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Antonioni nel suo periodo americano – un decennio al di fuori della realtà

Michelangelo Antonioni arriva nella realtà americana non di certo in abiti sommessi: è ben conosciuto il regista italiano negli ambienti degli appassionati di cinema statunitensi, se non altro perché, mano nella mano con Fellini, ha accompagnato il cinema italiano fuori dalla gloriosa stagione neorealista. La sua trilogia dell’alienazione (la notte, l’avventura, l’eclissi) ha stravolto completamente la concezione mondiale del fare cinema. Non è l’ultimo arrivato, per dirla in due parole.

Ma così come la società stessa sta radicalmente cambiando, il cinema statunitense è anch’esso in pieno fervore artistico: le influenze della Nouvelle Vague, e dello stesso Fellini, hanno dato nuova linfa alla produzione filmica degli Stati Uniti; in quegli anni sono emersi registi del calibro di Spielberg, Polanski, Scorsese, i quali ancora oggi sono visti come i precursori della Nuova Hollywood, che ha portato il cinema americano ai livelli del presente. Come incastrare un regista come Antonioni, reduce da Deserto rosso e universalmente poco incline ad uniformarsi alle diverse correnti artistiche, in uno scenario tale? Ebbene, semplicemente non ci s’incastra: rimane sospeso, al di sopra, servo fedele delle sue visioni e delle sue sensazioni. In un decennio, verrebbe da dire, di sospensione dalla realtà, il regista ci regala Blow up, Zabriskie Point e Professione Reporter.

L’iniziale (ed errata) sensazione è che Antonioni provochi la società americana, esplicitamente ma anche implicitamente, ad un livello più intimo, quasi personale. Errata perché di politico in Antonioni c’è ben poco. Difficile affermare con sicurezza cosa egli voglia effettivamente comunicare; gli artisti, si sa, sanno cosa vogliono esprimere ad un livello interiore, ma raramente sono in grado di spiegarlo con ragionevoli discorsi a noialtri. Così Antonioni, con l’innovazione delle sue immagini, prova a comunicarlo al suo pubblico: il risultato è un cinema intimistico, silenzioso, intenso. Sospeso.

Le immagini a colori sono quasi enfatizzate dal regista italiano; le parole, gli sproloqui dei protagonisti sono messi in secondo piano in favore degli oggetti, dei paesaggi, dei suoni del mondo che ci circonda. In antitesi con lo spettacolare cinema Hollywoodiano, che vive di inquadrature mozzafiato, colori sgargianti, eroi coraggiosi e colonne sonore memorabili che sembrano suggerire in quale scena si debba effettivamente provare una determinata emozione, allo stesso modo in cui le risate in playback delle sitcom suggeriscono quando una sequenza sia effettivamente divertente.

La sensazione è che la sopracitata sospensione dalla realtà del suo periodo americano sia vera: Antonioni fugge dalla realtà, non la vuole, la rifiuta. E così i suoi protagonisti, i quali inconsciamente non cercano che un pretesto per poter finalmente abbandonare, scappare, fuggire. Più di una volta i personaggi maschili di questi tre capolavori hanno dato ad intendere questo sentimento, quasi interpretando Antonioni stesso in più d’una sequenza: è d’accordo l’immortale Jack Nicholson mentre sfreccia sulla decappottabile e, alla domanda Da cosa stai scappando?, risponde: Voltati e guarda indietro”. Così com’è d’accordo l’esordiente Mark Frechette, che come motivazione per aver rubato un elicottero dichiara semplicemente: Per alzarmi da terra”, in fuga dalla fauna umana “Troppo legata alla realtà.”

Ma la verità è che il fardello della realtà è troppo grande per riuscire a liberarsene: non basta inscenare la propria morte, come nel Reporter, né alzarsi da terra e fuggire in elicottero come in Zabrinskie Point. Lo capiranno entrambi i protagonisti, al rientro nei ranghi della civiltà, e il prezzo che pagheranno per la loro fuga sarà estremamente alto.

Quando era cieco attraversava la strada da solo con un bastone. Dopo aver riacquistato la vista, lo prese la paura. Cominciò a vivere nell’oscurità. Non usciva più di casa. Dopo tre anni si tolse la vita.

Stessa visione, diverso sguardo per quanto riguarda Blow up, nel quale il fotografo protagonista, più che interpretare Antonioni, sembra esserlo sul serio: è il solo a vedere il corpo dell’uomo nella sua fotografia, e questa solitudine, che se vogliamo è la solitudine stessa di Antonioni e dell’artista in sé, è condensata nell’ultima inquadratura del film, che ritrae il fotografo dall’alto, in stato di completa rassegnazione.

Tutto torna: l’artista è solo e incompreso nella sua fuga dalla realtà (Blow Up), una realtà che ha tutte le sembianze di una gabbia (le inferriate della finestra nell’ultima scena del Reporter) e dalla quale verrebbe voglia di innalzarsi, per guardarla dall’alto saltare in aria, deflagrarsi, esplodere in mille pezzi (l’ultima, visivamente e impressionisticamente memorabile, scena di Zabrinskie Point).


In fondo, Antonioni stesso non è mai stato del tutto inquadrato da nessuno: un profeta? Un poeta? Un “semplice” visionario? Impossibile ottenere una risposta; ciò che sembra certo, è che a lui bastasse semplicemente vivere nella sua dimensione sospesa, con la cinepresa in mano e lo sguardo lontano dal presente, altrove, al di fuori.

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