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The Shape of Water – Dolci, magnifici mostri

Sin dall’infanzia sono stato fedele ai Mostri. Loro mi hanno salvato e assolto.
Perchè credo che i mostri siano i santi patroni delle nostre benedette imperfezioni e perchè concedono e incarnano la possibilità del fallimento.
Per 25 anni ho realizzato storielle molto strane, fatte di emozioni, colori, luce e ombra. E in molte occasioni, molte precise occasioni […] queste storie, queste favole, hanno salvato la mia vita.

Singhiozzando, con una voce stroncata da un groppo in gola e dalle lacrime che scendevano lungo le sue gonfie guance, Guillermo Del Toro ha accettato il Golden Globe come Miglior Regista con queste parole.
Parla di favole, di racconti bizzarri quanto intriganti, di perversi quanto infantili, raccapriccianti quanto dolci.
Guillermo Del Toro ha fatto l’amore per anni coi mostri, e con La Forma dell’Acqua ha trovato una fiamma vivacissima con radici classiche: un film romantico, per chi trovava del romantico fantasticando sui B-Movie degli anni ’50.  Romanticismo per i Geek, Romanticismo per gli esclusi, Romanticismo per i suoi mostri.

La Forma dell’Acqua vede protagonisti Elisa Esposito, donna muta e orfana capace di comunicare solo attraverso la lingua dei segni, e la Creatura, interpretata da Doug Jones, camaleontico collega di Del Toro sin dai tempi di Hellboy, 14 anni fa. I due si incontrano in una base militare, dove Elisa, interpretata da una magistrale e silente Sally Hawkins, lavora come addetta alle pulizie, ed all’ interno della  quale rimane stregata dalla creatura e mostra ad essa compassione, mossa da curiosità e da un’affinità inspiegabile.
Ad accompagnare questa singolare coppia c’è un grande cast di personaggi ben delineati, interpretati da esperti attori caratteristi come Michael Shannon, Richard Jenkins e Octavia Spencer.
Queste macchiette si muovono, per citare Richard Jenkins all’inizio del film “in una piccola città vicino alla costa e lontana da qualsiasi altra cosa, negli ultimi giorni del regno di un principe”. In altre parole, in una normale cittadina americana negli anni ’50.

L’ambientazione antiquata non viene per caso: se nel precedente Crimson Peak Del Toro cercava di evocare lo spirito dell’horror di Mario Bava e Dario Argento, qui la base è Il Mostro della Laguna Nera e il cinema fanta-horror che Elisa avrebbe potuto vedere, nel cinema sotto la sua dimora.
Tuttavia Del Toro è sempre stato capace di prendere a piene mani dal passato e innovarlo con le sue idee e le sue convinzioni: l’estetica anni ’50 ne esce immacolata, una perfetta trasposizione, ma le politiche dell’epoca, tra la paranoia dell’era McCarthy e della Guerra Fredda, le discriminazioni razziali e sessuali e la granitica testardaggine del Sogno Americano, vengono tutte presentate organicamente con l’intento di irritare lo spettatore. Questo avviene avvicinando i reietti della società attorno alla figura del mostro tanto caro a Del Toro, in modo forse non originale, ma immensamente importante per i nostri tempi e per i tempi dei protagonisti della pellicola.

Va detto però che ciò su cui ci si sofferma non sono tanto questi temi tangenziali, ma lo sviluppo del rapporto tra Elisa e la creatura, che si evolve quasi esclusivamente attraverso gesti, sguardi, sorrisi e magia, quel tipo di sospensione dell’incredulità che si chiede ai bambini nelle favole, per credere che la principessa voglia baciare il rospo.
Sebbene criticabile per la prevedibilità dello sviluppo della trama, Del Toro la usa per allestire scene di intimità di estrema ingegnosità, con sequenze immediatamente iconiche che rendono anche una coppia tanto assurda, al limite del parodistico, credibile e ammirabile.

Per quanto Del Toro, la sua intuizione registica e la sua visione siano da lodare, sarebbe un crimine non lodare anche gli elementi della produzione che rendono le sue fantasie realtà.
In primis, la troupe dietro i costumi, il make up e il design della creatura sono i veri eroi della pellicola: 7 anni dopo l’inizio del suo concepimento, il mostro anfibio si presenta per lo più con effetti pratici, che, affidati all’ormai allenato Doug Jones, rendono il mostro non solo reale ma desiderabile.

La colonna sonora, affidata all’esperta bacchetta di Alexandre Desplat, è un’altra preziosa freccia nella faretra del film, capace di evocare un senso di meraviglia e dolcezza unico, che accenna comunque alla natura più aliena della trama, complimentandola perfettamente. L’uso di canzoni dell’epoca, inoltre, è utilissimo per far scivolare la mente dello spettatore nel periodo e nel cinema tipico del periodo stesso, nonostante le innovazioni che Del Toro e il suo team portano.

Pur non essendo assolutamente originale o realistico nella sua realizzazione, l’ultima creazione del regista messicano mira a evocare sensazioni fanciullesche nella loro semplicità e assurde nella loro esistenza, e il bersaglio è perfettamente centrato.
Del Toro narra con gusto una nuova moderna favola, affascinante e ispirata, capace di strappare un sorriso dalle labbra e un angolino nel cuore dei cinefili desiderosi di flirtare con l’impossibile, come innamorarsi di una voce che non si potrà mai sentire sussurrare dolcemente all’orecchio.

Leggi anche: I messicani alla conquista di Hollywood

Enrico Sciacovelli

Un altro di quei tipi che parla troppo di film e vorrebbe essere pagato per farlo, anzichè lamentarsi dell'ultimo Transformers senza successo.

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