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Suburra – La serie: Padri contro Figli.

La Suburra è un luogo fisico che esiste tutt’ora; si trova a Roma alle spalle dei Fori, nel quartiere Monti. È una zona molto buia, e nell’antica Roma era il quartiere delle case di tolleranza, e il luogo dove plebe e patrizi si incontravano per portare a termine ogni tipo di traffico. Ma è anche il luogo simbolico delle diverse realtà che si mischiano, il luogo che la cronaca avrebbe poi chiamato “Terra di mezzo”.

Così  Carlo Bonini, autore insieme a Giancarlo De Cataldo dell’omonimo libro da cui la serie trae spunto, definisce l’ambientazione in cui si svolgono le vicende che vedono protagonisti tre ragazzi che cercano di trovare una collocazione in questa giostra dai mille colori, in questo puzzle criminale che narra fatti realmente accaduti nel 2008 e che sono conosciuti a tutti sotto il nome di “Mafia Capitale”.

Suburra – La Serie è il primo prodotto originale italiano targato Netflix e strizza l’occhio al filone “Crime” che ha come colonne portanti Romanzo Criminale e Gomorra   (leggi anche:Ciro Di Marzio – Colui che fu l’Immortale).

Lele, Aureliano e Spadino sono i nomi dei protagonisti interpretati rispettivamente da Eduardo Valdarnini, Alessandro Borghi e Giacomo Ferrara, appartenenti a tre famiglie completamente diverse l’una dall’altra: il primo figlio benestante di un poliziotto che frequenta la Roma bene , il secondo è figlio di Tullio Adami, uno degli ultimi boss della Magliana che ha il controllo dei territori di Ostia ed il terzo è il fratello di Manfredi, boss del clan zingaro degli Anacleti. In questo articolo andremo ad analizzare il rapporto tra i giovani e gli anziani, le dinamiche familiari e le cause/effetti che hanno portato i tre ad assumere certe caratteristiche e comportamenti, spaziando dal Complesso di Edipo al Pater Familias romano, fino ad arrivare alla Coscienza di Zeno e Kafka.

Alberto “Spadino” Anacleti: un adulescens nella patriarcale famiglia sinti.

“Spadino te sto a fa’ cresce per fatte diventà ‘n capo.”

 

Così il fratello maggiore Manfredi si rivolge al giovane Alberto, così si comporterà per tutta la serie nei confronti del ragazzo, sarà come un padre padrone, un Pater Familias romano.

Proprio come nella Roma di duemila anni fa nella famiglia zingara Manfredi ha diritto di vita o morte su tutti i componenti, la potestas latina, che comprende anche il diritto di espulsione dalla famiglia/clan. Il pater familias aveva compiti religiosi, era il custode del patrimonio e univa insieme alle altre famiglie i suoi figli e le sue figlie, in modo spesso utilitaristico:  di convenienza è infatti l’unione tra Spadino ed Angelica, figlia di un altro boss Sinti. Il ragazzo risponde a queste costrizioni con la ribellione e l’opposizione totale ai principi imposti, come nelle commedie di Plauto e Terenzio in cui i figli cercano il distaccamento dal mos maiorum dei padri. Così Spadino, che altro non è che un ragazzo omosessuale costretto a sposare una ragazza, costretto ad uccidere una pecora per un rituale arcaico che non comprende, rappresenta il nuovo che cerca di abbattere il muro di precetti ed imposizioni dei vecchi.

Gabriele “Lele” Marchilli: Zeno, la sua coscienza e la lotta col padre.

“Ed è così che augurai a mio padre la morte.”

Poche parole, un flash, per capire il rapporto padre/figlio nel romanzo di Italo Svevo. Le storie di Zeno e Lele sono molto simili: entrambi con un padre antagonista, borghese, sicuro di sé e soddisfatto del mestiere che ha, mentre il ragazzo non ha ancora trovato il suo posto nel mondo, la quadratura del cerchio, insomma, è un inetto.

Entrambi vedono il padre come una sorta di spauracchio, un uomo a cui nascondere le proprie azioni, soprattutto per Gabriele, che ha una relazione extra coniugale con una donna molto più grande di lui e si muove tra feste e festini spacciando ed organizzando serate a luci rosse. Inconsciamente entrambi cercando di contrapporsi al padre per una reazione contraria all’azione paterna, una teoria della relatività familiare che porta il ragazzo ad essere ciò che di più distante ci può essere dalla figura patriarcale.

Tutto questo porta l’inetto ad accentuare i propri comportamenti criminali, la propria bizzarria, la propria diversità dall’universo della normalità solamente per  aggredire  simbolicamente,  per  ferire  il  padre,  che  di  quell’universo  è  un campione esemplare. Tutto questo porta i due ad augurarsi perfino la morte del genitore. Purtroppo sia Zeno che Lele saranno costretti ad affrontare il lutto e proprio come il protagonista del romanzo la risposta emotiva del giovane romano sarà quella di tornare indietro, di riabbracciare il modello paterno, di rivalutarlo.

Nella testa di Gabriele scattano i meccanismi della rimozione e dell’innocentizzazione: la coscienza, ad esorcizzare quella  figura, ne erige un’altra antitetica e consolante:il padre “debole e buono”. Così, per tacitare i sensi di colpa, Zeno/Lele rimuove tutti gli impulsi aggressivi, si adatta al ruolo infantile della debolezza nei confronti del genitore, e così può arrivare all’obiettivo rassicurante di sentirsi “buono, buono”, fino a scegliere la divisa proprio come suo padre.

Aureliano Adami: Edipo contro suo padre.

“Aureliano non è pronto per sapé certe cose.”

“A me però me le dici!”

“Tu non sei come tuo fratello.”

Anche qui servono poche frasi per capire il rapporto tra il padre e il figlio, in questo dialogo tra la sorella e il genitore del futuro Numero 8 di Suburra – Il Film.

Aureliano rimprovera da sempre a suo papà la morte della madre e di averla sostituita troppo facilmente con prostitute e relazioni occasionali.
Questo amore profondo verso la donna che lo ha generato e questo odio immenso verso il padre, colpevole solamente di non essere all’altezza della madre, di essere uno zerbino nei confronti dei potenti, di non alzare mai la testa fanno collegare la vicenda ad una famosa “malattia” psicologica, studiata prima da Freud e poi da Jung: il complesso di Edipo, ovvero la forte rivalità nei confronti del genitore dello stesso sesso, che è partner reale del genitore prediletto.

Nel corso delle puntate però Aureliano, come Edipo nel corso del dramma, si rende conto di cosa gli sta accadendo intorno, si rende conto che come il padre,  si è innamorato di una prostituta nera e che è pronto a rinunciare a tutte per lei, si rende conto che le sue sfuriate sono così simili a quelle del padre e che il rapporto tra i due era conflittuale perché il realtà non erano troppo distanti, ma troppo simili.

Spadino, Lele e Aureliano, insetti in un mondo kafkiano che non sa amare.

La condizione dei tre ragazzi è infine paragonabile alla situazione di Gregor, il protagonista de La Metamorfosi di Franz Kafka: il figlio è ormai l’insetto rivoltante che è relegato definitivamente fuori dai  confini del mondo umano e sociale.

Nel racconto di Kafka assistiamo ad un progressivo capovolgimento prospettico per cui l’elemento mostruoso si sposta sempre più sulle figure dei familiari per culminare nella scena di inaudita ed allucinata violenza in cui il padre ferisce a morte Gregor, colpendolo con le piccole mele rosse. È un mondo che è assolutamente incapace di amare, svuotato di ogni forza redentrice: un mondo in cui la metamorfosi, la  perdita dei tratti umani, non è un evento  straordinario,  ma  è  sempre  in  atto. Il divenire animale/criminale per i tre, come per Gregor, acquista una forza salutare che manda in frantumi il concetto borghese di dignità, questo abbandono offre spiragli inattesi di libertà: il corpo animale avanza a fatica sul pavimento, ma sulle pareti della propria stanza può muoversi con insolita agilità, salire ad un’altezza che gli umani non potrebbero mai raggiungere.

“Soprattutto gli piaceva stare appeso al soffitto; era tutta un’altra cosa che restare distesi sul pavimento, si respirava meglio, il corpo era come attraversato da leggere oscillazioni, e nella felice smemoratezza in cui Gregor si trovava lassù, poteva capitare che, senza neanche rendersene conto, si lasciasse andare e piombasse sul pavimento”

Così Kafka descrive la condizione di libertà del ragazzo insetto, così i tre ragazzi decidono di prendere le loro strade, in un bellissimo dialogo che ha come cornice le spiagge di Ostia: “Chiudemo con le famiglie e se ripiamo la vita nostra.” Quella vita violenta, corsara e caotica che per tutti e tre nasconde un pizzico di amore verso le tanto odiate famiglie.

 

 

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Giacomo Simoncini

“Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose. Ad un mondo di numeri ne preferisco uno di lettere. Scrivo per coinvolgere gli altri, per far appassionare le persone a ciò che amo. ”

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