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E’ solo la fine del mondo – Il dramma sta nell’assenza

 

La trama dell’ultimo film di Dolan è estremamente semplice: lo scrittore Luis decide di far visita alla famiglia che non vede da dodici anni per comunicargli la sua futura morte. Il film si svolge come una pièce teatrale (infatti è tratto dall’omonimo spettacolo di Jean-luc Lagarce): stessa ambientazione, stessa situazione, dialoghi serrati, recitazione ben marcata.

Apparentemente, però, la trama è fin troppo semplice. Non ci desta alcuna curiosità. Come può infatti entusiasmarci una vicenda di cui sappiamo la fine già dai primi cinque minuti?

Se ci pensiamo bene, effettivamente noi spettatori sappiamo gran parte della storia fin da subito. Non siamo turbati, perché il protagonista stesso ci confida in che direzione andrà la vicenda. Eppure, uno stato di angoscia cresce lentamente in noi. Non sappiamo bene come, ma sentiamo di non essere a nostro agio. Questo accade perché, nella nostra testa, non sorge la domanda “Cosa?”, ma “Come accadrà?”. E’ questa la domanda che ci tiene incollati allo schermo. E’ questa la domanda che ricopre il film di un’aura di ineluttabilità biblica.

Qui infatti sta tutta la forza della prolessi: l’espediente narrativo che consiste nell’anticipare un evento che accadrà nella storia, per creare angoscia nello spettatore.

Ma Dolan non si limita a questo e riesce a rendere la sua opera ancora più disturbante.

Nel corso della storia infatti veniamo a conoscere i vari membri della famiglia: la sorella minore Suzanne, che vede nel fratello un padre mancato e prova un forte senso di abbandono; il fratello maggiore Antoine invidioso di Luis per essere riuscito a scappare dalla città d’origine e aver fatto fortuna; la cognata Catherine, una donna gentile, che col suo perbenismo cerca sempre di mettere tutti a loro agio; infine la madre Martine, piena di ammirazione per Luis e fiduciosa che la famiglia possa ritrovare un dialogo…

Ma non c’è dialogo fra i vari membri famiglia, non c’è mai stato o forse è venuto a mancare.

E qui la storia si complica: i vari sentimenti che legano i personaggi a Luis lo inducono a procrastinare il fatidico annuncio. Eppure la tensione sale. Tutti capiscono che c’è qualcosa che non va, intuiscono che il ritorno di Luis non è senza motivo, sospettano che lui non è tornato per restare. Ma non sanno il motivo…

Il dramma sta tutto qua diceva Pirandello: nell’assenza di qualcosa. Perciò, lentamente l’assenza di un motore tragico all’interno della vicenda, accresce la nostra angoscia. I dialoghi poi, efficacemente futili, incentrati su argomenti inutili per il proseguo della trama, non fanno altro che cristallizzare il ritmo narrativo e accentuare ancora di più il clima di tensione, che viene a crearsi.

Proprio questa mancanza di dramma, infatti, con lo scorrere del tempo, provoca l’esplosione della disfunzionalità e dell’incapacità di comunicare dei vari membri della famiglia, che con litigi e strepiti cercano di coprire il silenzio. Ma Luis continua a tacere imperterrito, rivelando tutta la sua apatia e la sua freddezza che servono proprio a bloccare la trama. La tensione cresce nel suo silenzio.

Come se non bastasse, la macchina da presa indugia morbosamente sui primi piani degli attori, fotografati con dei teleobiettivi, così da isolare i loro volti e lasciare il resto dell’inquadratura fuori fuoco. In tal modo i movimenti e le espressività dei volti sono accentuati fino al limite della sopportazione, inducendo nello spettatore un bisogno di spazio e di apertura di campo.

Inoltre la musica di violino e arpa accompagna i momenti di maggior tensione e amarezza evidenziandone l’importanza. La colonna sonora ci trasmette ora un sentimento di insostenibile angoscia ora di malinconico malessere.

“Perché non gli dice niente?”, “Quando vuole dirglielo?” pensiamo noi spettatori.

Infatti, a differenza degli altri personaggi, sappiamo cosa vuole dire Luis, ma non possiamo parlare. Vorremmo tanto interagire nella vicenda, ma non possiamo. Siamo separati dallo schermo.

Il cinema è un’esperienza linguisticamente mediata. Il cinema è un mezzo che ci fa provare delle emozioni, mostrandoci una vicenda, senza però darci la possibilità di interagire con essa. Dolan conosce bene questo concetto e ci gioca magistralmente.

Si crea infatti un doppio livello di incomunicabilità: l’incomunicabilità che lega i personaggi fra loro e quella che ci lega alla vicenda. Nessuno può comunicare con nessuno.

Perciò, alla fine, Luis tacerà per sempre. Non dirà a nessuno il suo segreto.

E’ un annuncio mancato quello di Luis, un’ineluttabilità mancata che proprio nel non dire scatena il più angosciante dei drammi. E Dolan ci lascia consumare nella pena che proviamo per gli altri personaggi, perché capiamo che loro non sapranno mai cosa intendeva dirgli Luis né tantomeno lo rivedranno più.

Quindi, per concludere, non è nel rumore che nasce il dramma, ma è nel silenzio pieno di segreti che si nasconde la vera disperazione.

 

Leggi anche: I primi film di Xavier Dolan-Un sorprendente laboratorio artistico

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