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Mudbound – “Love is the answer”

Un film creato al femminile e pluri candidato: dall’autrice del libro da cui è tratto, Fiori  nel fango, Hillary Jordan, alla giovane regista e co-sceneggiatrice Dee Rees – prima donna nera nella sua categoria, fino alla nomination Oscar per Rachel Morrison alla ‘Miglior fotografia’, prima donna della categoria nominata. Fotografia realizzata in maniera raffinata, usando volutamente solo luce naturale, così da restituire delle atmosfere autentiche.
E ancora non dimentichiamo la non facilmente riconoscibile Mary J. Blige, pluri nominata nella categoria ‘Miglior Attrice non protagonista’ tra i Golden Globes, gli Oscars e i Critics’ Choice Award, ed anche la nomination per ‘Miglior Canzone’ con “Mighty River”.

http://www.artesettima.it/2018/01/23/oscar-2018/

Non è la prima volta che uno “streaming-movie” Netflix approda agli Academy: è accaduto lo scorso anno con Hell or High Water con quattro candidature. Anche se Mudbound non è una produzione originale Netflix, è stato proiettato in alcune sale americane per far sì che possa partecipare come da regolamento agli Oscar.

Ma Torniamo a Mudbound: perché così tanti riconoscimenti?
Mudbound parla di sacrifici, speranze, di guerra, di riscatto, amicizia, intolleranza e tolleranza, di confini superati, forza, sopravvivenza, famiglia.

Ben due famiglie: i McAllan e i Jackson. Diverse, opposte: una di bianchi e una di afroamericani, che finiscono per convivere nella stessa terra, separate da diritti civili differenti, nel Mississippi degli anni ’40.

Solo con il dipanarsi della storia e degli intrecci, che emerge l’importanza e la forza della pellicola.

I McAllan – Henry, con sua moglie Laura, le loro due figlie, il padre di lui e il fratello Jamie – finiscono a vivere in campagna per errore. Sì, da dover finire in una bella villa di città, comprata dall’apparentemente sicuro di sé Henry, ma truffato e venduta ad altrui, finiscono per sistemarsi nell’unico possedimento di famiglia: una casetta-rudere tra campi coltivati e fango.

Uno shock per Laura (Carey Mullingan) brava pianista, rispettosa insegnante, abituata ad altri standard di vita, speranzosa di migliorarli sposando da giovanissima Henry (Jason Clarcke), primo uomo capitato nella sua vita, marito che forse non ha mai amato davvero.

Laura è una moglie come tante altre: non può dire mai di no. Accettare più volte che il marito le nasconda importanti dettagli, dover vivere in cinque in un ambiente unico, senza stanze separate, accettare l’assenza di privacy dovuta dal fatto che non esista un bagno, dover eliminare il pianoforte per far spazio al suocero autoritario e razzista… Ah no, quello assolutamente non lo può accettare: è l’unico ricordo di civiltà che ci rimane come lei afferma, imponendosi per la prima volta su Henry. Di certo non è la vita che si aspettava.

Spaesati e inesperti della vita dura e sporca dettata dal cielo e dalla terra, i McAllan non possono che chiedere una mano ai Jackson, gli unici “vicini di casa”, i quali non possono non accettare le “offerte di lavoro” da parte della famiglia bianca, capitata nella loro vita dall’oggi al domani. Immaginate il supplizio dei Jackson nel sentirsi in dovere nei confronti dei McAllan, perché dire “no, non posso” equivale al “non si sa se ci arrivi al giorno dopo”.

Dover subire la condizione di inferiorità, sebbene consapevoli di non essere schiavi, una condizione ormai superata, ma di essere una famiglia libera, liberi però solo sulla Carta, e coltivare l’ambizioso sogno di possedere una terra tutta propria e vivere in una villa, anziché in sei in una capanna. Hap e Florence (Mary J. Blige) sono dei genitori esemplari, da buoni cattolici insegnano ai loro figli i valori del sacrificio, della collaborazione, della fratellanza, del sapersi accontentare di poco, della condivisione.

Un fattore in comune

Entrambe le famiglie subiscono la partenza di un componente per combattere nel secondo conflitto mondiale: Jamie McAllan (Garret Hedlund) – fratello minore di Henry, molto affezionato alle bambine e a Laura – come pilota, e di Ronsel (Jason Mitchell) il figlio maggiore dei Jackson, come soldato. Per entrambi i giovani quest’occasione, malgrado drammatica, rappresenta una via di fuga dalla triste e monotona vita dei campi, servirà per farsene vanto, sentirsi qualcuno, distinguersi. Infatti durante la guerra, scoprono altri valori della vita, quali amicizia, solidarietà…ma anche divertimento, sebbene alternato a momenti tristi. Soprattutto Ronsel in Europa fa una grande scoperta: lì non viene discriminato in quanto nero, anzi ha possibilità di salire di grado, viene rispettato, ha degli amici e conosce l’amore. Non crede a sé stesso: una donna ariana che si innamora di lui!  Tutta l’esperienza del conflitto lo cambia, lui si sente un uomo, non più un ragazzo, ha coscienza di sé e dei sui diritti… sarà difficile per lui tornare a casa e fare marcia indietro dopo aver superato certi traguardi e pregiudizi. Sua madre Florence prega ogni santo giorno perché torni.

Ronsel, a fine della guerra, lascia la sua donna e torna sano e salvo, ma con un pesante cruccio: la sua vita nel Mississippi non continuerà ad essere la stessa, teme di perdere quello che ha conquistato, teme appunto in quella marcia indietro. Ed è effettivamente così. Mudbound è su questo che ci fa riflettere.

Discriminazioni, insulti e minacce tornano ad essere all’ordine del giorno (specialmente dal vecchio McAllan, particolarmente razzista). Medaglie e cariche ricevute da reduce di guerra perdono ogni valore per i suoi conterranei americani.

Due vite che convergono

Anche per Jamie il rimpatrio non è del tutto sereno. Gli incubi si fanno vivi durante la notte e i traumi psicologici durante il giorno. I suoni assordanti che gli rimbombano nella testa, la perdita di stima da parte del padre, e vivere un amore impossibile, non lo aiutano di certo a mantenere un self control, facendolo sprofondare nell’alcol.

Casualmente i due reduci di guerra si incontrano: si comprendono al volo, nasce un’amicizia aldilà dei bounds della razza.

Se fino ad ora, nello svolgimento lento e meno drammatico, i protagonisti e i temi affrontati parevano essere altri, è da tal momento in poi che avviene la svolta. E le vicende delle due famiglie finiscono per convergere in una via più drammatica.

È incredibile come l’amicizia manifestata senza vergogna tra un nero e un bianco possa diventare la miccia per un esplosivo: viene fuori tutto l’odio e il disprezzo per entrambi, nessuna pietà neanche da parte di un padre, profondamente offeso nell’orgoglio. La trama cresce di dinamicità di pari passo con la crescita della violenza, inaspettata agli occhi dello spettatore. Scegliere sul destino di un amico è una delle torture peggiori; cercare di salvarlo, è uno dei prezzi più alti da pagare.

Ma è altrettanto inaspettata la forza e la resistenza con cui viene affrontata la violenza.

Mudbound, seppure fra toni cupi, drammatici, fangosi, è la storia della lotta per la libertà, della rinascita, della sopravvivenza per amore: solo il pensiero che c’è almeno qualcuno nel mondo che ti ama, che ti aspetta in virtù di una vita migliore, è la chiave nella vita.

Mi permetto di citare alcune frasi della canzone Mighty River intonata dalla stessa J. Blige, che sono state per me significative alla luce della comprensione del messaggio finale del film: “Life is a teacher”, “I’m a believer” e specialmete “Love is the answer”.

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