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Perché Lord Voldemort è Il Perfetto Cattivo?

Qualche tempo fa in un articolo dedicato al concetto di Antieroe abbiamo evidenziato come questo abbia scalzato nei cuori degli appassionati la figura dell’eroe senza macchia e senza paura, inadeguato nella sua perfezione al girone infernale che è l’oggi.

Accade però non solo che venga rivisitato il concetto di protagonista, ma che il compito di rendere godibile una storia non debba essere (solo) del prode paladino ma del villain, sempre più iconico e densamente utilizzato come motore di una storia. Malgrado la tradizione voglia che sia il destinatario dell’odio del pubblico, il cattivo è un meccanismo narrativo quasi inevitabile e, quasi più dell’eroe ad oggi, un elemento cruciale sul quale poggia la trama.

Necessario è un distinguo tra il cattivo e il semplice antagonista, cioè da un personaggio che si oppone all’eroe ma che per qualche motivo non ispiri solo odio ma anche comprensione o pietà, che anzi può pentirsi, essere redento, abbandonare l’oscurità del suo essere malvagio. La natura del villain o del villanus, per usare il tardo latino, è diversa.

Intrinsecamente reprobo, viola ogni convenzione benevola con noncuranza, distaccato da qualunque sentimento benigno, incapace di quella redenzione nella quale spera un pubblico che però, infine, resterà, nonostante la negatività del soggetto, affascinato dallo stesso.
Legato ma non condizionato dalla presenza dell’eroe, la sua indipendenza nella storia è data dalla peculiarità del ruolo, malvagio non per contrapposizione ma perché lo è.

Ognuno ha il suo villain, quello per il quale avete provato un celato e inconfessabile dispiacere vedendolo fallire, ma la contemporaneità ci ha regalato un personaggio per cui era difficile, forse impossibile parteggiare, vessillo di tutta la cultura del villanus: Lord Voldemort.

Sarebbero superflue presentazioni ma per i pochi (spero) profani, Tom Orvoloson Riddle (nell’originale inglese e nella nuova traduzione italiana, Tom Marvolo Riddle), in arte Lord Voldemort, nasce dalla penna di J.K. Rowling ed è il signore oscuro avversario di Harry Potter nel suo ciclo di libri e in seguito nella saga cinematografica.

Agli appassionati o semplici conoscitori della storia apparirà lampante il perché egli possa essere considerato un simbolo dei protagonisti negativi, tuttavia ci sono aspetti del personaggio, magari sfuggiti anche ai fan, presi in considerazione nella nostra analisi, che lo elevano, in una ipotetica graduatoria dei recenti villain, come il “cattivo perfetto”.

La genesi del personaggio è uno dei passaggi chiave, il momento più importante mostratoci dalla Rowling tramite le indagini effettuate da Silente nella storia.

La madre di Lord Voldemort apparteneva a una famiglia di nobili origini, erede diretta di Salazar Serpeverde, completamente decaduta. Merope è cresciuta in una sorta di baracca, in compagnia di un padre (Orvoloson) xenofobo e violento verso i babbani e di un fratello con pesanti turbe mentali. Ella ci viene descritta non solo modesta di aspetto e beltà ma anche come asservita alla famiglia, sconfitta dalla prepotenza del padre e talmente succube da aver perso la scintilla della magia.

L’unico appagamento della donna era spiare dalla finestra il giovane e bel passante, figlio del signore del luogo, un non mago di nome Tom Riddle. Così con un rantolo magico scaturito da questo sentimento, Merope crea un filtro d’amore somministrandolo con l’inganno ad un assetato Tom, che garantirà alla povera fanciulla attimi effimeri di vero amore. Fuggiti da Orvoloson, Merope scopre di essere incinta e convinta che ormai Riddle la ami veramente cessa di elargirli la pozione, ma questi l’abbandona.

Il bambino che nascerà diverrà Lord Voldemort, ma già da questi avvenimenti la Rowling afferma che il suo destino è segnato: è nato per non provare nulla se non rabbia e odio.

Perché?

L’autrice ha rivelato che la motivazione principale dell’incapacità di provare empatia e amore risiede nel concepimento effettuato mentre il padre era sotto l’effetto del filtro d’amore. Essendo la vita un frutto spontaneo, la pozione soggiogando Tom senior, soffoca la naturalità di un qualunque sentimento, rendendo così la creatura generata incapace di provare il più alto dei sentimenti.

Ma il peccato originale del suo concepimento non è il solo a determinare poi la metamorfosi a signore oscuro. Merope, povera e reietta, sopravvive fino al giorno della nascita del figlio, sopraffatta da tutte le cattiverie subite dalla sorte e segnata dall’ultima delusione d’amore, si trascina sulle scale di un istituto londinese, dove darà alla luce Tom Orvoloson Riddle.

Benché fosse una strega e dunque teoricamente in grado di poter sopravvivere al parto con la magia, ella neanche per il bene del figlio decide di scampare alla morte, forse vinta dalla vita aveva definitivamente perso i suoi poteri, ma questo fatto sarà decisivo nella storia del piccolo Tom.

Il comportamento di Merope è in netta contrapposizione alle scelte di Lily, madre di Harry.

Il sacrificio d’amore fatto dalla donna verso il piccolo Potter donerà ad egli la protezione magica e l’esempio che lo aiuteranno nel corso di tutto il ciclo potteriano. La morte di queste due madri è diametralmente opposta e segnerà la via e il destino dei due protagonisti.
Voldemort non scoprirà subito che la madre strega si è lasciata morire. Nel primo incontro con Silente, da bambino nell’orfanotrofio in cui è cresciuto, affermerà: “Mia madre non può essere stata magica, se no non sarebbe morta!”. La scoperta di essere mezzo sangue da parte di madre e portare il nome del padre babbano, sono gli elementi conclusivi che lo porteranno irreversibilmente verso il processo di trasformazione in Lord Voldemort.

Al periodo dell’infanzia dunque abbiamo già elementi a sufficienza per risalire a delle tematiche proprio di un villain così performante. L’essere incapace di amare in partenza e lo stato di isolamento a cui è stato costretto dalla scomparsa di Merope e dell’incuranza di Tom Riddle senior, che sapendo dell’esistenza di un erede, mai ha cercato il figlio, lo condurranno verso il distacco e l’incoscienza verso ogni forma di sentimento.

Dalla fase in questione è possibile formulare altri due principi della personalità di Voldemort.
L’odio per i babbani non scaturisce dalle posizioni xenofobe o dalla scoperta di una parentela diretta con Serpeverde, tutte maturate in tardo periodo scolastico, ma dalla rivelazione del padre babbano, reo non solo di non cercarlo ma di avere lo stesso nome che lo accomuna alla stirpe non magica.

Lo sconforto in cui verte dalla morte della madre e la coscienza che anche una persona dotata di poteri magici può morire costituiranno la motivazione più potente per Voldemort per ampliare a tal punto le sue capacità da sconfiggere la morte. L’avversione e la crudeltà verso i babbani e la paura della morte saranno altri due fattori che puntelleranno la malvagità del soggetto.

Da qui in poi la nostra analisi non verte più su i fatti dell’infanzia di Tom Riddle ma dovremmo tentare di costruire un quadro psicologico del bambino che poi diverrà signore oscuro.

L’incontro che avrà Silente prima con la direttrice dell’orfanotrofio e poi con il ragazzino sarà illuminante. Tom junior viene così cresciuto in orfanotrofio babbano, la Rowling descrive sommariamente questo istituto, come un “edificio squadrato, piuttosto cupo, circondato da un’alta recinzione”, con davanti un “cortile spoglio” chiuso da un cancello metallico. E continua: “Gli orfani […] indossavano tutti una sorta di giubba grigiastra. Sembravano ragionevolmente ben accuditi, ma non si poteva negare che quello fosse un luogo triste in cui crescere”.

Le note caratteriali del giovane Riddle non sono molto buone: mente, gli altri bambini lo temono e la direttrice sospetta che sia un bullo, anche se non l’ha mai colto in flagrante. Inoltre, pensa che abbia ucciso il coniglietto di un suo compagno.

Tom ha, infatti, scelto questa via, vive in un mondo parallelo, sognando di diventare “speciale” e vuole sentirsi speciale in tutti i modi, anche facendosi notare negativamente. Sente di avere poteri speciali e li usa contro i suoi compagni, non per conquistare la loro amicizia ma per creargli disagio e ottenere un’aurea di rispetto e terrore da parte degli altri compagni. Non vuole compagnia e non cerca neppure di conquistarla.

Nel dialogo in cui Silente rivela al ragazzo la verità sulle sue origini di mago, egli svela la sua consapevolezza di essere speciale e di non appartenere al mondo in cui era costretto a vivere. La gratificazione di questa scoperta e la coscienza del suo potere, incredibilmente sviluppato per la sua età, rendono visibile la gioia selvaggia di un bambino che è cresciuto da ultimo degli ordinari e che invece di ordinario non aveva nulla. Questa onta di essere accumunato a qualcun altro, ai suoi compagni orfani, a sua padre il babbano, ai colleghi studenti ad Hogwarts, questo Tom non lo ha mai sopportato.

Lui voleva costantemente rimarcare la differenza, non tanto per il suo lignaggio scoperto più avanti, ma per le sue uniche capacità, una gratificazione narcisistica tipica di chi cresce in un orfanotrofio. Anche nel periodo di Hogwarts questo desiderio non si placherà, anzi coltiverà le arti magiche oltre ogni immaginazione, sino a cessare di essere Tom Riddle.

La maschera di Voldemort avrà questo scopo, l’abbandono del nome paterno e l’emanazione di paura che promanava il suo nuovo io, ma non era ancora soddisfacente. Era necessario enfatizzare, per sé stesso e per altri, il distacco esistente tra lui così speciale e gli altri, maghi o meno, così ordinari.

Iniziò a collezionare oggetti che divennero trofei, strappati alle sue vittime, ninnoli con cui da aguzzino si beava. Da bambino erano uno yo-yo, un ditale argentato e un’armonica a bocca, oggetti sottratti ai suoi compagni orfani, da adulto saranno una coppa, un medaglione, una tiara, un anello.
L’idea del trofeo è antecedente agli Horcrux, egli completa la conoscenza di questi quando già ha raccolto l’anello, bottino dell’omicidio del padre e dei nonni. Questi oggetti soddisfano il proprio ego, simboli, non di casate antiche o magici, ma del potenziale che può scatenare, perché dove si era spinto non era doveva esser chiaro solo ai suoi nemici ma anche ai suoi seguaci.

Seguaci non amici, così come il piccolo Tom non ha amici, non vuole essere accompagnato dal professore a fare compere, è autosufficiente ed egoista, Voldemort è uguale. Come Silente spiegherà ad Harry “…Sentirai molti dei suoi Mangiamorte sostenere di godere della sua fiducia, di essere i soli vicini a lui, perfino di capirlo. Sono degli illusi. Lord Voldemort non ha mai avuto un amico e non credo ne abbia mai voluto uno.” Utilizza gli altri per suo tornaconto, se sono utili può sopportarli altrimenti se ne libera, come è accaduto per Codaliscia, per Piton.

Il quadro psicologico che ne viene fuori, tralasciando l’elemento magico, è di un soggetto pluritraumatizzato nell’età della fanciullezza, che si isola dal mondo, credendosi speciale, diverso, un personaggio che potremmo definire schizoide, pur non essendo esperti della materia. Crescendo tutto questo viene enfatizzato, la rottura con la realtà tramite l’abbandono del nome, il perseguimento di un potere oscuro per soddisfare la voglia di distinzione, l’esorcizzare la morte che ha incrociato sin dai primi istanti di vita.

Una Volontà di Potenza degenerata in un perpetuo ed illimitato Desiderio, fin troppo conscio di se stesso,  di Onnipotenza, che mai potrà davvero compiersi, solo continuare ad ampliare la sua ambizione distruttiva. 

Ci sarebbe sicuramente molto di più da dire su questo carattere ma non possedendo tali conoscenze ci limitiamo qui.

Ciò che è interessante da evidenziare è come due bambini, Harry e Tom, con una triste infanzia e un destino simile, siano divisi da ciò che uno cerca in tutti modi di ricevere e ciò che l’altro, all’opposto, cerca di allontanare: l’Amore.

Quell’amore che Tom non ha mai avuto e che non ha mai voluto e potuto sentire, ha reso Harry l’unico mago in grado di distruggere il temuto Voldemort.

In fondo tutti, almeno una volta nella vita ci siamo domandati cosa fosse il male peggiore: non aver mai conosciuto amore o conoscerlo per poi perderlo.

La risposta ci è stata data con il finale della saga.

Per questo Voldemort è il cattivo perfetto, perché nasce, si definisce e persegue l’assenza del Bene. Egli è l’emblema del male in sé, della mancanza di ciò che ci rende umani. Ed è in tale apoteosi della sua caratterizzazione, coerente nel concepirsi come un vero e proprio processo di Fenomenologia del Male, che egli incide un segno indelebile nella letteratura del Villain.

leggi anche: Harry Potter e i dono della morte pt2 – Chi è Severus Piton?

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