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Prison Break – Michael e la prigionia della Ragione

Il 2005 è un anno ricco e complesso.

Viene a mancare Papa Giovanni Paolo II,  l’atleta di Dio. La fumata bianca qualche mese più tardi eleggerà Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger, l’ottavo papa nella storia che si dimetterà dalla carica di pontefice. In estate l’uragano Katrina si abbatte sulle coste americane, spazzando via la città del Blues, New Orleans. La Juventus vince il suo 28° scudetto, Lance Armstrong trionfa sugli Champs Elysees per il 7° Tour De France consecutivo. Entrambi i successi, per ragioni diverse, saranno revocati qualche anno più tardi. Agli Oscar trionfano The Aviator di Martin Scorsese e Million Dollar Baby di Clint Eastwood. 

I cinque anni che hanno preceduto il 2005 sono stati caratterizzati dall’ascesa di alcune fra le più importanti serie televisive di sempre:  The Sopranos, Lost, The Wire. Il format, rispetto al cinema, sembra più adatto a raccontare la realtà che circonda lo spettatore, repentinamente “catapultato” nelle vesti dei protagonisti delle singole vicende.

D’altronde, chi non vorrebbe essere Tony Soprano?

In questo contesto è facile che un’idea, seppur innovativa, venga scartata per timore dell’immane confronto. Ciò accade a Paul Scheuring, un semi-sconosciuto sceneggiatore che nel 2003 si presenta alla Fox speranzoso di realizzare il suo progetto: una serie TV in cui il protagonista, un giovane ingegnere di nome Michael Scofield, entra in carcere volontariamente convinto di poter far evadere il fratello Lincoln, condannato a morte a causa di un misterioso e sospetto omicidio.

La Fox inizialmente, non totalmente convinta dalla portata del progetto, declina l’offerta di Scheuring. Ma soltanto un anno più tardi ci ripenserà: commissiona allo stesso Scheuring la scrittura dell’episodio pilota della serie Prison Break.

 

Il 2005 è quindi anche l’anno dell’apertura dei cancelli del carcere di Fox RiverUna livella sociale laddove tutti sono uguali, distinti unicamente per i loro tratti animali e per l’efferatezza del crimine commesso, dove Michael dimostrerà ciò che Darwin definì capacità di adattamento. Non importa se diverso dagli altri, Michael in carcere è un galeotto e un galeotto sarà per gli altri. Persuaderà chiunque dubitasse della sua finta storia criminale, si improvviserà all’occorrenza navigato uomo di strada. Insomma la sua storia sarà una menzogna, ma una menzogna a cui crederanno tutti. 

Perché questo è Michael. Ciò che Aristotele definisce animale razionale. Uno che, in un mondo fra pari come il carcere, fa della Ragione la sua arma in più. Decreta la superiorità di quest’ultima sull’Istinto, del ragionamento deduttivo sul ragionamento induttivo. Insomma, Michael è capace da un singolo particolare di elaborare un ragionamento amplesso e corretto. Proprio come il piano di fuga che dovrà ridare la libertà a Lincoln, un’emozione che anche Michael brama . Già, perché anche egli stesso è prigioniero e contemporaneamente custode della cella in cui è intrappolato, quella Ragione che, a questo punto, non solo è un’arma in più, ma anche un qualcosa da cui difendersi ed evadere.

prison break

Ma Michael ne avrà di punti deboli. E l’irrazionalità, intesa come sentimento, sarà uno di questi. Minerà il suo credo, ossia la supremazia della Ragione sul resto, già originariamente dall’inizio, percuotendolo ostinatamente con la stessa domanda.

Cosa ti spinge  ad entrare in carcere?

La Ragione o l’Amore nei confronti di tuo fratello?

E’ la fratellanza che spinge il più giovane degli Scofield ad attuare qualcosa di totalmente inconcepibile : entrare in un penitenziario pur di salvare Lincoln. Ed è proprio in tale scelta all’origine che la Ragione si è sottesa all’Amore. Una Ragione che, sempre in virtù dello scetticismo nei confronti delle scelte perpetuate in base ai sentimenti, metterà Michael dinanzi l’esigenza di diffidare ogni qualvolta dovrà fidarsi di qualcuno che non sia sé stesso, anche se quel qualcuno è suo fratello o, magari, la donna che darà alla luce suo figlio.

Gli è intrinsecamente difficile cedere proprio lo scettro della scelta. Ogni qualvolta ciò deve accadere infatti, avverte un dolore emotivo, un dolore logorante, un dolore così atroce da far sì che valga più della sua stessa vita. Un dolore che gli altri non sentono, anzi, che non possono sentire. Una sofferenza che limita l’accezione della vita come qualcosa che va al di là della razionalità, anche se, grazie alle casualità delle convergenze della vita stessa, ciò non avverrà mai.

Cartesio, a proposito di ciò, concepì i concetti di res cogitans e res extensa: un dualismo, per meglio dire una contrapposizione, che si raffigurerà nel rapporto tra mente e corpo. Narrativamente, possiamo dire che alla ragione verrà sempre opposto il “cuore” e al “cuore” sarà sempre opposta la ragione: i motivi dell’uno e dell’altro saranno sconosciuti reciprocamente.

Questa definizione, che si adatta perfettamente al giovane ingegnere civile, mostra, però, i limiti del concepire la vita non come entità unica ma come un qualcosa di diviso e divisibile. In fin dei conti, non esiste nessuna contrapposizione né tantomeno nessuna supremazia della Ragione: la vita è una ed unica, per Michael e per tutti, e va vissuta così come essa si propone.

Le certezze del giovane Scofield, come già detto, in realtà non esistono. Soltanto una cosa è certa: Michael è il fratello di Lincoln e, soltanto per quest’ultimo, in lui Ragione  ed Amore diventan tutt’uno.

Allora, nel dubbio, non esiste una voce a cui dare ascolto? Non esiste una scelta giusta o sbagliata?  Seguiamo la testa o il cuore?

Mah, la risposta è soggettiva. Ognuno, a seconda delle situazioni, capirà ciò che preverrà in quel momento. In questo caso specifico, però, vengono in mente le parole di Gesù di Nazareth:

Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, sarebbe un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello.

Amen.

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