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L’Ora più buia – Churchill e la Forza dell’Oratoria

La storia del mondo, per quanto a volte non vorremmo che fosse così, è segnata a pari modo sia da eventi, fenomeni, correnti di pensiero e giochi politici, sia da singole persone: personaggi degni di essere immaginati da una penna, la cui forza riposa nella loro lingua, come una spada riposa nel suo fodero.
Questi uomini creano intorno ad essi un’aura di autorità che sfocia in un culto della loro personalità, nel bene e nel male che ciò comporta, “Like Joseph Stalin and Ghandi” per usare le parole dei Living Colour.
“L’Ora più buia” parla di uno di questi personaggi: Winston Churchill, un uomo con una lingua d’argento macchiata di Whisky e cenere di Sigari, controverso quanto importante per la storia.

Diretto da Joe Wright, classicista londinese dietro a “Orgoglio e Pregiudizio” e “Anna Karenina”, il film rappresenta gli eventi del mese di Maggio del 1940, i primi 30 giorni della legislazione di Churchill come Primo Ministro, in un momento di estrema difficoltà in seguito alla manovra offensiva Nazista in Belgio e Francia.
Una premessa simile dovrebbe suggerire un tono atto a sottolineare la gravità della situazione. Tuttavia, il modo in cui ci viene presentato il Churchill di Gary Oldman  è disarmante: a letto, con addosso una vestaglia rosa e nient’altro, preso nel dettare una lettera alla sua nuova segretaria, Miss Layton, la quale fatica a comprenderlo tra l’accento Cockney, la bocca storta in una smorfia dal sigaro e le costanti correzioni.

E’ inutile pretendere che il film abbia molta carne intorno alle sue ossa: l’intera pellicola è pensata come una piedistallo per la magnifica performance di Gary Oldman, senza alcun dubbio meritevole del Golden Globe già vinto e del probabile Oscar che vincerà a Febbraio.
Oldman si è mostrato come un provetto camaleonte per decine di anni, ma dietro l’accento e la mole del make up si perde perfettamente nei panni del Primo Ministro, non tanto ricreando la sua parlantina ( una veloce ricerca su Youtube vi mostrerà un Churchill molto più pacato, per esempio), ma ricreando e rendendosi mezzo del suo spirito oratorio, trasformando la forza e l’eleganza delle sue parole in una forza ed eleganza d’animo.

Il resto del cast tiene testa alla performance di Oldman, dando all’attore inglese pane in cui affondare i suoi denti. Nonostante la gravità degli eventi, il film è capace di trovare momenti di ilarità e sollievo nelle interazioni tra Churchill, il Re, il suo partito, la sua famiglia e i suoi colleghi, e ciò sarebbe impossibile senza un cast e una regia pensata per supportare questa tendenza, evitando quindi di scendere nel documentaristico.
Perchè ciò che Wright e Oldman hanno ideato è al limite della caricatura del personaggio: un’iperbole delle caratteristiche migliori e peggiori del panciuto inglese, con un modo di fare che rasenta il punk, per l’arroganza e la noncuranza verso le aspettative che c’erano allora per il Primo ministro inglese in un momento di crisi.
Churchill fu un uomo non rassicurante, ma appassionante, e lo stesso concetto porta con sé Oldman, accendendo una scintilla di entusiasmo là dove poteva esserci solo paura, negli anni più spaventosi dell’Europa.

Va detto che il film, per tutti i pregi che vanno citati, non offre molto al di fuori della  rappresentazione di Churchill, viene quindi difficile osannare il film tanto quanto la performance di Gary Oldman.
Per questo motivo potrebbe essere definito come un prodotto semplice, ma accattivante, capace di giustificare il prezzo del biglietto solo con la forza della sua colonna portante.
Un livello di confidenza invidiabile nella sua presentazione, capace di ammaliare e di mobilitare l’animo come Churchill stesso con la sua oratoria, anche nell’ora più buia.

Leggi anche: Dunkirk – L’ unicità di Nolan ci stupisce sempre

Enrico Sciacovelli
Un altro di quei tipi che parla troppo di film e vorrebbe essere pagato per farlo, anzichè lamentarsi dell'ultimo Transformers senza successo.

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