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Tony Soprano – Apologia dell’antieroe

Senza Tony Soprano, non ci sarebbe nessun Walter White”
-Vince Gilligan

Tra i tanti meriti da riconoscere al mostruoso impatto che “I Soprano” ha avuto sulla serialità mondiale, uno dei più importanti è sicuramente quello di aver sdoganato la figura dell’antieroe. Questa è diventata uno degli elementi fondamentali dell’universo televisivo dell’ultimo ventennio, come testimonia il successo avuto negli anni da personaggi come Vic Mackey, Don Draper, Frank Underwood e lo stesso Walter White.

Con Tony Soprano abbiamo una figura di un’incredibile complessità, che porta lo stesso spettatore a riflettere e mettere in discussione i propri valori. Il personaggio interpretato da James Gandolfini è infatti un sociopatico, infedele, ipocrita e razzista, oltre a rivestire un ruolo universalmente concepito come negativo: quello del boss mafioso. Ciononostante verso di lui si riesce senza particolari sforzi a provare empatia, arrivando spesso a fare quasi il “tifo”.

Questo è merito di uno show che è riuscito a proseguire ed espandere il sentiero tracciato nel 1990 da “Quei bravi ragazzi” di Martin Scorsese, quello di una visione antropologica della malavita, capace di narrarne la quotidianità, i problemi familiari e lavorativi verso cui lo spettatore raggiunge un certo grado di immedesimazione. In questo modo diventa semplice assumere i punti di vista e comprendere le (distorte) ragioni del protagonista della serie, non in quanto mobster, ma in quanto uomo comune, con i dubbi e le debolezze tipici dell’americano medio.

“Quando una persona cerca di incolpare qualcun altro dei suoi fallimenti va dallo psicologo, no?”

Tony Soprano ci viene infatti presentato da subito come un personaggio vulnerabile, non un boss inappuntabile come il Don Vito de “Il Padrino” o l’Al Capone de “Gli intoccabili”. Incontriamo invece un uomo in preda ad una crisi di mezza età, che soffre di sempre più frequenti attacchi di panico e che prova a risolvere i propri problemi attraverso una strada che lui stesso non avrebbe mai immaginato: quella della psicoterapia. E’ un uomo cresciuto con i modelli di macho tipici dell’America del ‘900, come il Gary Cooper che lui stesso cita nel pilot, perfetti e inattaccabili, che lo portano a non accettare sé stesso e i suoi problemi e a non capire come nonostante sulla carta abbia tutto, sia profondamente infelice. Le varie e ricorrenti sedute regalano quindi delle scene tra le più memorabili della serie, con dialoghi iconici che ci permettono di capire sempre più a fondo la psicologia e la visione deviata del mondo che il protagonista ha.

“Sono il Re Mida al rovescio, tutto quello che tocco si tramuta in merda.”

Un altro motivo per cui è facile immedesimarsi nel personaggio è il suo essere un quasi banale padre di famiglia. Nella serie creata da David Chase questo tema è infatti tra i più importanti. E se da un lato per famiglia si intende la cosca mafiosa, dall’altro abbiamo modo di entrare in contatto con tutte le dinamiche tipiche di una famiglia come le altre, con gli alti e bassi di un matrimonio ventennale messo in crisi da qualche scappatella di troppo, le incoerenze e le ribellioni di figli che entrano nell’adolescenza, un rapporto con la propria madre che episodio dopo episodio si manifesta nella sua totale disfunzionalità. Nulla che qualsiasi uomo di quarant’anni non possa conoscere e comprendere. Così anche le frequenti scene a tavola, esattamente come le sedute per l’aspetto psicologico, si rivelano fondamentali nel comprendere le dinamiche interne di una famiglia che pur essendo totalmente diversa dalle altre, si ritrova ad affrontare le problematiche che ognuno di noi conosce fin troppo bene.

“Noi siamo soldati. I soldati non vanno all’inferno. Questa è guerra. I soldati uccidono altri soldati. Noi siamo in una situazione dove chi è coinvolto conosce le regole e se le accetti devi fare certe cose. E’ il mondo degli affari.”

Infine, l’aspetto più controverso messo in luce dalla serie è ovviamente la vita “lavorativa” di Tony. La serie non tratta la criminalità organizzata in maniera eroica, non vuole idealizzarne i personaggi, ma sceglie di rappresentarli come persone comuni, incoerenti e controverse, che applicano delle dinamiche tipiche di qualsiasi posto di lavoro al mondo della malavita, rendendoci progressivamente conto di come esso ti lasci entrare molto facilmente, senza lasciare la possibilità di tirarsene fuori. Non siamo portati a condividere o apprezzare le gesta (o malefatte) di Tony e dei suoi scagnozzi, ma osservandone i punti di vista, ne comprendiamo le ragioni.

E’ evidente come queste tematiche siano state riprese, pur declinandole in contesti diversi, nella creazione dei vari antieroi televisivi successivi, basti pensare all’importanza che la famiglia ha in serie come Breaking Bad o Mad Men, oppure alla sottilissima linea che separa il bene e il male in The Shield e House of Cards.

Il risultato di tutto ciò è un personaggio diventato uno spartiacque nella serialità contemporanea, anche grazie ad una meravigliosa interpretazione da parte del compianto Gandolfini, capace di mettere in luce come anche nel mondo della televisione, non ci sia più spazio per il bianco e il nero, ma soltanto per tante gradazioni di grigio.

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