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The Walking Dead – Civiltà e Barbarie

 

La riflessione di quasi tutti i pensatori, nel corso della Storia, si è innumerevoli volte soffermata su un tema intrinsecamente aporetico, scottante, scomodo: l’essere umano è buono o cattivo? Può essere considerato come un “buon selvaggio”, un animale sociale in grado di costruire legami di fiducia e fratellanza, o è costitutivamente egoista, malvagio, le cui azioni sono alimentate da spinte pulsionali primordiali, senza la mediazione determinata dal riconoscimento dell’altro?

L’indagine di questa dimensione dell’Uomo tocca corde affettive primarie della psiche, rappresentazioni ancestrali, che dalla filosofia di Aristotele a quella contemporanea, passando per le negative considerazioni di Hobbes e quelle più “pro-sociali” di Rousseau, si sono scontrate, alternate, privilegiando talvolta aspetti più ottimistici, fiduciosi rispetto alla natura dell’Uomo, e talvolta sottolineando le intenzioni più negative, gli aspetti più meschini come segni rivelatori della reale, egoistica costituzione psichica dell’Umano.

Tra le opere televisive e cinematografiche a noi contemporanee, molte si fanno carico di questa tematica così profonda, cercando di costruire trame complesse, personaggi caratterizzati secondo contorni così sfumati che per lo spettatore diventa difficile individuare ragioni nette, univoche per identificarsi con loro e preferirli: lo scopo di tali produzioni è quello di evidenziare l’intima, ineliminabile ambivalenza radicata nell’uomo tra Bene e Male, Luce e Oscurità. Tra queste rientra sicuramente The Walking Dead, serie televisiva di AMC nata nel 2010 e ispirata all’omonimo fumetto di Robert Kirkman, ambientata in un mondo post-apocalittico popolato da morti viventi in cui i protagonisti fanno i conti con una società capovolta, fondata sulla legge della sopravvivenza e non più sulla giustizia.

Ma prima di addentrarci nella suddetta opera, facciamo un passo indietro. Agli inizi del XX secolo Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, ha provato ad apportare un contributo alla conoscenza dell’Uomo, cercando, tramite la reciprocità di valutazioni cliniche e speculazioni teoriche, di approfondire quegli aspetti inconsci, pulsionali della psiche e le loro influenze sul comportamento del singolo e della collettività. Nel 1913, nel volume Totem e Tabù, propone un ipotetico mito primordiale come condizione originaria della vita umana in comunità: L’Orda Primordiale, mossa da identificazione reciproca tra i membri che condividono il  comune destino di essere stati cacciati dal padre, figura tirannica. In essa i fratelli si ribellano al suo potere, ma, compiuti il parricidio e il cannibalismo, essi, per salvaguardare la nuova comunità, sono costretti a stabilire il divieto dell’incesto, per cui nessuno può realmente soddisfare il bisogno iniziale e possedere le donne allo stesso modo del padre, ed il divieto del fratricidio, per evitare la ripetizione del destino paterno, poiché nessuno riesce a prevalere per il possesso delle donne (interesse alimentato dalle pulsioni individuali, motivo della rivolta). L’unico divieto istituito su una base emotiva è quello relativo a non uccidere l’animale totemico, rappresentante simbolico del padre, ora amato e venerato.

Per l’autore i fattori fondamentali per la costruzione di una dinamica comunitaria sono rappresentati dal riconoscimento che anche l’altro ha un bisogno, che la socialità è retta proprio dal compromesso tra soddisfacimento individuale e sicurezza sul piano collettivo. La civiltà umana, dunque, si fonda sull’istituzione di una legge necessaria, secondo Freud, per evitare la prevalenza della spinta narcisistica.

Letteratura, cinema e televisione hanno spesso cercato di declinare vicende umane variegate in grado di riflettere le intime sfumature dell’Uomo, istituendo processi simbolico-culturali capaci di elaborare il Male e di esaltare la componente positiva degli individui e dei legami sociali. Soprattutto nell’epoca a noi contemporanea, la rappresentazione maggiormente condivisa nell’immaginario collettivo è quella realistica, “freudiana” di uomo come essere narcisista e malvagio, frenato esclusivamente dalle leggi, che salvaguardano la società. È per questa intima riflessione profonda che The Walking Dead costituisce una sconcertante e disincantata testimonianza dell’inscindibile legame esistente tra civiltà e barbarie, tra ordine sociale e caos distruttivo, prodotto di azioni umane alimentate esclusivamente dalla spinta al soddisfacimento narcisistico.

La serie racconta, attraverso gli occhi dello sceriffo Rick Grimes (Andrew Lincoln), appena risvegliatosi da un coma, il graduale crollo della civiltà, la progressiva caduta delle sovrastrutture che garantiscono l’ordine e la sicurezza, e l’affermazione di una nuova società umana, caratterizzata dalla legge della sopravvivenza, in cui coloro che dominano sono i più forti, quelli capaci di sfruttare l’altro per i propri scopi, se necessario ricorrendo alla violenza drastica e sistematica e negandogli il soccorso. La spinta fondamentale che anima ogni azione di Rick è la volontà di proteggere ad ogni costo la sua famiglia, sua moglie Lori, il figlio adolescente Carl (Chandler Riggs) e la neonata Judith; è solo sullo sfondo che colloca la possibilità di istituire una dinamica cooperativa con il resto dei diversi sopravvissuti che incontra nel suo percorso.

Articolando un nuovo collegamento con Freud, si potrebbe sostenere che, venendo a mancare la necessità di giustizia sociale determinata dall’uguaglianza, presupposto fondamentale per la sopravvivenza della comunità, ognuno possa liberamente dimenticare i divieti istituiti dal clan fraterno nel mito primordiale e dare libero sfogo alle proprie pulsioni inconsce. Il disagio della civiltà è rappresentato, per l’autore, proprio da questa intima aporia determinata dalla rinuncia pulsionale del singolo come condizione necessaria per la preservazione della società; in questa prospettiva, quindi, The Walking Dead lascia emergere la lucida consapevolezza che le barbarie, lo stato in cui regnano l’irrazionale, la primitiva dimensione istintiva umana e la spinta egoistica, non rappresenta uno stato anteriore e definitivamente superato rispetto alla civiltà, ma il suo negativo, una modalità parallela, costantemente presente e di cui costantemente è necessario prendere consapevolezza, al fine di elaborare i pericoli ad essa connessi e proteggere le conquiste che la costruzione di una società civile ha portato.

Episodio dopo episodio, stagione dopo stagione, questa serie coinvolge milioni di spettatori mostrando gli intimi conflitti, i dubbi e le difficoltà che la vita in una estrema condizione apocalittica porta con sé: la difficoltà a restare Umani in un mondo che, per sua costituzione, tende a rendere Dis-umani. La fuga da Atlanta e la vita nella prigione, le battaglie contro il Governatore, il viaggio di speranza che i sopravvissuti compiono verso il simbolico Santuario, l’attuale battaglia per la sopravvivenza e per la protezione di Alexandria contro Negan e i suoi Salvatori, rappresentano per i protagonisti esperienze inevitabilmente traumatiche, che portano con sé una seduzione di volta in volta maggiore a lasciarsi andare, ad abbandonare i propri valori umani, l’ultimo freno a protezione di una soggettività capace di individuare nell’esistenza dell’altro un dono piuttosto che una minaccia. Le discussioni sui principi etici tra Rick, che difende la necessità di compiere decisioni drastiche per salvaguardare la propria comunità e sopravvivere alla malvagità degli altri, e Morgan Jones (Lennie James), il quale sottolinea più volte come “ogni vita sia preziosa”, costituiscono per questo momenti significativi dello show, nei quali lo spettatore si trova a confronto con le scelte e i valori soggettivi che quotidianamente ci identificano per ciò che siamo.

È per questo, nonostante alcune inevitabili caratteristiche di lentezza e ripetitività che oscurano alcuni momenti delle stagioni più recenti, che The Walking Dead rappresenta una serie tv così densa sul piano del significato e di conseguenza amata in tutto il mondo: i fan vengono coinvolti nelle evoluzioni dei personaggi, e nelle esperienze e decisioni da loro compiute essi possono identificare se stessi, riconoscersi al punto tale da poter affermare: “potrei essere stato io, potrei essere io a comportarmi come loro, se mi trovassi in simili circostanze.

La Natura ha faticato migliaja e migliaja di secoli per salire cinque gradini, dal verme all’ uomo; s’è dovuta evolvere, è vero? Questa materia per raggiungere come forma e come sostanza questo quinto gradino, per diventare questa bestia che ruba, questa bestia che uccide, questa bestia bugiarda, ma che pure è capace di scrivere la Divina Commedia”. È con queste parole che Anselmo Paleari si rivolge ad Adriano Meis in Il Fu Mattia Pascal, uno dei capolavori di Pirandello: ed è con queste parole che la nostra riflessione si conclude, articolando la tesi che, come testimonianza su alcuni aspetti della natura umana, pur nella sua umiltà The Walking Dead può essere considerata un’opera di civiltà, nella misura in cui propone un tentativo realistico di prendere consapevolezza riguardo alla presenza di questa intima bestia, capace tuttavia di creare opere magnifiche.

 

Leggi anche:Il Joker- La logica del caos

Gianluca Colella
Ho 25 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa della Settima. Un po' la Forza di Star Wars.

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