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Harakiri – Il Giappone più autentico

Edo, Giappone, 1630. Il ronin Hanshiro Tsugumo, un samurai senza padrone caduto in disgrazia, si presenta alle porte della nobile casa Iyi, al cospetto dell’intendente della famiglia, con l’intenzione di compiere il rito sacro dell’harakiri all’interno della dimora.

Per dissuaderlo, l’intendente gli narra, sotto forma di flashback, la storia di un altro ronin, Motome Chijiiva, giunto tempo prima con la stessa intenzione. Poiché desiderano contrastare la pratica dei ronin di minacciare il suicidio per ottenere un impiego o un’elemosina, i membri della famiglia obbligano Motome a compiere un harakiri disonorevole, utilizzando la spada di bambù con cui si è presentato.

Così facendo, dimostrano la sua viltà d’animo verso il codice dei samurai.

Già dai primi stralci di trama, intuiamo di trovarci di fronte a un film profondamente giapponese. Chiunque conosca un minimo la cultura nipponica, sa quanto i giapponesi siano legati alle loro tradizioni, tanto da considerare l’onore e il rispetto delle convenzioni sociali imprescindibili dalla vita del singolo individuo.

Noi occidentali indubbiamente siamo affascinati dal rito dell’harakiri, così solenne e codificato nei secoli. Possiamo solo immaginare poi l’assoluta forza d’animo di un ronin disposto ad uccidersi piuttosto che passare il resto della vita nel disonore.

Dunque capiamo subito di muoverci all’interno di un mondo lontano anni luce dal nostro, con un proprio codice e un proprio sistema di regole che bisogna rispettare per comprenderne fino in fondo la vera essenza. Proviamo un senso di estraneità e di soggezione nei confronti di ciò che vediamo, proprio perché ci sembra di assistere a un rito sacro all’interno di un tempio. Infatti, non a caso, il ritmo è lentissimo, la recitazione ben calibrata, le scenografie geometriche e lineari, le musiche tradizionali, e le inquadrature teatrali e ordinate. Niente è fuori posto, anzi, tutto è finalizzato a farci percepire fino in fondo quell’atmosfera di sacralità e solennità che pervade la preparazione e il compimento del rito stesso.

Ma proprio qui il film ci beffa. Si comincia infatti a mettere in secondo piano la realizzazione del rito per analizzare meglio la psicologia del protagonista.

In particolare, Hanshiro stesso rivela, sotto forma di flashback, che Motome era suo genero. Dopo averne infatti assunto la protezione alla morte del padre, gli aveva dato in sposa la figlia Miho. Da loro era nato il nipotino Kingo. Ma prima Miho, poi Kingo si erano ammalati. Non avendo trovato lavoro, Motome si era allora presentato al palazzo per denaro, con lo scopo di salvare moglie e figlio, poi morti di stenti. Hanshiro quindi è giunto non per fare harakiri, ma per vendicarsi della casa ivy responsabile della morte del genero.

L’atmosfera cambia di colpo.

Quel fascino che provavamo verso la ritualità del mondo dei samurai, si trasforma in odio verso un sistema di valori che esalta le convenzioni sociali a scapito del singolo individuo. Ed è proprio questa la critica sociale del film: un uomo che infrange l’onore delle tradizioni per salvare moglie e figlio da morte certa, non è un traditore, ma è un eroe!

Anche lo stile cambia: dalle inquadrature teatrali, solenni e ordinate, si passa a brevi carrelli in avanti sui personaggi, che terminano o con inquadrature dal basso, volte a esaltare la plasticità delle figure, o con zoom fulminei, per sottolineare i momenti di massima tensione.

Nel finale poi il film si spinge ancora oltre, diventando una tragedia dai connotati universali.

L’intendente non è disposto a ritrattare la propria posizione. Non vacilla neppure quando Hanshiro confessa si aver sconfitto, disonorandoli, i tre guerrieri che aveva richiesto come assistenti al suicidio. Il consigliere allora adirato lancia contro di lui gli uomini della famiglia. Hanshiro si difende valorosamente prima di profanare i resti imbalsamati del fondatore della casa Iyi e poi morire.

Lo stile cambia ancora: dai lunghi dialoghi ripresi in campo e controcampo si passa a dinamiche scene d’azione in cui vengono alternati campi lunghi e primi piani secondo una tecnica non tanto diversa da quella del western di Sergio Leone. Anche se, in queste scene, piene di tensione e coinvolgimento emotivo, rimane comunque quella ieraticità dei movimenti e delle espressioni che c’era anche a inizio film.

Perfettamente antitetico all’iconica rappresentazione del samurai a cui ci aveva abituato Akira Kurosawa, Hanshiro, è un eroe tragico: un uomo integerrimo vittima di un mondo troppo ancorato alle proprie tradizioni, per capire le proprie contraddizioni interne. La sua sofferta sconfitta, infatti, mostra l’ottusità degli uomini di potere, ma anche l’impotenza dell’uomo comune, destinato a essere continuamente sopraffatto e rimosso da un sistema che si rinnova anno dopo anno.

Dunque il regista Masaki Kobayashi opera una sottile e spietata decostruzione della tradizionale figura del guerriero e svuota di qualsiasi significato il rito dell’harakiri, così da delineare un lucido affresco del Giappone non solo contemporaneo, ma anche futuro.

Come disse lo stesso regista: “Harakiri non è affatto un film di samurai… No, è un gendaijeki, un soggetto direttamente contemporaneo

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