von Hofmannsthal, intellettuale austriaco non troppo più giovane di Van Gogh ma vissuto ben oltre la sua scomparsa, scrisse che i quadri dell’olandese, grazie al particolare uso del colore, fanno accadere una sorta di “rinascita delle cose”: “la loro vita più segreta prorompe dal colore”. Questo film è connotato dal tentativo di recupero del tratto pittorico di Van Gogh e di quel suo modo di far vivere il colore. Infatti, lo spettatore può rimanere un po’ stupito, quasi affaticato almeno inizialmente dal modo (a cui non è abituato) in cui l’immagine si muove dando potere al colore in ogni scena: sembra quasi che le pennellate tremino, sembrano avere una propria forza e volontà sui visi dei personaggi e sui paesaggi mostrati, che sono per lo più tratti o ispirati dai quadri di Van Gogh.

Ciò è probabilmente dovuto all’intenzione di omaggiare quella caratteristica dei di Van Gogh di riuscire a superare il proprio mezzo, l’immagine, e perdere staticità, essere quasi animati loro stessi, come il prato giallo del Campo di grano con volo corvi, mosso violentemente dal vento. Inoltre, sembra che gli artisti che si sono dedicati alla realizzazione del film abbiano avuto una certa sensibilità nei confronti della luce, studiata anch’essa “alla maniera” di Van Gogh: non sembra venire tanto dall’esterno, quanto dalle cose stesse. O meglio, la luce viene dal cielo e dall’ambiente ma la si percepisce innanzitutto sui soggetti dei quadri-inquadrature, come in molte delle scene a colori del film (molto meno in quelle in bianco e nero dei flash-back che sembrano, solo a tratti, delle fotografie), come ad esempio nella scena dell’ultimo dialogo del protagonista, Armand Roulin, figlio del postino di Van Gogh, con la proprietaria della locanda in cui usava alloggiare il pittore prima di morire. Durante questa scena trascorre il tramonto, e cambiano i colori dei visi e dei vestiti degli interlocutori, in un modo tale per drasticità e sfumature che il passaggio da una luce più chiara ad una serale appare meno realistico ma più suggestivo e significativo.

Vincent Van Gogh è ricordato nel film come un artista che dipingeva in mezzo alla tempesta, intento a cogliere con una profonda dedizione tutti i respiri della natura, perché per lui ogni suo piccolo dettaglio meritava rispetto; così la sua pittura ha fatto dell’imperfezione del suo tratto la cifra stilistica con cui è stato capace di rispecchiare questa natura, rendendola autentica e  pulsante nel colore. Loving Vincent recupera questo aspetto della filosofia della pittura di Van Gogh sfruttando la capacità dell’immagine di muoversi e articolarsi nel tempo tipica del linguaggio cinematografico.

2. L’enigma suscitato dall’essere un artista

Ma Loving Vincent non è solo un gran film per l’esperienza estetica che la contemplazione delle sue immagini fanno vivere. Anche la storia che fa da plot del film è frutto di una scelta interessante. All’inizio sembra che lo snodo narrativo centrale non sia dato tanto la vita dell’artista quanto dalla sua morte. Van Gogh ci viene consegnato pian piano attraverso le idee e i ricordi delle persone che lo hanno circondato durante gli ultimi anni della sua breve vita, raccontate al giovane figlio del postino, un ragazzo che non conosceva davvero il pittore e che, come buona parte della gente che lo ha incrociato, non si fidava né credeva in lui.

Finché il giovane protagonista non compie un viaggio sulle orme di Van Gogh alla ricerca delle cause della sua strana morte: si dice un suicidio, eppure forse non è andata proprio così. Ma forse il vero intrigante enigma non è suscitato dalla domanda su come realmente il pittore sia morto, bensì dal mistero incarnato dalla sua tormentata esperienza di vita.

In questi ultimi anni, il cinema e le serie tv rispondono spesso a un nostro sempre più vasto gusto per una forma di “thriller”, spesso psicologico o comunque incentrato sulle molteplici e nascoste verità dell’animo umano. Loving Vincent unisce questa tendenza con il classico topos del “romanzo di formazione” in cui il protagonista apprende su Van Gogh e allo stesso tempo diventa un uomo, come suo padre, nella scena iniziale, gli ammonisce di fare. La ricerca di Armand – e dello spettatore, che assieme a lui impara a conoscere Van Gogh – è un viaggio all’interno della condizione di solitudine dell’artista, bullizzato e temuto per il suo essere un diverso; e allo stesso tempo un viaggio nei meandri di quei suoi ultimi anni, tra le difficoltà emotive, economiche, sociali. È un viaggio nella rete dei complessi rapporti intessuti da quel “solitario” pittore che in fondo ha saputo essere un vero amico e un vero fratello.

Il film offre grazie alla struttura della sua trama molteplici sguardi sulla figura del pittore tutti diversi tra di loro: una coesistenza di più “verità” su di lui, a volte sorprendenti e contrastanti rispetto alle altre, come ad esempio la versione della sua morte riportata dal suo stretto amico e medico curante. E così ogni personaggio è, come sosteneva il critico letterario russo Michail Bachtin, portatore di una sua unica ed irriducibile prospettiva, in questo caso sulla vicenda di Van Gogh.

 

La vita di un vero artista come lui, riflettuta nelle sue opere, non si esaurisce in quanto fonte di fascinazione neanche nella versione di questo film-esperimento, che coniuga in modo così delicato la riflessione sull’irriducibile destino di Van Gogh con lo sguardo sempre innocente e fedele sulla sua pittura.

 

 

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