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Harry Potter e i Doni della Morte pt.1 – Un ballo che sfugge all’Oblio.

Se c’è una cosa che contraddistingue Harry Potter e i Doni della Morte pt. 1 è l’intensissima capacità di ritrarre un grigio indelebile.

E’ il penultimo film della più grande saga fantasy che il mondo recente abbia conosciuto, sia letteraria che cinematografica.

E’ un penultimo film che, forse, raggiunge l’apice della poetica di Harry Potter, svincolandosi sia dal lato infantile che da quello tenebroso nel modo più canonico.

Non il più bello attenzione, ma quello dalla poetica più complessa, sospensiva nel non canalizzare l’attenzione su eventi dinamici, nemici oscuri, o emozioni più semplici, ma svilupparsi in una stasi totale.

Una staticità grigia nel suo vagare attendendo, senza più connessioni con il suo passato, giunta al punto di non ritorno ma non ancora matura per combattere.

E’ un film che inizia e si sviluppa nell’Oblio, dal momento in cui Hermione cancella la memoria ai suoi genitori, fino alla morte Dobby. Un film appunto di alienazione necessaria, di sofferenza che silenziosamente si insinua, portando una amalgama di emozioni negative silenti e complesse da comprendere, tali da corrodere il tempo stesso  del film, lento e senza momenti di luce.

Senza, o quasi sarebbe meglio dire. Perché ci sono piccoli essenziali barlumi in quest’opera, barlumi della speranza più primordiale, riscoperta prima della fine.

Su tutti, un momento. Un momento che nel libro non esiste, ma che per la scelta filmica di David Yates risulta di una potenza fin troppo spontanea, poiché necessaria a ricordarci cosa abbia sempre voluto dirci la fiaba divenuta oscura, per poi perdersi nel grigio, per poi infine ritrovarsi.

E’ il momento in cui, rimasti senza Ron, Harry ed Hermione,  smarriti in quell’Oblio che non rende più certe le ragioni della loro speranza, della loro lotta contro il male, in un istante sconfiggono, o meglio sradicano, con un ballo la disperazione.

https://www.youtube.com/watch?v=ukM0AGLMsq8

La canzone viene proprio da quella radio che sussurra i caduti in guerra. Quella radio che per tutto il tempo ascoltano, sperando di non udire i nomi di quei pochi amici rimasti, divenendo quasi l’unico contatto con quella realtà in parte scomparsa, in parte smarrita, d’un tratto inizia a cantare.

Il tempo passivamente immobile, solo per un momento, decide attivamente di fermarsi, di rispondere a quella grigia sospensione con un’istante di dolcezza assoluta.

A quel passato che più non esiste, i due protagonisti concedono un sorriso.

A quel futuro ancora tragicamente incerto, i due protagonisti rispondono con una danza liberatoria.

La radio svanisce, la musica pervade tutto il silenzio che aveva prevalso, dimentica tutta l’apatia che aveva angosciato nel modo più subdolo, senza esplicitare negatività ma trattenendola tutto il tempo, raggiungendo una catarsi fortissima.

Perché per tutto il film si è trattenuta l’emozione, ed in un istante ci è concesso di esplodere, senza parole che medino il processo emotivo,  ma direttamente nella massima spontaneità che solo l’intesa di due amici, in un ballo, con una canzone possono darci.

Ed è questa la potenza dell’immediatezza visiva, in un film dove le parole fanno piuttosto da contorno a sguardi smarriti, cieli grigi e corpi indeboliti dalla paura, basta riempire d’un tratto il silenzio di speranza ed il colore invade l’animo prima ancora di poterlo vedere.

La canzone, O Children di Nick Cave, infine completa quella poetica di un grigio che decomprime i suoi colori nascosti, con le giuste parole.

“O children
Lift up your voice, lift up your voice
O children
We have the answer to all your fears
It’s short, it’s simple, it’s crystal clear
It’s round about and it’s somewhere here
Lost amongst our winnings”

“Oh, bambini
Alzate la vostra voce, alzate la vostra voce
Oh, bambini
Abbiamo la risposta a tutte le vostre paure
E’ breve, è semplice, è cristallina
E’ da qualche parte, qui attorno
Persa tra le nostre vincite”

Così, in un film che sembra eterno, che con gli stratagemmi più sottili porta noi stessi spettatori nell’oblio, ad un passo da dimenticare la speranza eterna di Harry Potter, quell’istante è un elemento indelebile, necessario per ricordare, necessario per riscoprire la volontà di non mollare, ancora una volta, prima dell’ultima battaglia.

Andrea Vailati

"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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