Home Cinebattiamo La Poetica dei Videogames The Witcher 3 - Cavalcare nel Purgatorio tra Mostri e Poesia

The Witcher 3 – Cavalcare nel Purgatorio tra Mostri e Poesia

Creare una storia implica gettarsi negli illimitati rami dell’immaginazione, arrampicandosi sulle cime più alte delle montagne più innevate, scegliendo tanti sguardi quanti si riescono a comprendere, percorrendo vie da tutti anche solo intuite, ma da pochi così profondamente navigate.

Creare una storia implica narrare qualcosa che non è realmente, eppure è da noi conoscibile, anche solo potenzialmente, come qualcosa che sappiamo osservare, non per forza comprendere, ma sentire.

Creare una storia può avere infinite forme e canalizzazioni, ma non sono queste a dettarne la meraviglia più pura, poiché la tecnica desta fascino e piacere intellettivo, ma è la trasmissione umana, l’empatia del racconto, sia questo detto o mostrato, a determinare lo stupore dello spirito.

The Witcher 3, ciò che definiamo videogioco, trascende lo strumento, delineandosi come un viaggio narrativo meravigliosamente complesso, ove il fantasy tocca l’umano, e l’umano riscopre ciò che spesso ha sepolto in favore del reale.

Lo scopo di questo articolo è provare a mostrare la potenza “sceneggiaturale” e visiva di questo piccolo capolavoro, le cui fondamenta si rifanno alla splendida Saga Letteraria di Andrzej Sapkowski, ma proseguendo in autonomia; così da inglobarci in una navigazione in prima linea sull’orme dell’uomo e della magia, dell’emozione più pura e del male più radicale, tramite gli occhi di colui che cavalca nel purgatorio tra mostri e poesia.

 1. Il Witcher è un demone tra l’uomo ed il mostro

Geralt of Rivia, colui la cui leggenda pervade il mondo che percorre prima che egli giunga a mostrare il suo vero volto, l’uccisore di mostri, è l’eroe tragico di questa storia, le cui mutazioni genetiche subite da bambino lo rendono un ibrido, un viandante sospeso nel mezzo di due esseri, l’uomo ed il mostro.

Ed è proprio per questo che Geralt comprende i mostri, sa come ucciderli e come immettersi nel loro pensiero, ma sa anche osservare gli uomini, poiché nella sua freddezza cinica egli non disperde quel nucleo emotivo/morale fin troppo “o bianco o nero” eppure, se pur in maniera primordiale e non mutata con il mutare sociale,  di grande umanità.

Il fascino di un personaggio è dato dalla pienezza della sua personalità, anche quando questa si muove in contraddizioni paradigmatiche, così proprio dell’essere umano. Geralt è in questo un ossimoro necessario, capace di uccidere tanto quanto di provare compassione; capace di rimanere impassibile dinnanzi all’orrore, così come capace di amare eternamente.

Affascina uomini e donne nel suo possedere la chiave d’accesso all’oscurità senza mai soccombervi, sempre protagonista dell’eterno conflitto tra il bene ed il male. Non un intellettuale ma un essere consapevole delle ombre e delle luci, una consapevolezza forgiata con sangue e magia, con dolore ed amore.

L’onestà del suo essere ciò che è, un ammazza mostri, vissuta nella sua pienezza gli concede la libertà di inseguire i suoi ideali, non costruendo menzogne neppure dentro di sé, proteggendo chi ama, onorando chi rispetta, uccidendo chi se lo merita.

Se è pur vero che nel gioco ci è concesso di determinare lo sviluppo della trama, cosa che contrasta l’idea di prospettare questa analisi come se si trattasse di un film, è anche profondamente vero che l’archetipo esistenziale di Geralt preesiste al nostro definirlo, così da annettere i nostri occhi ad i suoi.

Scegliendo di ascoltare il suo spirito, in vero, nonostante la nostra scelta, sappiamo cosa Geralt stia pensando, cosa trapassi del mondo nei suoi occhi, cosa egli sceglierebbe.

Così il demone, nel senso platonico del termine, cavalca il purgatorio, conoscendo gli inferi più di tutto, ma proteggendo, in una remota ma sempre viva parte di sé, unico vero motivo del suo proseguire, l’accesso alla sua forma di paradiso, non angelica, non divina, bensì di una consapevolezza tempestosa ma intrisa di una sua dolcezza.

2. Ritrarre un’umanità degenerata, ritrarre la speranza mai dissolta.

Nel proseguire della meravigliosa storia, ove con tutto sé stesso è rivolto a ritrovare la figlia (non di sangue ma d’amore) Cirilla, per permetterle di salvarsi e salvare il mondo dall’eterno Gelo, Geralt trapasserà mezzo mondo, conoscendo varie forme di un’umanità degenerata.

Nel svolgere i suoi contratti da Witcher, ovvero nell’uccidere mostri, ma anche semplicemente vagando da foresta a palude, da villaggio a città, egli incontrerà ogni tipo di uomo, donna o essere fantasioso. Qui si deposita un intenso dinamismo antropologico, intriso di tragicità e poesia, fraudolenza ed ingenuità

Può un anti-eroe romantico essere una strana forma di eroe tragico?

Questa è la domanda che mi sono posto nelle vicende del Barone Sanguinario, colui che ha portato la violenza e l’alcolismo nella sua famiglia, colui che ha una storia di cui vergognarsi ma anche una da raccontare.

Colui che vuole redimere i suoi peccati, in un mondo che non concepisce il perdono cristiano ma la tragicità umana, può trovare la luce dopo aver incrementato il fuoco delle ombre? Qui Geralt osserva, interagisce e si trova nel perfetto bivio della sua personalità: compassionevole o integerrimo?

Salvare un feto abortito, portando protezione in una casa dilaniata dall’orrore o avanzare senza voltarsi per guardare quei brandelli di bontà che il triste Barone prova a lanciargli addosso con disperazione?

Così possiamo vedere due lati di uomo destinato alla tragedia, quello di soccombere o quello di partire in un lungo viaggio, ferito in ogni dove ma con la speranza, nel salvare la moglie, di ritrovare un piccolo angolo di pace.

Non ci è dato sapere se lo troverà, perché un Witcher svolge i contratti assegnati, non è suo compito aiutare gli uomini nella loro redenzione, e se pur decidesse di farlo, non potrebbe accompagnarli fino alla fine del loro destino.

Ma a tale tragicità viene contrapposta con forza un’enorme componente di variabili umane, rintracciabili, come nella vita reale, per caso. Così osserviamo uomini vittime della superstizione, uomini avidi di potere, re immersi nel machiavellismo più malvagio, ma anche poetesse che cantano l’amore più eterno, poiché mai sicuro di poter trovare la sua compiutezza.

In questa scena, in questa meravigliosa poesia cantata, troviamo un valore sceneggiaturale altissimo. Parole che sanno narrare essenze emotive, versi che sanno mostrare la più forte delle tempeste, l’incertezza più lacerante, per poi connetterla all’eterno sogno dalla dolcezza più lacrimosa, lasciando incerti se sia più struggente la poesia o la storia che essa narra.

Così anche l’amore appartiene a The Witcher 3, tanto metafisico, quanto puramente umano, il cui ponte tra i due poli sta nella capacità di narrare, nelle più alte forme della passione, ciò che determina un brivido, così come un sorriso.

La catarsi di un amore, puro nella sua unicità, sia questo letto o visto, è una delle più potenti e rare perle di una storia che intreccia il nostro cammino, nella nostra vita. Quando è persino vissuto, allora ci lascerà qualcosa, un taglio diverso al come guarderemo il nostro navigare.

3. Cosa accade ad un mondo in cui la Metafisica e la realtà storica coincidono e collidono?

Ciò che contraddistingue un fantasy, a mio avviso ciò che lo rende un’unica ed interessante posizione da cui costruire storie e mostrare diversi sguardi su ciò che è, è l’incredibile possibilità di rendere la realtà pervasa da metafisica. 

La magia, i mostri, ma anche le teorie sui mondi paralleli, la mitologia norrena e la sua idea di apocalisse, sono elementi che divengono qualcosa che realmente è o sarà, non oltre il mondo, non frutto dell’immaginazione, ma parte integrante di esso.

Così tali elementi a noi sconosciuti si addentrano in un mondo storicamente riscontrabile, interponendosi come lenti dai colori mai visti per poter osservare l’esistenza.

Skellige ed il suo ricordarci pienamente i clan vichinghi, conflittuali ma dall’onore indelebile, Novigrad ed il suo essere la città libera e moderna, dove però, in una fase di paura ed ignoranza, i mostri possono sorgere ben più che in luoghi più tradizionalisti, e gli uomini divenir padroni della crudeltà: tutto ciò si massimizza nel momento in cui i risultati, i cosiddetti demoni derivanti dal male, non sono più metafore ma realtà. 

La lotta tra il bene ed il male, nel mondo fantasy, non avviene nelle nostre menti o nei nostri dibattiti intellettuali, sociologici o morali, ma ci viene mostrata come una vera e propria battaglia, così da permetterci di accedere a tali concetti nella loro concretizzazione.

Così, guardando l’eterna lotta “semplicemente”   come un qualcosa che il mondo è destinato a subire, sentiamo molto più vere le radicalizzazioni del bene e del male, ed il bisogno di lottare per la propria fazione.

Vediamo dunque mostrarsi i vecchi valori ed i nuovi e cosa portino rispettivamente al mondo, vediamo la desolazione della guerra ma anche l’esplicitazione, fantasiosa ma con qualcosa di vero, del bene e del male, possibile grazie alla metafisica.

E tutto ciò che per l’uomo è nel reale è percepibile come sussurri del cuore, o sofferenze della mente, o ancora impercettibili movimenti della poesia più dolce, divengono osservabili in un mondo dove anche la metafisica ha una forma.

Un quadro che racchiude i momenti impossibili da accettare di una vita, mostrando una sofferenza come eternamente sospesa nell’impossibilità di essere accettata.

Un amore legato ad un desiderio espresso ad un genio, come nella storia (pienamente legata all’opera letteraria) di Geralt e Yennefer, che non ha pari nel mostrare come questo trascenda da spazio e tempo, capace di inseguire per sempre persino un Witcher, capace di mostrare le più poetiche interiorizzazioni della purezza sentimentale.

Così Cirilla, l’eroina, sempre grazie alla presenza metafisica, si rende emblema massimizzato della lotta interiore per far trionfare il bene sul male, nonostante le avversità. Poter prendere coscienza della propria potenzialità per trovare la serenità più imponente.

Infine The Witcher 3 ci insegna che dipende da noi se il mondo si salverà o meno, dipende dalle nostre scelte se la compassione trionferà sull’indifferenza, dipende da noi se amare il tormento più invasivo di una grande storia d’amore, o la dolcezza più semplice di un amore più “sicuro”.

Ma in ogni caso, il viandante cavalcherà, con le chiavi del mondo dei mostri e della poesia umana più dolce, semplicemente del credere in qualcosa ed inseguirlo, in un mondo destinato ad essere un purgatorio dove ognuno possa trovare sé stesso.

Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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