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Titanic – L’amore epico tra la prigioniera e l’artista

Titanic.

Accostarsi ad un kolossal del calibro di Titanic mette sempre un po’ in difficoltà: come fare la critica di un film che appare perfetto in ogni sua singola sequenza, dalla complessità dei temi trattati, alla semplicità con cui essi vengono presentati, alla musica, impeccabile accompagnamento per un opera che si potrebbe addirittura definire epica?

Tenterò così di accostarmi a questo colossal utilizzando la stessa semplicità con cui James Cameron ha magistralmente definito ogni scena, ogni dialogo, ogni inquadratura perché, in fin dei conti, è la genuinità dell’evoluzione della trama a rendere questo film così grande: ogni azione e ogni sviluppo è elementare, assolutamente inevitabile, ed è questa linearità che permette alla pellicola di parlare direttamente al nostro cuore, di scrivere con inchiostro indelebile sulle nostre emozioni, di farci inumidire gli occhi di una commozione quasi inconsapevole.

Procederò dunque con semplicità, perché, al di là del budget vertiginoso che è stato necessario per la sua realizzazione, al di là del lavoro di postproduzione e degli effetti speciali, parlare di Titanic significa essenzialmente parlare d’amore.

Rose è una diciasettenne che vede tutta la vita che l’aspetta come se l’avesse già vissuta, che si sente sull’orlo di un precipizio senza che ci sia nessuno ad accorgersi di questo suo malessere. Una bambina già donna, in un mondo in cui alle donne era ancora negato il diritto di pensare, impossibile da sbalordire perché sul punto ormai di perdere l’incanto per la vita. La sua schiavitù era un matrimonio già combinato, il peso di assicurare con quelle nozze un’esistenza di agi a sé e a sua madre. Eppure, anche se le sue catene erano fatte di oro, e le sue sbarre erano le etichette dell’alta società, la sua prigione non era per questo meno insopportabile.

Il suo era un fuoco destinato a estinguersi lentamente e, ogni volta che provava a esprimere quel che sentiva nel cuore e, per questo suo ardire, veniva derisa, quelle fiamme iniziavano lentamente a tramutarsi in fumo, e a lasciare spazio alla cenere.

Se Rose era una schiava, prigioniera del suo ceto e della vita che qualcun altro aveva già scelto per lei, Jack Dawson era quanto di più lontano ci possa essere a una simile condizione. Il contrario dello schiavo, infatti, altro non è che l’artista, il sognatore: apoteosi stessa di una libertà incommensurabile e incondizionata.

Jack è una piuma nel vento, un ragazzo che ha il dono di sentire le persone e, soprattutto, si rivelerà il primo in grado di sentire ciò che Rose ha nel cuore.
Ma cos’è che realmente unisce la dama dell’alta società con la morte nel cuore, e l’artista squattrinato che sogna e celebra la vita in tutte le sue forme? Ciò che li lega altro non è che la libertà stessa: quella che per Jack è uno stile di vita e che per Rose una dolorosa, seppur desiderata, chimera.

Così la leggerezza e la passione di Jack danno alla ragazza il coraggio di rifiutare la comoda prigione che le era stata preparata, e di ricercare e vivere un sogno perché, in fin dei conti, basta sporgersi dalla prua di una nave al tramonto e spalancare le braccia per imparare a volare.

Titanic, però, è anche un accurato affresco della divisione tra i ceti sociali, della diffidenza e del classismo, della vanità, della superbia e dell’ambizione umana che portano l’uomo al disastro.
Emblematica è la scena in cui la madre di Rose le allaccia il corsetto, tipico simbolo della sottomissione femminile che ancora imperava all’inizio del 1900, e, tirando le stringhe sino a farle mancare il respiro, le vieta di rivedere quel ragazzo verso cui, lei ha intuito, la figlia inizia a provare sentimenti sconvenienti.
“E’ così ingiusto” risponde Rose alla richiesta della madre.
“Ma certo che è ingiusto: siamo donne, le nostre non sono mai scelte facili”.

Ma la fiera delle vanità cessa con il naufragio: il Titanic, per conquistare le prime pagine dei giornali e sorprendere il mondo, viaggiava a una velocità insostenibile, l’iceberg diventa così impossibile da evitare. Ed ecco che la superbia umana conduce inevitabilmente alla catastrofe.
Troppe scialuppe avrebbero fatto apparire il ponte disordinato: metà dei passeggeri è così destinato ad affondare con la nave. Certo, non la metà che conta, come ci tiene a precisare Cal, il promesso sposo di Rose.

Dunque, con la fine della fiera delle vanità, ogni uomo inizia a rivelare se stesso: l’indole di ogni personaggio, mentre il Titanic affonda, lentamente viene a galla.

Vediamo così i passeggeri di terza classe stipati come animali dietro cancelli che nessuno vuole aprire: la loro salvezza, forse, vale meno di quella degli altri.
“Prima donne e bambini”, eppure gli uomini di prima classe sfruttano ogni distrazione dell’equipaggio per infiltrarsi sulle scialuppe, che, comunque, inizialmente salpano semivuote.

Ma il classismo, pian piano, come il Titanic finisce in fondo all’oceano: quando la situazione diventa davvero disperata le uniche cose a contare restano solo la vita e la morte, e gli uomini, finalmente, tornano ad essere tutti uguali.
Ma, al cospetto della fine ormai inevitabile, emergono anche grandi valori, grandi ideali: l’orchestra che suona sino alla fine, il capitano che, nonostante la sua superbia abbia portato tutti alla rovina, ha comunque il coraggio di affondare stringendo il timone. E alcuni iniziano a tornare indietro, a soccorrere coloro che non ce la fanno, gli uomini la smettono di affollarsi sulle scialuppe che non possono piú accoglierli, e attendono la morte con dignità, due vecchi si abbracciano in un letto, in attesa che l’acqua li sovrasti. E, in questa ultima fase, è l’umanità a trionfare in ogni frammento.

Ma continuiamo a parlare d’amore, il filo conduttore dell’intera tragedia: Rose per due volte rifiuta la scialuppa, e torna indietro per Jack. Insieme corrono a poppa, il luogo del loro primo incontro, mente la nave si inabissa e cola a picco, e, questa volta, insieme saltano. “Salti tu, salto io”: è la morale della favola.
Non sprecherò che poche parole per parlare di Cal Hockley: ogni uomo, davanti alla morte imminente, sul Titanic rivela chi realmente è. L’unico spiraglio di umanità del personaggio riaffiora rivelando un qualche amore per Rose quando, anche lui, rifiuta la scialuppa per cercarla. Ma il suo è un amore egoista, che si tramuta in un odio omicida non appena le labbra della ragazza sfiorano quelle di Jack. Quando i suoi soldi si rivelano non più in grado di comprare la salvezza, usa una bambina rimasta sola per assicurarsi un posto sulla scialuppa. Al lettore il giudizio.

IL FINALE

Jack muore di ipotermia mentre Rose ancora gli stringe la mano, ma lei prima gli promette che avrebbe avuto la forza di vivere la vita così come l’aveva sempre sognata. Solo una scialuppa torna indietro per raccogliere i superstiti, solo in sei su millecinquecento sopravvivono.

Rose sbarca in America come Rose Dawson e, ormai centoduenne, racconta alla nipote e a dei sommozzatori la storia del suo amore perduto. La vita di Rose, nonostante una parte di essa sia andata a fondo col Titanic, è comunque continuata con il prezioso ricordo di Jack nel cuore, l’uomo che l’ha salvata in tutti i modi in cui una donna può essere salvata. Così, sporgendosi dalla poppa di una nuova nave, lei butta il cuore dell’oceano negli abissi, e, nell’ultimo sogno, raggiunge il suo amore in un Titanic dove non esistono classi, per un immenso e appassionato bacio finale.


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