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De Andrè, Principe Libero

“Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare”.

La citazione del pirata britannico Samuel Bellamy appare nelle note di copertina di uno dei dischi più belli di Fabrizio De Andrè, Le Nuvole, e racchiude in poche parole l’essenza della vita e del pensiero del poeta genovese.

 “Un invito all’Hotel Supramonte, dove ho visto la neve”

Il film si apre e si chiude con la vicenda del rapimento di Fabrizio e della compagna Dori Ghezzi dalla loro casa di campagna in Sardegna. Nel mezzo, tutte le vicende che hanno accompagnato e plasmato il pensiero dell’artista. L’amicizia sincera e divertente con Paolo Villaggio, che lo spinge nella sua ossessione di esprimersi, comporre e suonare e lo sprona a rapportarsi col pubblico; l’incontro col poeta Riccardo Mannerini, in una collaborazione fondamentale nella formazione di Fabrizio; le profonde conversazioni e i lunghi dialoghi con il tormentato e cupo Luigi Tenco, culminato con la tragedia del suicidio nella nota edizione di Sanremo; il rapporto di amore e odio col padre, che rappresentava quella classe sociale mai amata da Fabrizio, ma al quale vuole riconciliarsi in punto di morte.

Ma anche il suo rapporto con l’amore, prima in una convivenza tormentata e riparatrice con Puny, la madre del suo primogenito Cristiano, costellata da continui litigi a causa dell’animo inquieto dell’artista, poi in un secondo momento con l’amore di una vita Dori Ghezzi. Con lei, Fabrizio trova la serenità che non aveva mai avuto e scopre veramente cosa sia l’amore per la persona che ti sta accanto, tanto da legarsi a lei in matrimonio. La vicenda del rapimento di Fabrizio e Dori, avvenuta quando si erano ritirati in campagna e stavano vivendo un’esistenza tranquilla, sottolinea maggiormente questo rapporto genuino fra i due, fatto di vero amore, rispetto e serenità d’animo.

“Grazie a te ho una barca da scrivere, ho un treno da perdere, e un invito all’Hotel Supramonte dove ho visto la neve, sul tuo corpo così dolce di fame, così dolce di sete”.

La città vecchia

Ad interpretare De Andrè si erge un magistrale Luca Marinelli, che indossa i panni del cantautore con eleganza e disinvoltura, senza voler per forza copiare scimmiottando l’artista, ma creandone una personale versione, credibile e godibile. Nonostante l’accento genovese sia sostituito da un leggero romanesco, a vederlo distrattamente sembra che Faber sia tornato in vita, anche grazie alla somiglianza fisica ed alle particolari movenze saggiamente riprodotte.

Il film ripercorre la vita di De Andrè fin da piccolo, quando era solo Fabrizio, e il rifiuto verso un violino che lo infastidiva al mento lo portò verso una chitarra che sarebbe divenuta “il prolungamento naturale delle proprie dita”.

Figlio di genitori benestanti, che vogliono imporre più che proporre, non ha mai digerito la conformità borghese e l’agiatezza nella quale era nato, rifiutando anche la facoltà di giurisprudenza intrapresa prima di lui dal fratello. Preferiva rubare vinili di Elvis scappando per le strade strette di Genova e lasciarsi andare agli stravizi, al whisky e soprattutto alle sigarette.

Ma più di tutto, è l’amore per la poesia e la curiosità di apprendere sempre cose nuove a dargli la spinta ogni giorno, caratteristica che si ritrova in quella sua ricerca spasmodica per la parola giusta nei testi, che fosse una parola corretta, non banale e per di più facilmente comprensibile.

Così Fabrizio trova dentro i versi delle sue poesie camuffate da canzoni quella valvola di sfogo per raccontare la sua visione del mondo, alla ricerca di un piano oltre la normalità.

Le sue paure e le sue incertezze che lo accompagnano nella vita quotidiana vengono gettate come parole su di uno spartito, quasi a esorcizzarle. Cercando di scrivere quello che nessuno mai aveva provato a raccontare fino ad allora: piccoli particolari o storie invisibili. I soggetti delle sue poesie in musica sono spesso persone isolate ai margini della società e per questo dimenticate. Ed è in loro che si scorgono sentimenti veri e degni di essere descritti, dai quali nasce quella magnifica capacità di raccontare verità agghiaccianti attraverso l’uso sapiente della metafora.

Anche se Fabrizio non indica soluzioni, non è mai giudicante o moralista, e, raccontando cose che il suo stile e la sua timbrica rendono subito importanti, lascia chi ascolta a trarre le conclusioni.

“Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni più le spese. Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non son gigli, son pur sempre figli vittime di questo mondo”.

La canzone di Marinella

La continua ricerca degli emarginati e dell’emarginazione stessa, porta anche un disprezzo per le opinioni dominanti. In particolar modo negli anni ’70, quando le idee preponderanti erano soprattutto di sinistra perfino nei circoli borghesi da lui frequentati. Convinto che una massa di persone che condivide un’ idea in qualche modo la renda infetta, De Andrè prende la strada dell’anarchismo individualista. Così all’epoca delle lotte, la sua poetica veniva bollata come disfattista e decadente, senza apprezzarne appieno la genialità.

Come accade troppo spesso, è con la morte prematura del’artista che la massa inizia a volgere il suo punto di vista e le opinioni di pochi diventano il pensiero di tanti. Così oggi, esaltiamo la figura di De Andrè con triste nostalgia, pensando alla ricchezza e alla profondità delle sue composizioni. Quella capacità pittorica di rappresentare una situazione, con poche parole ma precise e perfette, con quell’accompagnamento vocale particolarmente connesso con le tematiche ed il suo mondo. Il perseguimento di una morale, che si sintetizza molto spesso in un rovesciamento di ruoli e che spesso emerge con sarcasmo, ma inondato da un’atmosfera cupa colma di pessimismo e tristezza. E soprattutto la musica, sempre strettamente incorporata alle tematiche delle sue canzoni, che si mescola in simbiosi perfetta con le parole e la sua voce.

“E come tutte le più belle cose, vivesti solo un giorno come le rose”.

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