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True Detective – La Luce sta vincendo, Forse.

Nietzsche, Schopenhauer, Ligotti, Sartre, Chambers, Kierkegaard.

È come se l’autore di questa immensa serie televisiva (Nic Pizzolatto) abbia rovistato tra gli scaffali di una biblioteca di filosofia, con l’ambiziosa finalità di mettere nero su bianco le peculiarità individuali dei singoli personaggi presenti in quest’opera d’arte.

La trama, che a prima vista potrebbe essere percepita come banale o semplicemente come già vista, ha molto di più da offrire di quello che mostra all’apparenza. L’intera forza del racconto giace sullo sviluppo dei personaggi, i detective Rustin “Rust” Cohle (nell’interpretazione di una vita da parte di Matthew McConaughey) e Martin “Marty” Hart (interpretato da Woody Harrelson), e sulla loro relazione in continua evoluzione.

Prima di addentrarci nelle dinamiche dei personaggi, è doveroso parlare di un altro soggetto altrettanto importante, la Lousiana.

Questa terra sconfinata, il cui orizzonte appare irraggiungibile, è desolata, senza un punto di riferimento, senza alcun appiglio a cui sostenersi proprio come saranno le sorti dei nostri protagonisti. La Lousiana coincide con un paesaggio rurale sterminato e per questo molto luminoso, troppo luminoso, in cui si nascondono diverse tenebre. Tenebre che però non sono limitate al solo territorio fisico, ma attecchiscono anche nei due detective, nella cultura e nelle persone del posto. La società della Lousiana è chiusa, limitata ed essenzialmente puritana. “Le persone qui attorno è come se neanche sapessero che esiste un mondo là fuori, potrebbero vivere anche sulla cazzo di Luna.”, dirà Rust riferendosi alla massa di individui che, a parole sue, si radunano per raccontarsi panzane in aperto contrasto con tutte le leggi dell’universo, solo per finire una giornata in pace.

Persone la cui correttezza dipende esclusivamente dall’aspettativa di una ricompensa divina.

L’attacco alla religione di Rust è molto forte e in parte legittimo. Sua figlia muore in un incidente, perde la moglie, e inevitabilmente il suo mondo crollerà, manifestandosi agli occhi del nostro protagonista solo nella prospettiva di un inguaribile dolore, portandolo a negare l’importanza della fede.

Definisce la religione un virus del linguaggio che riscrive percorsi nel cervello e offusca il pensiero razionale, tradotto filosoficamente potrebbe suonare alle orecchie di Marx come oppio dei popoli, oppure a Nietzsche come bugia per sopravvivere.

Pur manifestando il suo apparente ateismo, Rust non rinuncia a condizioni di spiritualità, confessando a Marty che il crocifisso, presente nella sua abitazione, è una forma di meditazione. L’obiettivo del nostro protagonista sarà comunque quello di mostrare, anche attraverso la sua attività di detective e quindi di battaglia contro il male, l’assenza di fondamento dei valori tradizionali che annebbiano la mente dei singoli e delle comunità. Ed ecco che si scontra con Marty, ecco che si scontra con il suo nemico amico, ecco che si scontrano diverse filosofie.

E dove potrebbe iniziare questo scontro, che non sarà ovviamente esplicito nella successione degli eventi, se non nel luogo naturalmente opposto all’infinito spazio della Lousiana? Nessun momento e nessun luogo può essere più appropriato di un dialogo in auto, uno spazio stretto, chiuso, che non concede lunghi silenzi e che inevitabilmente induce all’apertura.

Un banale dialogo in auto si trasforma in un momento catartico. Un conflitto tra ideologie.

Ma adesso proviamo ad addentrarci in alcune delle singole dinamiche e nei richiami filosofici dei nostri personaggi.

Malafede E Autenticità

Si può giudicare un uomo dicendo che è in malafede. Se abbiamo definito la condizione dell’uomo come una libera scelta, senza scuse e senza aiuti, chiunque si rifugi dietro la scusa delle sue passioni, chiunque inventi un determinismo è un uomo in malafede”.  Jean-Paul Sartre

Così scrive il filosofo esistenzialista novecentesco, ne L’esistenzialismo è un umanismo, cercando di esplicare il termine malafede. Questo concetto sta a indicare, secondo l’intellettuale francese, un atteggiamento negativo per mascherare una verità spiacevole che non si vuole riconoscere.

È un’espressione spesso inconsapevole che induce a suppore per veri dei fatti in contrasto con la realtà. Un inganno indirizzato agli altri ma principalmente a sé stessi. Secondo Sartre l’uomo è condannato ad essere libero, libero di decidere chi e cosa essere, di ricercare la propria realizzazione. L’esser liberi però, come abbiamo detto, è una vera e propria condanna. Adesso che siamo liberi non sappiamo più chi siamo e ciò che vogliamo, non abbiamo più nessun appiglio e nessun fondamento. Percepiamo l’incombenza delle nostre responsabilità che sono attribuibili a noi e a noi soltanto. Per questo motivo, per l’angoscia causata dall’inevitabile fatto che è arduo accettare e vivere appieno la propria libertà, spesso ciò ci induce a cadere nella trappola della malafede. Una fuga da questa preoccupazione è la rinuncia ad ammettere la responsabilità delle proprie scelte, e di conseguenza prendere parte a incarichi e ruoli istituzionalizzati.

Questo è essenzialmente quello che accade a Marty. Il nostro personaggio, soggiogato dall’atteggiamento della malafede, assume diversi ruoli: è infatti poliziotto, padre e marito. Si concepisce come ciò e crede in parte di essere così, tanto da descriversi come il “regular type dude”. La famiglia, la carriera e la religione sono tutti elementi a cui Marty si appiglia per non perdere il controllo, cercando di conferire un senso prestabilito ad ogni cosa.

Il personaggio è il prototipo dell’americano medio, un uomo forte ed intelligente, ma pieno di insicurezze che cerca di colmare con la famiglia, nella quale crede ma fino a un certo punto perché più volte sarà protagonista di tradimenti e storie extraconiugali. Molto spesso decide arbitrariamente di non affrontare i problemi a lui vicini, come la sua palese non curanza nei confronti delle figlie. Come abbiamo detto, mente a sé stesso e agli altri.

La posizione originaria di Marty non è diversa da quella di Rust. Le insicurezze e le angosce sono le medesime, vengono solo affrontate in modo radicalmente diverso. Se per uno non vengono ammesse e ciò conduce a una condizione di silenziosa alienazione, per l’altro sono prese come rampa di lancio per ridare un senso alla propria vita, perso precedentemente con la morte della figlia. Rust non ha restrizioni e sceglie di non averle, o comunque di non darvi troppa importanza. È qualcuno che conosce chi realmente è, consapevole della propria identità. È autentico, direbbe Sartre, perché solo vivendo si diviene sé stessi.

Proprio l’assenza di valori oggettivi e di senso primo del mondo, è la causa della necessità dell’agire, quell’agire che accetta la radicale libertà di essere sé stessi. Solo l’uomo può salvare sé stesso, scegliendo uno scopo per cui vivere. Cosa che farà Rust, in ricordo della figlia persa, cercando di bloccare le attività del male, personificato dal Re Giallo, autore di rapina e sacrificio di bambini. La concezione della vita di Rust, a parole sue, in termini filosofici è da considerarsi pessimista (richiamandosi al pessimismo cosmico di Schopenhauer), ma egli personalmente si considera un realista. Medesima cosa fece Sartre che rifiutò l’accusa rivolta all’esistenzialismo di essere una filosofia della sofferenza e della disperazione, tanto da considerare l’esistenzialismo un umanismo.

Il chiaro scontro tra filosofie e condizioni di vita dei due personaggi è spiegato emblematicamente nel famoso e sempre presente dialogo in macchina.

Rust: “Siamo delle cose che si affannano nell’illusione di avere una coscienza. Questo incremento della reattività e delle esperienze sensoriali è programmato per darci l’assicurazione che ognuno di noi è importante, quando invece siamo tutti insignificanti.”

Marty: “Io non andrei in giro a sparare queste stronzate! La gente da queste parti non la pensa così, io non la penso così!”

 

Zarathustra, Umano Troppo Umano, ancora ed ancora

 “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione”. Friedrich Nietzsche

Il richiamo al celebre filosofo tedesco è inevitabile. La dicotomia tra i due personaggi, appena vista con Sartre, possiamo tradurla in termini nietzschiani con il parallelismo tra la figura di Marty e il concetto di Umano, troppo umano.

Nietzsche va ad identificare questa precisa classe di uomini come coloro che sono indaffarati a produrre, non dedicando nessun momento della loro esistenza alla riflessione. A quest’immagine Nietzsche contrappone quella dello spirito libero, che andremo a far combaciare con il suo Zarathustra. Colui che è libero pensa diversamente da quello che, secondo il suo contesto storico e sociale, l’ambiente, le idee dominanti del tempo, gli impone di pensare.

Sarà colui in grado di perseguire la conoscenza. Questa è essenzialmente la figura di Rust, consapevole della trasvalutazione dei valori, dell’irrazionalità che domina sulla ragione e del male che comunque è reale. Male concreto che rimane presente nel mondo, manifestandosi in innumerevoli forme, proprio come quello a cui assistono i nostri due detective e che appare loro come l’oltraggio ai corpi fragili di bambini indifesi.

La ripresa di Nietzsche da parte dello sceneggiatore si estende a numerose sue teorie, non poteva mancare il famoso pensiero dell’eterno ritorno, che abbiamo citato sopra. L’idea del grande visionario tedesco viene esplicata da Rust semplicemente da un’ordinaria lattina di birra schiacciata. “Il tempo è un cerchio piatto. Tutto quello che abbiamo fatto e faremo, lo faremo ancora e ancora e ancora.”

Quindi tutto è destinato a ripetersi e ripetersi. Parole, progetti, emozioni. Se da un lato l’eterno ritorno può sembrare angosciante, perché presuppone la ripetizione infinita di un medesimo errore e porta ad una vita tempestata da sofferenze, dall’altro, accettare tutto ciò equivale a disporsi a vivere la vita al massimo delle sue possibilità, realizzando la propria felicità e autorealizzandosi. Per Nietzsche bisognerà accettare il proprio destino, ma soprattutto volere il proprio destino, volere ciò che si è. Bisogna amare la propria sorte perché è tutto ciò che possediamo. Questa è la presa di consapevolezza che il nostro protagonista acquisisce nel finale, per cui il mondo è sì pieno di sofferenze e dolore, ma a voler ben vedere non c’è solo il male, c’è anche l’amore.

Rust così cede per la prima volta alle lacrime, riuscendo alla fine ad affrontare quelle emozioni che cercava di respingere inconsolabilmente dopo la perdita della sua famiglia. Riesce a risalire l’abisso dopo averne toccato il fondo.

E in effetti anche per Rust alla fine appare una luce. Non importa quanto buio oscuri ancora il mondo, perché la luce sta vincendo.

Nel nostro protagonista emerge la primordiale consapevolezza della speranza, un carattere essenzialmente umano che ci permette di vivere a pieno la nostra esistenza. Quello di Rust è un approdo cosciente a ciò che vi è di più originale, l’eterno confronto che domina il mondo e gli esseri umani, il Male contro il Bene. È il momento catartico per eccellenza del nostro protagonista, tale da permettergli di vedere il mondo in tutt’altra prospettiva. Rust inizierà una nuova vita lasciandoci in questa vitale ed essenziale consapevolezza.

Una volta c’era solo l’oscurità. Se me lo chiedessi, ti direi che la Luce sta vincendo”.

 

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Tommaso Paris

“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 22 anni, studio filosofia a Milano, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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