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I primi film di Xavier Dolan – Un sorprendente laboratorio artistico

Se avete guardato almeno uno dei film del genio del nuovo cinema canadese, il pluripremiato e giovanissimo Xavier Dolan, potrete riconoscere nelle mie parole qualcosa del ricordo di quel film.

Io, come molti, ho conosciuto questo nome grazie a Mommy, del 2014, vincitore del premio della giuria a Cannes. Poi, un paio d’anni dopo, ho visto È solo la fine del mondo e sono di nuovo rimasta colpita. Ora, attendendo il suo primo film di produzione e di lingua statunitense (The Death and Life of John F. Donovan), sono andata a ritroso a cercare le origini del prodigio del suo cinema. E ho così scoperto un laboratorio di sperimentazione forse più interessante dei film che per primi sono arrivati in Italia.

Oggi il regista ha vent’otto anni e ha già scritto, diretto, e qualche volta interpretato ben sei film nei quali è riconoscibile in modo molto chiaro la sua impronta e cifra stilistica. Riconoscibile spesso a colpo d’occhio, in primis grazie all’armonica geometria simmetrica o asimmetrica che regola scupolosamente la composizione dell’immagine, il cui studio maniacale svela subito il suo essere un regista tecnicamente esperto ed esteticamente colto. Il risultato “postmoderno” (se mi lasciate passare la parolaccia…) è una delizia e una droga per gli occhi.

I fili rossi che collegano tutti i suoi film sono molteplici e vanno dallo stile alla ricerca tematica, la quale si sviluppa principalmente, potremmo dire, su tre assi. Scopriamo adesso tre dei suoi film girati da giovanissimo, prima di arrivare alla sua opera più matura e riconosciuta, Mommy, ripercorrendoli attraverso tre temi che Dolan ha, più di altri, indagato a fondo.

La madre ovvero J’ai tué ma mère (2009)

“In questa vita non c’è da uccidere che il nostro irriducibile nemico interiore.

Dominarlo è un’arte. Fino a che punto siamo artisti?”

All’età di vent’anni, Xavier decide di investire tutti i suoi soldi guadagnati grazie al lavoro da attore per girare il suo primo film. La storia è autobiografica, il resto è una voglia matta di imparare a fare cinema. E, come egli stesso afferma, per imparare a esser dei buoni creativi “bisogna rubare”. Lo stile di Dolan è frutto di un insieme di palesi citazioni da grandi registi, miscelate e ordinate in modo fortemente soggettivo.

In questo suo primo film si riconosce già tanto di tutto questo, utilizzato per sviscerare quella che si rivela in ogni suo film essere la relazione umana più complessa e intensa: quella tra madre e figlio.

Hubert è un adolescente intellettualmente vivace e nel pieno della sua prima omosessualità; sua madre, Chantale, ignara dell’identità sessuale del figlio, è una donna così forte da esser riuscita, con pochi soldi, ad allevare il ragazzo da sola. Ma è anche una donna completamente assorbita dalla sua difficile quotidianità e troppo provinciale e ignorante per riuscire a star dietro alla personalità e alle esigenze del sedicenne Hubert.

Ci sono tutti i presupposti per lo sviluppo del film, un caotico duello tra i due apparentemente inconciliabili poli. Chantale è la madre archetipo di tutte le madri di Dolan, compresa la meravigliosa Diane di Mommy.

Il film approfondisce entrambi i punti di vista, mostrando le ragioni e le sofferenze di ognuno causate dalla difficoltà di trovare un punto di incontro. Oltre ai motivi che scatenano i litigi (motivi banali, ma al fondo dei quali si cela sempre la differenza sostanziale tra due concezioni della vita), sono i modi con cui le discussioni vengono affrontate risultare incompatibili, tra le esplosioni di Hubert e le fredde e distratte indifferenze di Chantal. La tensione cresce fino a sviluppi forti e dolorosi della trama. È possibile odiare qualcuno in tutti i suoi reconditi dettagli, tic e difetti, e poi doversi ogni volta chiedere “ma cosa farei se morisse oggi?”. Le domande e i sentimenti sono così estremi se si tratta di tua madre. Perché, come mostrano le opere di Dolan, e questa prima di tutte, l’amore per tua madre è inalienabile, connaturato in te per sempre, parte del tuo mondo interiore col quale sei costretto a lottare per diventare chi sei, come fa Hubert per affermare la propria identità sessuale.

Il film J’ai tué ma mère è bello perché integra e racchiude al suo interno tante forme d’arte, dalla pittura alla musica alla letteratura, tutte le passioni di Xavier/Hubert per descrivere la formazione e l’essenza di un giovane artista.

Il difetto più evidente del primo Dolan è il suo mostrarsi eccessivamente colto e consapevole di se stesso, in modo da risultare leggermente autoreferenziale: come mostra il titolo del film si tratta di una riflessione freudiana del regista/attore su di sé, costretto a sviscerare il difficile rapporto e “uccidere la madre” per diventare grande.

Se vi è piaciuto questo film riscopritelo in: In the Mood for Love di Wong Kar-Wai (2000)

L’amore ovvero Les Amours imaginaires (2010)

“Il tempo è bello, il cielo è blu, ho due amici che sono anche i miei amanti…

non abbiamo niente da fare se non essere felici”

 

Così canta Isabelle Pierre in un pezzo della colonna sonora degli “amori immaginari”. Le musiche, gli abiti, le espressioni del viso degli attori (in particolare della splendida Monica Chokri) sono i veri protagonisti del film, in inglese intitolato Heartbreakers.

Marie, fissata con la propria immagine che acconcia ripetutamente à la Audrey Hepburn, e Francis, ragazzo sensibile e omosessuale ovviamente interpretato da Dolan stesso, sono buoni amici che, quando incontrano Nicolas, si innamorano perdutamente di lui e competono per ottenere le sue attenzioni. Si forma così un triangolo sfortunato, al cui centro c’è un amante perennemente ambiguo e distaccato, un vero spezza-cuori e ai cui poli ci sono due sfidanti che interpretano male i segnali dell’amato, costruendosi una storia d’amore fondamentalmente immaginaria.

Al centro di questo film, a differenza di tutte le altre opere del regista, non ci sono rapporti intensi e complessi ma, al contrario, vuoti e illusori. Les Amours imaginaires non è un film sull’amore ma sull’innamoramento come ossessione solipsistica e incapacità di guardare davvero l’altro.

Vi è però un dubbio di fondo che accompagna lo spettatore lungo tutta la visione: sono Marie e Francis ad essere due narcisisti incapaci di amare realmente o il film fa un ritratto dell’innamoramento in genere come sentimento malato e cieco?

La storia è alternata da sequenze di interviste a un campione di persone che parlano della loro esperienza dell’amore. Quello che emerge e che unisce ogni voce del film è che ci si innamora del tipo di amore che è in noi più che dell’altra persona. Una volta colmata la distanza e sollevato il velo ci si accorge che “l’altro è solo un oltraggio con cui non ho niente a che fare”. Ma il film mostra anche, con un certo compiacimento, proprio quel velo raffinato e bello (come ogni inquadratura e ogni slow motion) che non riesce a nascondere la natura effimera di alcune emozioni.

Forse il vero amore è quello solido dell’amicizia tra Marie e Francis, che resiste a tutto questo? Xavier Dolan è questa volta ironico, pungente e più che mai attento ai dettagli, confezionando un film che, pur differenziandosi dagli altri, non tradisce il filo comune della ricerca sull’identità di chi è giovane e ha ancora da scoprire molte cose, anche attraverso le più dolorose ed effimere illusioni…

Se vi è piaciuto questo film riscopritelo in: Jules e Jim François Truffaut (1962)

La lotta per l’identità ovvero Laurence Anyways (2012)

“Sulla salute riconquistata, sul rischio svanito,

 sulla speranza senza memoria scrivo il tuo nome…(Libertà)”

Dopo aver fatto esperimenti sul soggetto dell’amore materno, dell’amore vero e dell’amore narcisista, nel 2012 Dolan presenta a Cannes un film più maturo e stratificato dei precedenti, dove i due temi dei film precedenti ritornano intrecciati tra di loro. Ora è pronto per parlare direttamente e da vicino di quello che dichiara essere il fulcro di ogni sua storia: il personaggio che lotta per affermare se stesso contro il mondo, alla ricerca del proprio posto e della propria identità. Laurence Anyways è allora probabilmente tra i suoi film migliori (se non il migliore) per la chiarezza espositiva e la verità delle immagini che raccontano la difficile storia di Laurence.

Il protagonista è un insegnante, teneramente legato alla sua compagna Fred. Peccato che ai suoi trentacinque anni Laurence decide di svelare e vivere il proprio desiderio di essere una donna.

È un film lungo, intenso ma delicato, nel quale pian piano emergono i veri dolori di questo caos identitario moderno. Laurence è forte. Laurence è attuale e pop. Laurence è pronto non per una rivolta, ma per una rivoluzione.

La rivoluzione investe però tutto il suo mondo, e niente può tornare ad essere ciò che era. In particolare, ciò che rende il film davvero speciale è la storia e la prospettiva di Fred, quella che dall’inizio era la compagna e la complice amante di Laurence. Lei sceglie di non mentire a se stessa e di non abbandonare la persona di cui non smette di essere innamorata: prova ad accompagnare il suo uomo nel percorso che lo porta a negare il suo fisico virile, ciò che lei ha sempre adorato. Questo comporta l’attraversamento da parte di Fred di territori troppo dolorosi e troppo difficili, che forse non è pronta a percorrere.

Laurence deve invece affrontare se stesso, il suo rapporto difficile e ancestrale con la madre, e lo scontro con una società che non lo accetta.

A dispetto di ogni contraddizione, i personaggi sono costretti a vivere ogni desiderio e ogni sentimento. Fred esprime per Laurence un amore forse anche materno, per quanto viscerale. E per Laurence Fred è la donna A-Z, il principio e la fine di ogni cosa che riguarda l’amore. Per questo è un film perfetto: al suo interno è racchiuso un amore vero e impossibile che contiene tutto. E ognuno ha le sue ragioni: nessuno è più forte o migliore dell’altro. Il lasciarsi, il rincontrarsi, e poi ancora; è una storia senza inizio e senza fine, altamente lirica e realista allo stesso tempo. E anche qui, in qualche modo la donna è quella più debole e impreparata, che non riesce a superarsi, ma è anche quella che in qualche modo sa amare meglio.

È un film indimenticabile perché tratta il tema dell’identità di genere in modo sincero e amorale, e Dolan si mostra saggio e consapevole che l’amore se ne frega di ogni cosa, persino della nostra lotta personale più importante.

Se vi è piaciuto questo film riscopritelo in: il vostro film preferito di Pedro Almodóvar.

 

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