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Emanuele Crialese – Un realismo immerso nell’illusione

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Immerso, la scelta non casuale di questo aggettivo ha da ricondursi ad un elemento che lega indissolubilmente le opere del giovane Emanuele Crialese: il mare.

L’immensità del mediterraneo vista con gli occhi di una sicilia rurale e contadina racchiude tutta l’originale ed affascinante poetica del regista, espressa in tre film di assoluto valore: Respiro (2002), Nuovomondo (2006), e Terraferma (2011).

I suoi unici tre film, a dire il vero (a cui va ad unirsi il lungometraggio d’esordio Once we were strangers del 1997, ambientato però negli Stati Uniti), tutti frutto di ispirazione, capacità di attendere, osservazione: tendenza non sempre presente nel vasto mondo dei registi, molti dei quali subordinano l’attesa dell’illuminazione artistica alla voglia di rendere il proprio nome sempre più visibile agli occhi del pubblico, spesso scadendo in film qualitativamente deludenti.

Certamente, non è il caso di Emanuele Crialese.

Tuffiamoci quindi, nel vero senso della parola, nella visione del regista siculo-romano; una visione realista, certo, spesso cruda, per come rappresenta l’arretratezza dell’entroterra siciliano, ma che al contempo consegna ai suoi protagonisti la speranza e la libertà di sognare, riflesse nella lucentezza e nel mistero del mar mediterraneo.

Emanuele Crialese, Respiro e la Fuga

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Non ci tiene a rielaborare la realtà, il giovane Crialese: dietro al realismo delle inquadrature sono presenti gli sfilacciati, ma ancora più che visibili, legami al cinema neorealista, dal vasto uso del dialetto siciliano all’ingenuità contadina di gran parte dei protagonisti: così ci viene presentata gran parte dei personaggi dei suoi tre film. E in questa immobilità, in questa valle priva di sbocchi in altri mondi, spiccano le magnifiche personalità dipinte dal regista: a cominciare da Grazia, protagonista di Respiro.

Una donna tanto instabile psicologicamente da suscitare i malumori dei suoi conterranei, che spingono per farla ricoverare a Milano. Dal canto suo, Grazia scappa dal marito Pietro e dai figli pur di non abbandonare Lampedusa. E con l’aiuto di Pasquale, suo secondogenito, trova rifugio in una grotta sulla scogliera, sopra il livello del mare. Il rapporto tra lei e il figlio è uno dei punti chiave del film: pur di proteggerla, Pasquale inscena la sua morte, inducendo il padre ad interrompere le ricerche.

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E così, intrappolata, sospesa sulla superficie delle acque, Grazia fa dell’azzurra immensità la sua unica occupazione possibile, la sua unica possibilità d’evasione; il mare si fa scrigno delle sue illusioni e delle sue speranze, lontano dalla realtà di un mondo gretto, pronto a rinchiuderla in un ospedale psichiatrico pur di non convivere con la sua controversa diversità. Ed è al mare che ella affida le sue speranze di rendere vane le ultime disperate ricerche del marito. Fino all’ultima, meravigliosa scena: durante una commemorazione religiosa, Pietro si immerge nelle acque con una madonna di ceramica tra le braccia; dal nulla, vede Grazia, immersa insieme a lui. Una riapparizione che ai suoi occhi ingenui ha i tratti del miracolo divino: guardandolo senza poter parlare, Grazia continua a nuotare, fino a rompere la superficie delle acque; e, tra l’incredulità dei conterranei, finalmente rivive, riemerge, respira.

Emanuele Crialese, Nuovomondo e il Viaggio

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Se in Respiro il mare si faceva geloso custode di una realtà diversa, che la protagonista fuggiva dal conoscere, in Nuovomondo, il capolavoro pluripremiato di Crialese, l’oceano si fa culla di speranze e di aspettative: all’alba del ventesimo secolo, una famiglia siciliana parte alla volta del mondo nuovo, gli Stati Uniti d’America, su una nave piena di illusi conterranei; nella loro sporca omogeneità, si staglia la presenza della giovane aristocratica Lucy.

L’elegante figura di Lucy rappresenta il sogno e l’illusione del nuovo mondo; con i suoi irraggiungibili sguardi, la ragazza assoggetta al suo fascino ogni passeggero, senza distinzione tra uomini e donne. In particolare Salvatore, il protagonista maschile (lo stesso Vincenzo D’amato di Respiro, tanto utilizzato da Crialese quanto ingiustamente ignorato dal resto dei registi), smanioso quasi di voler toccare con mano quell’apparente perfezione, mischiarsi nei suoi contorni, farsi contaminare dalle forme di quell’affascinante diversità. Meravigliosa la visione dell’uomo che li ritrae nuotare in un fiume di latte, per lasciar confluire in quel mare bianco le rispettive illusioni, in quella libertà che solo il mare aperto può concedere.

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Le speranze dei protagonisti verranno disilluse con lo sbarco ad Ellis Island, ove l’ingresso a madre e figlio di Salvatore viene negato, riconsegnando al sogno la più umiliante delle realtà. Crialese, tuttavia, ci consegna una via d’uscita: la purezza della dimensione onirica, accessibile a tutti, incontaminabile, eterea: nell’ultima scena, sono tutti i personaggi del film a nuotare nel latte, ad affidare al candore di quel bianco le proprie aspettative di una vita nuova, migliore; un finale degno di quello che non si può non definire un capolavoro.

Leggi anche: Les 400 coups ( I 400 colpi) – La vita ha molta più immaginazione di noi

Emanuele Crialese,Terraferma e L’approdo

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In Terraferma, ambientato sull’isola di Linosa ai giorni nostri, il cinismo e l’ipocrisia della società moderna sono i protagonisti della vicenda: l’insoddisfacente esistenza di una famiglia sostentata dalla pesca e dal turismo viene scossa dalla vista di un imbarcazione clandestina, dalla quale il giovane Filippo e suo nonno salvano una donna incinta e suo figlio. Costretti a nascondersi in casa del ragazzo per sfuggire alle autorità immigratorie, scombinano la vita della madre di Filippo, Giovanna, che da lì in poi incentrerà il suo impegno nel proteggere la donna e il bambino. Il parallelismo con chi rischiava la vita per nascondere gli ebrei dall’orrore del nazismo è inquietante quanto tangibile.

Non è solo un’opera sull’immigrazione: è il trionfo del cinismo, la vittoria dell’apparenza sui valori autentici; ne è prova lampante la figura dello zio di Filippo, Nino, che pur di catturare il maggior numero di turisti possibile dipinge gli immigrati come pidocchi, dannosi alla sua attività, e per questo costretti a nascondersi. Il lucente e puro mare di Respiro e Nuovomondo si trasforma in una tomba di valori, nella disperata esaltazione di un’esistenza falsa, ipocrita, volta al solo ottenimento di profitto materiale.

Commovente, in questo senso, il rapporto tra Giovanna e l’immigrata africana, accomunate dalla speranza di sfidare di nuovo il mare, per poter fuggire, sognare un futuro migliore per loro e per i propri figli, lontano dallo squallore di quell’isola. Un illusione che si scontra con la realtà.

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Di Crialese è senza dubbio la grande sincerità che colpisce, un realismo fedele che non impedisce diverse visioni, diversi sguardi, ovvero un cinema che non si discosta da ciò per cui esiste: dare al pubblico un’alternativa, una via d’uscita al deludente scorrere dell’esistenza. Un grande talento che merita la più totale considerazione.

Leggi anche: Non essere cattivo – Il cinema italiano che racconta spaccati di vita.

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