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Sons Of Anarchy – L’empatia che ti segna l’anima

Scrivere di una serie così meravigliosa non è mai facile, specie cercare di rendere l’idea del capolavoro di cui stiamo parlando. Sons of Anarchy è a mio avviso una delle serie migliori di sempre, una di quelle che è capace di farti provare qualcosa che ti accompagnerà anche dopo aver visto l’ultimo episodio. Ci vuole una certa sensibilità per mettere in scena allo stesso tempo qualcosa di estremamente violento e qualcosa di estremamente dolce, romantico. Già, in SOA c’è tanto amore, circondato da tanta violenza, la quale, spesso, è proprio conseguenza di esso.

Il grande ideatore di questo capolavoro è Kurt Sutter, il quale partendo dalla rilettura delle tragedie shakespeariane, e in particolare dall’Amleto, ha sceneggiato questo dramma in motocicletta. Proprio come Shakespeare, anche Sutter segue il folklore norreno, secondo il quale ogni personaggio segue il proprio destino, pagando o gioendo delle azione compiute durante il suo percorso.

Il nostro protagonista è Jax Teller, ragazzo che fa parte di una gang di motociclisti (comunissime nelle west coast americana) che vive di illegalità per tirare a campare. Suo padre, già deceduto nel lasso temporale in cui la serie comincia, era il leader del gruppo, nonché uno dei fondatori. Tuttavia la storia comincia quando Jax trova il diario di suo padre, dal quale scopre che il suo mito su motocicletta in realtà era un uomo di una profondità spaventosa, un uomo pentito delle sue azioni, un uomo che non ha saputo tenere a bada la situazione finché quello che inizialmente doveva essere un gruppo di amici con il mito dell’on the road e dello stare insieme, si è trasformato in una macchina di delitti e sofferenza, macchiandosi con l’illegalità e col sangue.

Ed ecco che parte la crisi interiore di Jax, assieme ai fili che muovono la serie, cosa che porterà il nostro protagonista a fare delle scoperte inquietanti sul probabile coinvolgimento di chi gli sta attorno riguardo all’incidente che è costato la vita a suo padre. Forse qualcuno sapeva ciò che John (è così che si chiama il padre di Jax) stava pensando, qualcuno conosceva la sua volontà di uscire dai traffici illegali e da quel mondo di violenza; e quel qualcuno probabilmente era troppo legato al soldo per permettere che ciò potesse accadere.

Ora, la serie si sviluppa con la consapevolezza di questa situazione solo in Jax e nello spettatore. Nelle stagioni a venire assisteremo alle crisi di Jax, alla sua volontà di seguire quel sogno che era costato la vita al padre, volontà esplicata specie dopo aver incontrato nuovamente Tara, una sua vecchia fiamma che diventa  la donna della sua vita, e dopo aver avuto con essa due splendidi bambini.

All’interno di questo scenario assisteremo alle aspirazioni di vendetta di Jax verso coloro che avevano tramato la morte di suo padre, persone con cui è costretto a condividere la quotidianità, persone che fanno parte della sua stessa famiglia carnale. Assisteremo a storie di amicizia meravigliose, a dolori inesplicabili, vedremo tanto amore, tanta morte, tanto odio e tanta speranza.

Jax vivrà la stessa situazione del suo vecchio, divenuto ormai padre anche lui e spaventato dalla possibilità che i suoi amati bambini possano in futuro pagare le conseguenze delle terribili azioni che lui ha compiuto; cercherà di redimersi, di tornare sulla retta via per proteggere le persone che ama, scontrandosi però con un mondo in cui l’ideale spesso non può coincidere con l’azione.

Un mondo in cui come ricordava Manzoni nel suo Adelchi: “Loco gentile, ad innocente opra non v’è, non resta che far torto o patirlo” che parafrasato vorrebbe proprio dire che in questo mondo non c’è spazio per le buone intenzioni, spesso il disegno del quale siamo parte ci costringe ad essere qualcosa che non siamo e non sentiamo, ci costringe a fare del torto e della violenza contro la nostra volontà, o per non essere a nostra volta vittime della violenza di qualcun altro.

Stiamo parlando di Amleto, la cosa diventa sempre più palese, come il principe della Danimarca,  Jax fingerà di essere qualcuno per poi vendicarsi e mostrare le sue vere intenzioni una volta raggiunto il suo obiettivo di redenzione. Ma se c’è una cosa che la tragedia occidentale, fin dai tempi di Sofocle ci ha insegnato è che alla fine tutti siamo vittime, spesso dei nostri stessi ideali, e tutti, ad un certo punto, pagheremo le conseguenze della nostre azioni effettive.

Le conseguenze che Jax pagherà non possono essere immaginate o esplicate, quando assisteremo a quello che avviene nella vita di Jax la nostra anima ne verrà segnata, tanto dolore non è neppure pensabile e l’empatia che ormai si è creata con il personaggio sarà tale che quel suo impensabile dolore sarà anche in parte nostro.

In molti hanno accusato la serie di un inutile estetica della violenza, ma bisogna guardare la questione da un punto di vista differente. Così come Kubrick aveva magistralmente fatto in Arancia Meccanica, qui la violenza estrema è in realtà manifesto contro la violenza stessa: Sutter sta mostrando cosa è l’America, un paese in cui il secondo emendamento fa sì che la vita sia segnata dalla violenza, dalla morte, dalle armi; e d’altronde, come affermava il drammaturgo Anton Cechov: “se in scena appare una pistola, bisogna che essa spari”.

Come abbiamo già detto, SOA è anche tanto amore, forse è il sentimento latente più profondo nella serie, esso è sempre presente; spesso è un amore talmente potente da diventare odio in un attimo, e là dove spesso scorgeremo quell’odio, guardando attentamente troveremo una dolcezza spaventosa.

Nel mondo in cui i nostri biker si muovono, un mondo in cui fare la cosa sbagliata è molto più facile che fare quella giusta, assisteremo al dramma per eccellenza, il dramma che resta interiore, quello che non si realizza e che attanaglia Jax riempiendolo di veleno a tal punto da toccare il fondo e svegliarsi ogni mattina con più pesi sulla coscienza della sera precedente.

Jax si macchierà di azioni atroci, sempre seguendo quell’ideale di speranza e redenzione, al punto da insinuare nella mente dello spettatore diverse domande su quella che è la vera natura di Jax:

E’ davvero quello che pensa di essere nelle sue idee? 

O in realtà è quello che effettivamente appare guardando alle sue azioni?

E’ uno spietato assassino oppure un uomo che cerca disperatamente di fare del bene, anche a costo di continuare a perpetrare il male?

Stanco della violenza, stanco del dolore e soprattutto distrutto da ciò che questo tipo di vita gli ha tolto, anche Jax si porrà questa domanda. Questo tipo di vita in cui è condannato a vivere non l’ha scelta lui, è quella nella quale è cresciuto, data la posizione di suo padre nel club e da cui ora più che mai vorrebbe tirarsi fuori. Jax sa che non facendo nulla condannerebbe i suoi figli a crescere nello stesso ambiente nel quale lui è cresciuto, ambiente che li porterebbe a fare quel che lui ha fatto.

Ed è proprio a questo punto che il nostro protagonista prende una drastica decisione. Il tempo dell’idealismo è finito, Jax si mette in pace con se stesso, capisce di essere quella che lui stesso definisce in una delle scene finali “una cattiva persona”, capisce di essere un assassino e capisce che l’unica cosa che gli resta è quella di sacrificarsi in nome del futuro dei suoi bambini, colpevoli di nulla per meritarsi una vita del genere. Nell’ultimo giorno della sua vita Jax decide di fare solo qualcosa di buono, decide di risolvere le questioni che aveva in sospeso, fino ad avere un dialogo con suo padre, o meglio, di fronte al punto in cui suo padre era morto in quel terribile incidente.

Qui assistiamo a due uomini dall’animo buono che sono passati alla storia come due assassini, assistiamo alla liberazione interiore di Jax che al tempo stesso maledice suo padre per non aver fatto tutto il possibile per evitare che la situazione degenerasse. Resta solo una cosa da fare, e sulle bellissime e magiche note di “Come join the murder” dei Buffalo, assistiamo al congedo di Jax da questo mondo infame, il mondo che ne ha testimoniato la propria distruzione interiore restando immobile e ostacolando il suo tanto agognato ideale. Ed ecco che l’anarchia, mai in realtà esistita, per un attimo viene sfiorata da Jax; anarchia che vuol dire, almeno per i pochi ed ultimi secondi della sua vita, libertà.

Cosa ci resta di questa immensa serie? Ci resta la certezza, seppure dolorosa, che ogni azione a cui abbiamo assistito, anche la più dolorosa e riprovevole, quella che ci ha fatto piangere e disperare e odiare, non era mossa da altro se non da un amore tra i più potenti visti sul grande e piccolo schermo.

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