News

Ore 15:17 – Il clamoroso svarione di Clint Eastwood

Non so cosa faccia di una persona un eroe. E’ esattamente questo di cui parla il mio film, ciò che è successo a loro poteva succedere a chiunque. Oggi viviamo in un mondo in cui non ci sono sicurezze, puoi camminare su un marciapiede e qualcuno cerca di investirti. Tutti noi ci chiediamo cosa saremmo capaci di fare in una situazione del genere, e spesso non pensi che in realtà non c’è niente che puoi veramente fare, perché il fato gioca una grossa parte in tutto questo.

(Clint Eastwood)

È davvero difficile scrivere qualcosa che vada contro uno dei propri idoli cinematografici: prima di tutto perché difficilmente uno può essere onesto, e in secondo luogo perché il passo falso compiuto rischia di mettere in cattiva luce quanto di buono fatto in passato, specie per i lettori non amanti dell’autore citato. Proviamo ad essere sinceri. Ore 15:17 – Attacco al treno, è il terzo di una trilogia che Clint Eastwood ha voluto dedicare agli eroi americani segreti, quelli che hanno compiuto dei gesti importanti senza dover passare dalla prima pagina dei grandi giornali.

Un’operazione, quella messa in scena dal regista statunitense, che si pone come lente d’ingrandimento sul tacco duro degli uomini comuni del paese a stelle e strisce, vero motore della “potenza” americana, quasi parafrasando il discorso che trent’anni fa Bruce Springsteen cantava nel suo album Born in the U.S.A.

Ma passiamo ai fatti: su un treno diretto a Parigi, tre amici americani sventano una potenziale disgrazia avventandosi su Ayoub El-Khazzani, 26enne kamikaze salito sul treno con un kalashnikov e oltre 300 munizioni. Il coraggio mostrato dai tre verrà considerato un atto di estremo coraggio, tant’è che il presidente francese Hollande deciderà di premiare i 3 con il massimo riconoscimento della nazione, la Legion d’onore.

Scritta in questo modo, la storia potrebbe davvero interessare; peccato che il momento di apogeo dell’intero film si esaurisca tutto nel giro di 10 minuti, gli unici in cui possiamo riconoscere il vero Clint Eastwood: la luce è meravigliosamente realista, tesa a rappresentare la realtà nel modo più lineare possibile, concentrando l’attenzione sulle psicologie dei protagonisti; come nei suoi migliori film, la regia è asciutta e lineare, non ha bisogno di enfatizzare il momento o concentrare lo sguardo, ma si manifesta con un crescente emotivo legato alle immagini, che vanno dai primi piani ai carrelli, inframmezzati dai dettagli corporei della colluttazione.

Fosse stato un cortometraggio, avremmo gridato al capolavoro senz’altro. La realtà però ci porta alla considerazione più dura del film, e ad un quesito assai difficile da spiegare (e capire): come riempire oltre un’ora e venti prima di arrivare qui? Eastwood affida la stesura della sceneggiatura al giovane Dorothy Blyskal, che la trae dal romanzo The 15:17 to Paris: The True Story of a Terrorist, a Train, and Three American Heroes, scritto dai tre protagonisti della vicenda. Sebbene in prima analisi questa idea possa risultare la più efficace, la scelta si rivela catastrofica: non c’è mai uno sviluppo psicologico atto a mostrare una caratterizzazione dei personaggi, men che meno viene mostrato lo spirito eroico dei tre ragazzi, che quasi viene dato per assodato agli spettatori senza che la storia ne dia testimonianza.

Altro punto debole è la natura tematica di cui il film è imperniato: tutto il coming of age dei tre protagonisti è denso dei valori cari al regista, dalla fratellanza all’aspetto religioso, fino alla forte connotazione patriottica (apertamente criticata in diversi punti, come lo stato fatiscente del sistemo scolastico), ma a differenza di film come Gunny, Gran Torino o Sully, la retorica diviene pedante e moralistica, probabilmente legata anche all’ansia che si avverte lungo tutto il film, costruito in maniera frenetica e sconclusionata, nella fretta di arrivare alla sequenza madre della vicenda.

Un’ansia, che esplode in tutta la sua volubilità nel grand tour europeo, dove tra incontri casuali, discoteche e selfie, le grandi città del vecchio continente vengono ridotte a semplici cartoline, con tanto di “Volare” inserita nella più banale rappresentazione di Roma.

In tutto questo, i protagonisti?

Nonostante il gran numero di attori proposti, Eastwood ha pensato bene di far interpretare ai veri protagonisti dell’accaduto le vicende narrate, nel tentativo di ricreare sorta di linguaggio meta-cinematografico. I tre non sfigurano affatto (molto probabilmente, in lingua originale, l’effetto sarà ancora più apprezzabile), anzi, probabilmente aiutano a ricreare un’emozione quanto più reale possibile, anche nell’intelligenza di non sovraccaricare le emozioni.

Ho composto il cast intorno a loro tre, volevo vedere come reagivano sia i tre esordienti che attori professionisti a lavorare insieme. Volevo che Spencer, Alek e Anthony non perdessero il loro essere veri, reali, qualcosa che gli attori professionisti non possono riprodurre in un film. Per un attore è la cosa più difficile portare sé stesso davanti la macchina da presa, posso parlare per esperienza personale.

Una scelta che, insieme alla dichiarata volontà di girare in economia, fa onore a questo straordinario autore del cinema statunitense e mondiale, che, alla soglia degli 88 anni, ha ancora la libertà di fare quello che vuole. Ore 15:17 – Attacco al treno, rappresenta probabilmente il film meno incisivo della sua carriera, ma non vanifica quanto fatto. Un passo falso doloroso, ma perdonabile, aspettando il prossimo lavoro.

Rubando una citazione al vecchio Woody Allen, Provaci ancora Clint!

Leggi anche: L’era dell’Antieroe – Deadpool, Rorschach e Enzo di Jeeg Robot.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.