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Life Animated – Quando il cinema fa miracoli

“C’era una volta un bambino che era proprio come gli altri bambini, finché una notte vide dalla finestra una tempesta all’orizzonte.”

 

Il bisogno di relazionarsi è il motore principale di ogni vita. La possibilità di interagire, comunicare e accogliere risposte contribuisce a strutturare l’identità e a rendere l’esistenza significativa. Cosa succede quando ciò non è possibile? In che modo costruire un legame affettivo se qualche disturbo blocca la costruzione di questa possibilità?

La storia di Owen Suskind ruota intorno a questa tragica, potente domanda. Egli è un comune bambino degli anni novanta, che ama i film d’animazione e la sua famiglia, insieme alla quale guarda spesso i classici Disney, giocando alla guerra come Peter Pan e Capitan Uncino.

All’età di tre anni, in modo improvviso e repentino, il naturale sviluppo di Owen si arresta e avviene una regressione che inibisce le sue facoltà motorie e cognitive in modo drastico, annullando del tutto la sua capacità di comunicare e interagire con gli altri.

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Cosa è successo? Perché Owen è improvvisamente “sparito”, come afferma suo padre? Lo shock della famiglia è lo stesso dello spettatore che guarda questo intenso, magico documentario; un documentario sulla determinazione, sull’amore di una famiglia ma soprattutto sull’intimo legame tra realtà e fantasia, tra mondo interno e mondo esterno. Una storia che insegna il modo in cui è possibile superare le difficoltà più grandi, grazie al miracolo del cinema e a una profonda immaginazione.

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Tutti hanno bisogno di Iago: Dall’ecolalìa all’intuizione

“Mi ricordo di aver pensato: ti stringerò così forte, ti amerò così tanto, che tutto questo svanirà.”

La naturale reazione al blocco del figlio di una madre e del suo fisiologico istinto di protezione, di fronte a una traumatica diagnosi di autismo capace di scuotere un’intera famiglia, in balìa di specialisti disorientati e scettici. Il destino di Owen sembra scritto, segnato: le probabilità che il suo sviluppo riprenda e percorra traiettorie normali sono basse, tristemente basse.

Un anno dopo la diagnosi un episodio rianima le speranze della famiglia: guardando La Sirenetta, un agitato Owen ripete più volte uno strano vocabolo, che suona come “Giusavos!”, mentre Ursula persuade Ariel a cederle la sua voce: “Just your voice!”. I medici smorzano l’entusiasmo dei genitori, affermando che l’ecolalìa (la ripetizione automatica di suoni altrui) è un sintomo tipico dell’autismo, non necessariamente un segnale di ripresa.

Infatti nei successivi quattro anni Owen non mostra segni di miglioramento, la sua condizione resta tragicamente identica e immobile, e inevitabilmente la famiglia inizia a rassegnarsi al peggio. Dal più completo nulla, però, si verifica un evento che non può essere frainteso, qualcosa di inconfutabile: mentre Walter, il fratello maggiore, festeggia insieme agli amici il suo compleanno, Owen si tiene in disparte, muto e chiuso in sé stesso come sempre, notando qualcosa che ai genitori sfugge, una tristezza velata nel comportamento del fratello. Il minore si avvicina al papà e alla mamma e improvvisamente, nel modo più naturale, pronuncia una frase: “Walter non vuole crescere, come Mowgli o Peter Pan.

La reazione degli increduli genitori è coerente con la surreale situazione: stavolta non possono esserci equivoci, Owen ha parlato, ha comunicato attraverso una frase un pensiero complesso; in particolare nel padre si attiva una scintilla di creatività che lo induce a sperimentare una recita: raccolto un pupazzetto di Iago, l’uccello alleato del malefico Jafar nel classico Aladdin, lo usa come marionetta e simulandone il tono gracchiante ed eccentrico parla con il figlio autistico, seguendo le battute del film; attraverso questo “teatrino”, i due riescono a intrattenere una reale conversazione, portata avanti per un minuto.

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Questo è il momento più importante per Owen e la sua famiglia: l’esperimento del papà mostra che attraverso i classici Disney è possibile costruire un ponte di comunicazione col bambino, ponte fondato sul suo mondo interno, forgiato nelle trame storiche e fiabesche che fanno da sfondo comune all’infanzia di tutti noi.

“All’improvviso ci è apparso evidente che usava quei film per dare senso al mondo nel quale viveva, al nostro mondo!”

Land of lost Sidekicks: L’eroe alla ricerca di Sé

La realizzazione di poter combattere l’autismo grazie agli script Disney anima di nuova determinazione la famiglia, più che mai risoluta ad accompagnare Owen attraverso una “terapia” costruita intorno alla visione dei vari Re Leone, Dumbo, Hercules e a un amore incommensurabile, costante.

I genitori riescono anche a farlo ammettere in una costosa scuola di Washington, con un programma prettamente fondato su attività laboratoriali, perfette per bambini con difficoltà cognitive e comunicative.

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I progressi di Owen, purtroppo, sono al di sotto del rendimento generale della classe e per questo motivo gli insegnanti sono costretti a respingerlo. La Disney consente al fanciullo di esprimersi, interagire, ma nel caos della vita reale l’autismo si fa sentire al di là del protetto ambiente familiare, e inevitabilmente alcuni ostacoli per Owen sono ancora insormontabili.

I classici d’animazione sono adatti ai bambini con difficoltà comunicative e cognitive perché gli stimoli iconici, le emozioni e le espressioni accentuate facilitano la comprensione degli scopi della storia, stimolando i processi di costruzione del senso; la mente di Owen lavora con i vantaggi di questi strumenti comunicativi per filtrare la spaventosa realtà esterna. Il problema è che non tutte le situazioni sociali possono essere ricondotte a copioni Disney.

La sua crescita lo porta alle soglie dell’adolescenza, periodo complesso e turbolento per definizione; a causa dei suoi deficit la sua fortissima volontà di relazionarsi agli altri si scontra con un sentimento di diversità, simile a quello di Pinocchio, che desidera sopra a ogni altra cosa essere un bambino vero.

A casa, i genitori notano nel comportamento di Owen un comportamento misterioso: parla meno del solito, ha un atteggiamento pensieroso e trascorre molto tempo nel seminterrato della casa. In preda alla curiosità, il padre scopre il motivo di tanta segretezza: suo figlio ha realizzato una sorta di diario personale pieno di disegni di personaggi Disney.

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L’uomo, però, si accorge di un elemento ancora più significativo: Owen non si è limitato a disegnare i suoi protagonisti preferiti; quelli raffigurati sono i comprimari, i cosiddetti “personaggi-spalla”, i vari Rafiki, Lumière, Sebastian che accompagnano gli eroi nelle loro avventure.

“L’opera” ha anche un titolo, evocativo e simbolico: Land of lost Sidekicks, “la terra delle spalle perdute”.  Owen ha inserito nella storia anche se stesso, nel ruolo di Protettore delle spalle; egli ha dipinto su carta le sue sensazioni più profonde, il modo in cui si rappresenta nella società che lo circonda. Owen si percepisce come una spalla, un personaggio marginale che tuttavia è fondamentale per sostenere le gesta dell’eroe attraverso il racconto.

Il fumetto di Owen è una metafora della sua esistenza, una trasposizione simbolica del suo mondo interno: la sua immensa capacità d’immaginare diventa un ponte per comprendere appieno l’intensità delle sue emozioni, la forza straripante dei suoi pensieri.

Attraverso i colori delle scene d’animazione il documentario ci porta nel mondo parallelo generato dalla potenza creativa di Owen, un mondo in cui le avversità della vita reale si traducono in elementi da combattere, come una tempesta o una maligna entità che rende tristi le Sidekicks e il ragazzo con una nebbia oscura.

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“Nessuna spalla viene lasciata indietro”

È con questo comandamento, questo auspicio, che il libro di Owen si conclude: come uno slogan, essa racchiude i sentimenti più profondi del ragazzo e, in un modo autentico e spontaneo, li comunica al mondo esterno. Una speranzosa, inconfutabile affermazione d’esistenza.

“Ora, quando mi guardo allo specchio, vedo un fiero uomo autistico, pronto ad affrontare un avvenire luminoso e pieno di meraviglie.”

Il documentario ci accompagna negli episodi rilevanti della crescita di Owen: il diploma, il trasloco nel suo appartamento, la fine di una storia d’amore. Come un fil rouge, questi momenti sono legati dal Disney Club, uno spazio fondato e guidato da lui a scuola dove poter condividere il suo amore per le fiabe insieme ad altre persone con deficit dello sviluppo.

L’incondizionato supporto della famiglia, la magica relazione con i classici Disney e l’elaborazione delle proprie emozioni accompagnano Owen nella ricerca della sua identità, di un posto nel mondo. Grazie a questi elementi egli diventa protagonista della sua vita, ma la sua ricchezza va oltre, va ricercata dentro di lui.

È nel proprio Sé che Owen trova la forza per superare, con leggerezza e sensibilità, tutte le avversità poste dal mondo sul suo cammino: comunica, si relaziona, si riconosce. La sua è la storia dell’intreccio tra realtà e fantasia, tra mondo esterno e interno, la storia di una profonda, salda affermazione d’esistenza.

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Tra dentro e fuori

Life, Animated è un’opera estremamente ricca e potente. Oltre a narrare la vita di un bambino autistico, ci permette di riflettere sul vero senso del cinema in quanto arte, in quanto cultura.

Nelle sue innumerevoli sfumature, ogni pellicola porta con sé, oltre a personaggi e trame particolari, un intrinseco intento realistico: rendendo visibile e condivisibile una storia, il cinema annulla il confine tra finzione e realtà, tra soggettivo e oggettivo.

Nel documentario questo intento emerge spontaneo grazie ai film d’animazione elaborati da Owen in chiave, appunto, soggettiva. Dunque la magia del cinema, la sua vera forza, il motivo per cui lo amiamo così tanto, sta in questo suo scopo ultimo: creando uno spazio di confine tra dentro e fuori, i film ci consentono di evadere dalla realtà, di fantasticare.

Studiando i processi di sviluppo dei bambini, Donald Winnicott, psicoanalista e pediatra inglese, elabora un concetto che ci consente di esprimere meglio questa tesi. Egli chiama spazio transizionale l’area terza e intermedia che si colloca tra dentro e fuori, Me e non-Me: per il bambino essa rappresenta un luogo psichico protetto dove poter sperimentare il primo rapporto con la realtà oggettiva, allontanandosi gradualmente dal primitivo stato di illusoria onnipotenza.

Secondo Winnicott, in questo spazio, che include componente oggettiva e soggettiva, è possibile esprimere la propria creatività, ed è per questo che durante la crescita esso si espande continuamente. Lo spazio transizionale è l’area potenziale in cui l’individuo può modellare processi mentali creativi e riscoprirsi con originalità. È per questo, secondo l’autore, che tale area potenziale è l’area della cultura, del gioco, dell’arte.

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I classici Disney, Life, Animated e qualsiasi altro film, in quanto arte, si collocano in questo spazio culturale, condiviso e intersoggettivo, che lega creativamente mondo soggettivo e oggettivo, come due realtà che esistono in quanto inscindibili.

Leggi anche: Hook – L’eterna infanzia dei pensieri felici

 

Gianluca Colella
Ho 25 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa della Settima. Un po' la Forza di Star Wars.

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