Home Nella Storia del Cinema HITLER contro PICASSO E GLI ALTRI. L'ossessione nazista per l'arte.

HITLER contro PICASSO E GLI ALTRI. L’ossessione nazista per l’arte.

Hitler contro Picasso e gli altri è il nuovo docu-film della Nexo Digital, una produzione e distribuzione italiana di contenuti alternativi in alta definizione, volta a divulgare il mondo sensazionale dell’arte, talvolta sconosciuto, sul grande schermo, proiettato solo per alcuni giorni.

Quello della Nexo Digital, col patrocinio anche di Sky Arte, è stato un bel passo in avanti secondo me: ha colto una sfida rischiosa, quella appunto di portare al cinema ciò che tutti non vedrebbero al cinema.

Spesso si reputa il cinema come luogo o momento di svago, quel qualcosa in più che, ahimè, non tutti possono permettersi. Per fortuna, oggi possiamo dire che non è solo questo: approda la cultura, la divulgazione, la curiosità intellettuale.

Proprio perché l’argomento “arte, mostre e musei” non è propriamente di massa, sono contenta di tale passo, anche perché si è dimostrato quanto, invece, tali produzioni temporanee siano state apprezzate e richieste dal pubblico (se pensiamo a Loving Vincent o Caravaggio – l’anima e il sangue, che si replicherà a grande richiesta a fine marzo; il prossimo in arrivo dal 9 aprile, è nuovamente sull’amato Van Gogh, Tra grano e cielo).

Stavolta, con la partecipazione e voce narrante di Toni Servillo, ci è proposta la storia, anzi, le varie storie legate ad uno dei tanti progetti hitleriani malefici, quello di “raccolta” – sarebbe meglio utilizzare il termine razzia –  e di possedimento di molte opere d’arte europee, da differenziare tra quelle classiche, della “vera arte”, quella del canone di bellezza idealizzato, e quelle degenerate.

 Forse vi state chiedendo perplessi: perché, esiste un tipo di “arte degenerata”? Delle opere di serie A e di serie B?  Sì, Hitler la chiamò “Entartete Kunst” – in tedesco – e ne promosse la realizzazione di una mostra itinerante per tutta la sua Germania, al fine di far conoscere, condannare, deridere quanto il concetto più alto che ci sia, fosse finito nel baratro, attaccato e distrutto da tali pittori recenti, tutti quelli facente parte delle correnti finenti in –ismo (Impressionismo, Espressionismo, Cubismo, Dadaismo, Astrattismo…).

La mostra si apriva il 19 luglio 1937 A Monaco di Baviera, presso l’Istituto di Archeologia dell’Hofgarten. Codeste opere d’avanguardia, rozze, caotiche, assolutamente imperfette, dovevano essere messe al bando, perché contrarie ai princìpi del regime. Nella loro esposizione molti dettagli furono curati “ad effetto”: i quadri erano appesi sulle pareti in modo disordinato, storti, uno attaccato all’altro, accompagnati da vignette ironiche dai buffi caratteri.

E al bando anche gli artisti pazzi e deviati che le realizzavano: erano inclusi tutti gli appartenenti al Die Brüke, il movimento espressionista tedesco, poi altri come Paul Klee, Kandinskij, Piet Mondrian, Marc Chagall, nonché Munch, Klimt, Picasso, Braque, gli artisti della Bauhaus, e i futuristi. Erano disprezzati praticamente tutti, i più amati al giorno d’oggi.

La libera espressione letteraria (non dimentichiamo il famoso rogo dei libri) e artistica del nuovo secolo doveva essere distrutta.

Dirimpetto a questa esposizione, ne fu aperta un’altra, arricchita da opere prese dalle collezioni olandesi e parigine, quella di arte legittima (rinascimentale, fiamminga e contemporanea ufficialmente riconosciuta dal regime): quella della Grande Arte Germanica all’Haus der Kunst. Con opere di nudi veniva celebrata l’esaltazione del corpo dell’uomo e donna ariani, la forza, la bellezza di questi; con opere di scene bucoliche, di caccia e di natura morta veniva ri-contemplato, come avveniva un tempo, l’ideale di vita aristocratico tedesco, la serenità, l’ordine e il benessere di vivere in Germania, resa un potente impero ancora una volta.

    

Paradossalmente si registrò il maggior numero di visitatori nell’altra.

Perché tutto questa ossessione per l’arte e, allo stesso tempo, odio per certe altre opere?

Come ben sa chi conosce la storia della presa di potere di Hitler, ogni progetto messo a punto, rispondeva al chiaro disegno di esaltazione della razza pura e allo sterminio del diverso, identificato non solo nell’ antisemitismo.

Il documentario ci chiarisce come, anche nel campo artistico, è stato necessario agire per raggiungere tali obiettivi e completare in maniera assoluta il progetto della “Grande Germania”. Perché anche l’arte è un prezioso strumento politico: controllarla significava creare consenso e avere legittimità.

Forse non tutti sanno, che Adolf era un grande amatore della pittura e del disegno; da ragazzo era stato rifiutato più volte dall’Accademia delle Belle Arti, e il suo sogno più grande era quello di creare “un grande Louvre” a Linz, la sua città natale. Una volta diventato Fhürer non esitò a progettarlo! Affidò al suo architetto preferito il compito di pensarne la struttura, e ad una serie di storici dell’arte, mercanti e battitori d’asta di raccogliere in tutta Europa le collezioni che avrebbero riempito fieramente il museo di Linz. Un’operazione tanto grandiosa da realizzare, quanto prepotente.

– I contenuti del documentario

Fu messo in piedi per questo compito il gruppo dell’ERR – ‘Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg’ era il nome della speciale task-force istituita da Alfred Rosenberg, tra i massimi ideologi del Nazismo e uno degli uomini più vicini ad Adolf Hitler, giustiziato poi nel ’46 dopo essere stato processato a Norimberga. I componenti viaggiarono per sequestrare, chiedere con la forza le opere soprattutto ai più famosi collezionisti. Guarda caso, essi erano per la maggior parte ricchi ebrei. Tra l’altro spesso erano loro a sostenere gli avanguardisti.  Ecco servite le giustificazioni per il sequestro.

Numerose storie su questo ci vengono raccontate nel documentario: le vicende di battaglie legali per il ritrovamento delle opere rubate e della restituzione ai legittimi proprietari, gli eredi – emigrati negli Stati Uniti, come i Rosenberg e i Gutmann – che nel film ci forniscono le loro testimonianze attraverso interviste, corredate da lettere ed inventari, unici documenti a poterne dimostrare la paternità.(storia dello stesso tema: Woman in Gold di Simon Curtis del 2015.)

Tra le vicende raccontate, anche le scoperte fatte. Il bottino di opere trafugate ammontava ad un numero di circa 1500, nascoste in luoghi improbabili come le miniere di sale e nel bellissimo castello di Neuschwanstein: tutte accatastate in scaffali, le tele senza cornice arrotolate, insieme a manoscritti, sculture, polittici smontati, e poi argenti e innumerevoli lingotti d’oro; in più, quando gli americani grazie alla ricerca della squadra speciale dei Monuments Men – ti rimando al film di Clooney del 2014 – scoprirono con ancor più sconcerto ammassi di effetti personali dei deportati ancora da riciclare: occhiali, oggetti preziosi e denti d’oro.

Tra le opere sequestrate illegalmente, alcune “più fortunate” finirono direttamente nelle residenze dei primi uomini del Reich. Su Hermann Goering in particolare viene fatto un approfondimento inedito, forse più che su Hitler stesso: era il numero 2 del regime, fedelissimo amico del fhurer ma anche rivale. Dove? Nella contesa delle opere ovviamente. Anch’egli appassionato-ossessionato d’arte, aveva come obiettivo arricchire la propria collezione. E i documenti visivi su Goering e le sue proprietà sono tra le parti più interessanti del film, andando a rivelare una personalità complessa, tra le più brutali.

Tra le scoperte più recenti invece, il caso Gurlitt. Al limite dell’inverosimile, l’ottantenne Cornelius Gurlitt era riuscito a nascondere oltre 1000 opere d’arte nel suo appartamento fino al 2011, in condizioni disastrose. Viveva solo, in ignoto, con questo tesoro da 1 milione di euro, ereditato dal padre Hildebrand che lavorava per i nazisti. Il suo compito sin da bambino era proteggere la collezione.

Ma di Picasso, presente in primis nel titolo, non se ne parla?

Io per prima, lo aspettavo sin dall’inizio. E ho ritenuto fosse un po’ insensato averlo inserito in primissimo piano. È solo alla fine che, attraverso la voce di Toni Servillo, vengono citate le sue parole rivolte a quel soldato tedesco che gli chiese di Guernica, con cui è possibile avere la completa chiave di lettura di tutti i 90 minuti visti:

Avete fatto voi questo orrore, maestro?

No, è opera vostra.

“Un artista è un politico. La pittura non è fatta per decorare appartamenti, ma è uno strumento di guerra offensivo e difensivo contro il nemico”.

Credo che sia proprio l’orrore, in tutte le sue sfaccettature, a far da sfondo a tutto, assieme all’ incomprensibilità, l’insensatezza che fu la Seconda Guerra Mondiale, che ci sconvolge e ci sconvolgerà sempre.

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