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Perché Tutti dovrebbero vedere Le Ali della Libertà

Le Ali della Libertà.

È proprio vero, alcuni uccelli non sono fatti per stare in gabbia, sono nati liberi e quando volano liberi ti si riempie il cuore di gioia.

(Ellis Boyd “Red” Redding)

Uno dei rischi, anzi, il rischio più grande che può accadere recensendo un film, è quello di farsi influenzare dal racconto che lo ha generato. E i motivi sono tantissimi, non riesci ad elencarli tutti, sai esclusivamente che fanno parte del tuo io, e vai a dirlo ad un regista come girare qualcosa che non ha concretezze, zero punti d’appiglio e suggestioni impossibili. Mi è successo tante volte, e il film di cui oggi vi parlo è senz’altro uno di quelli con cui ho dovuto fare a pugni maggiormente.

The Shawshank Redemption (Le ali della libertà nella traduzione italiana) è la trasposizione cinematografica di Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, racconto di Stephen King contenuto nel volume Stagioni Diverse (che invito tutti voi a leggere). Sarebbe inutile sottolineare le differenze tra romanzo e film, e francamente sempre più spesso mi chiedo perché le persone debbano farlo: dopotutto, non è forse vero che ogni libro, e ogni film, assumono tanti significati diversi quante sono le persone che ne fruiscono?

Siamo nel Maine sul finire degli anni ’40. Andy Dufresne, che per vivere fa il bancario, viene condannato a due ergastoli, accusato di essere l’assassino di sua moglie e dell’amante. Nonostante quest’ultimo si dichiari innocente, viene scaraventato nel carcere di Shawshank, dove dovrà fare i conti con la rudezza di una vita spesso impossibile da sopportare. La speranza, sua unica compagna (oltre al rapporto con il detenuto Red), segnerà il suo cammino, a riprova che nulla è impossibile se continui a crederci.

scena indimenticabile de Le Ali della Libertà

Una storia così potrebbe vivere da sola, e in effetti, l’operazione di Frank Darabont non tende mai ad esporsi più di quanto andrebbe fatto. Nonostante il film sia la sua opera prima, il regista franco/statunitense sa bene cosa fare: elimina dalla regia qualsiasi elemento estetico superfluo, evita di girare in lungo in largo dentro e fuori le mura della prigione, non lasciando quasi mai alla macchina da presa di prendere iniziative. In questo modo, riesce nella difficile operazione di rendere il carcere luogo e non luogo della vicenda.

Ma c’è dell’altro: la sapiente gestione degli spazi permette allo spettatore di vivere per tutte le due ore del film in empatia con i personaggi, capirne punti di forze e debolezze, gli attimi di redenzione e aggressività repressa, giocando spesso con primi piani e panoramiche, che in fase di montaggio (proprio per il loro alternarsi), comunicano un senso di soffocamento, allo stesso tempo salvezza e condanna dei detenuti, come l’epilogo del vecchio Brooks insegna.

Se risulta quasi inutile parlare delle interpretazioni di Tim Robbins e Morgan Freeman (visto l’evidenza incredibile con cui i due riescono ad entrare perfettamente con il tessuto endemico del film), l’occhio e la mente dello spettatore non possono che addentrarsi nella decisa (e giusta) critica alle istituzioni statunitensi: un mondo corrotto, farisaico, crudele e inospitale, in cui redimersi è impossibile se non con la ribellione che, purtroppo, viene eliminata senza scrupoli sul nascere. La fuga di Andy, in questa visione, diventa manifesto per una nuova giustizia, in cui la redenzione venga resa possibile, garantendo agli esseri umani il diritto a ricominciare tutto d’accapo.

Ecco allora la speranza: “una cosa buona, forse la migliore delle cose, e le cose buone non muoiono mai” come ripete Andy, quella fiammella sempre accesa che non muore mai, e l’amicizia: nei sogni futuri, o nei momenti di immaginata libertà, l’anima respira, immaginando l’oceano pacifico come un immenso ed eterno attimo di salvezza e redenzione.

Poco altro d’aggiungere, se non l’invito a vivere pienamente una storia così.

Leggi anche: Tre manifesti a Ebbing, Missouri – L’intreccio tra vendetta e speranza.

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