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Ciro Di Marzio – Colui che fu l’Immortale

Si è immortali per tutto il tempo che si è al mondo.
(Alberto Asor Rosa)

L’Immortalità è la costante sopravvivenza all’opera distruttrice o trasformatrice del tempo.

Ciro Di Marzio, personaggio cardine di “Gomorra – La Serie”,  rispecchia perfettamente questa definizione. E dire che intorno a lui, di immortalità, se n’è vista ben poca, considerando la quantità di vittime che abbiamo visto in una serie che ha ricevuto apprezzamenti in tutto il mondo.

Stefano Sollima, già regista di produzioni che trattano di criminalità organizzata come “Romanzo Criminale – La Serie”Suburra, ci trascina nei meandri dei quartieri periferici di Napoli, intrisi dal germe della malavita, con una rappresentazione fredda e schietta delle dinamiche che coinvolgono i clan camorristi.

Ciro Di Marzio appunto, assieme alla famiglia Savastano, è al centro delle vicende che si muovono principalmente nei rioni di Scampia Secondigliano, fra regolamenti di conti tra clan e gestione delle piazze di spaccio, in un percorso che tende sempre più ad allargare il suo raggio d’azione nella ricerca del potere.

Ma cosa rappresenta Ciro di Marzio? Quale tipo di cammino intraprende nel corso della serie e perchè, un personaggio così ambiguo e brutale ha riscosso così tanto successo? Analizziamone la storia dagli antipodi.

Ciro Di Marzio, personaggio presumibilmente ispirato a Gennaro Marino, esponente importante del clan dei Scissionisti di Secondigliano, fu l’unico sopravvissuto del terremoto dell’Irpinia del 1980, dove perse i suoi genitori quando ancora era un bambino. Da questo tragico evento nasce il soprannome l’Immortale, titolo che gli verrà spesso affibbiato per essere scampato alla morte non solo da bambino, ma per più di una volta pure lungo il corso della serie.

La perdita dei genitori si sa, crea un vuoto incolmabile, e così, senza più una via sicura da seguire, Ciro si addentra nel mondo della malavita, e si dimostra per quello che è, ovvero una persona che non ha nulla da perdere, perchè già privo dal principio di tutto ciò che conta per un bambino.

Nel corso delle prime due stagioni, Ciro ci dà sempre l’impressione di non avere dei limiti morali: un uomo spietato, senza scrupoli, doppiogiochista, trascinato da una sete di potere incontrollabile, che lo porterà a tramutarsi in un vero e proprio mostro, capace di uccidere addirittura la sua stessa compagna, Deborah, per salvaguardare i suoi interessi personali.

Ciro Di Marzio è stato, sino a quel momento un personaggio molto semplice da odiare, ma siccome non esiste una figura che rappresenti il Bene in Gomorra, in modo da crearne un contrasto, e grazie alla magistrale interpretazione di Marco D’Amore, ci ritroveremo spesso e volentieri a trovarci attratti e affascinati da una figura così spietata.

La chiave di volta per la coscienza incosciente e insensibile di Ciro arriva verso la fine della seconda stagione, quando, per via della faida venutasi a creare fra lui e Don Pietro, perde sua figlia Maria Rita, che rimane vittima di un agguato tesole da Malammore, che aveva come mandante proprio Don Pietro Savastano.

Se dovessimo avvicinare Ciro Di Marzio ad un personaggio storico, considerando anche l’alone di mito che si è creato intorno alla sua immagine nel corso della Serie, e le vicissitudine che deve affrontare, lo accosteremmo forse ad Achille, il protagonista dell’Iliade. Come Achille nei confronti di Re Agamennone Ciro fatica a sottostare agli ordini del suo capo, ovvero la Famiglia Savastano. Come Achille assume le tinte di un personaggio Immortale, sanguinario e impossibile da piegare. 

Ma soprattutto, come Achille, Ciro insegue e persegue una gloria che va oltre la sua realtà, una gloria che non va spartita con nessuno, una gloria che verrà narrata come gli aedi narravano l’Acheo. Una leggenda che supera se stessa, divenendo però allo stesso tempo opprimente rispetto alla sua semplice umanità.

Ed entrambi infatti, nonostante questa parvenza di indistruttibilità, hanno un punto debole, il famoso tallone di Achille,  che per Ciro rappresenta la perdita della figlia. Cosa scatena questo terribile avvenimento nella mente dell’Immortale?

Con la morte di Maria Rita assisteremo ad un vero e proprio spaccato emotivo del personaggio che di colpo viene catapultato di fronte alla realtà, nuda e cruda, della vita che ha condotto ogni giorno.

La sensazione di esser causa del suo male, di essere responsabile della morte della figlia, porta Ciro di fronte a tutti i suoi demoni, che, per mancanza di empatia e di coscienza, non era stato mai in grado di vedere; come se la morte della figlia lo avesse brutalmente riportato nel mondo reale, un mondo offuscato in precedenza dalla sua cieca avidità.

Per tutto il corso della Terza Stagione intraprenderemo un viaggio introspettivo in cui vedremo un uomo divorato dai sensi di colpa e perseguitato da se stesso, che fuggendo da Secondigliano cercherà di dimenticarsi di sè e dei suoi fantasmi, ma che si ritrova impotente di fronte al richiamo della sua terra. Un Ciro più fragile, caratteristica che non aveva praticamente mai destato durante il suo percorso malavitoso. Si perchè fragilità è umanità, e l’anima in Gomorra può essere solo intrisa di nero. 

La fuga thriller dalla Bulgaria, in cui salva la vita ad una giovane costretta a prostituirsi per Mladen rappresenta il suo primo vero passo verso la sua umanità, costretto dai suoi fantasmi, a un sottile percorso di redenzione che percepiamo in lui in tutta la terza stagione quasi come se fosse un preludio all’epico finale regalatoci da Stefano Sollima, con un Marco D’Amore meraviglioso che interpreta un Ciro che finalmente trova il coraggio di recarsi di fronte alla tomba della figlia, quasi a suggellare la sua uscita di scena, in quella che sarà, volenti o nolenti, una perdita che segnerà la Serie.

Il discorso, carico di romanticismo nei confronti di Napoli, nella consapevolezza di essere prossimo a morire per salvaguardare Genny e la sua famiglia, completa il quadro del ritorno all’Umanità di Ciro di Marzio, in 4 minuti di emotività esplosiva che lasciano senza fiato per ambientazione ed interpretazione dei personaggi stessi.

Con la sua morte Ciro si libera finalmente dal peso di essere l’Immortale, riappacificandosi in parte con se stesso e lasciando finalmente intravedere un bagliore accecante di luce, in una notte buia e scura come il torbido mondo di Gomorra, in cui non c’è spazio per essere umani, e quindi non si può che non essere così, Immortali.

Infine la vera gloria, eterna, che nei greci dell’Iliade sopraggiungeva con la morte in battaglia, imprimendo nell’eternità quella gioventù e quella bellezza dei grandi combattenti, non appartiene forse al mondo di Ciro Di Marzo, ma non possiamo che sentire il sussurro di quel canto di colui che fu l’Immortale.

La prima condizione dell’immortalità è la morte.
(Stanisław Jerzy Lec)

One thought on “Ciro Di Marzio – Colui che fu l’Immortale”

  1. ottima descrizione del personaggio principe della serie Gomorra, tutti speriamo a un suo ritorno, infondo lui è l’immortale.

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