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Ready Player One – L’apice della “Nerd Culture”

Premessa: questo non è un film per tutti. Certamente, è un blockbuster, un film che vuole maturare un certo incasso al botteghino e per questo traguardo è stato reso accessibile (più o meno) a tutti. Ma Ready Player One prende per mano una categoria ben precisa di persone: i nerd. O quantomeno i fan della “pop culture” anni ’80 e ’90. Un caleidoscopio su celluloide di ogni possibile citazione, easter egg, traccia musicale e gesto che richiami film, anime, videogiochi, musica del periodo. Per questo la complessità a livello di immagine della pellicola è per pochi. Percepire tutte queste reminiscenze e allusioni dei decenni in cui è cresciuto Ernest Cline, l’autore del libro da cui è tratto il film, è praticamente impossibile anche per chi è esperto, figuratevi per un profano.

In un futuro distopico non troppo lontano, il mondo è in malora e Oasis, una piattaforma virtuale nel quale è possibile proiettarsi tramite il proprio avatar, ha scalzato la vita reale, troppo grigia e indigente per tutti. Ogni persona si rifugia nei variegati pianeti creati da James Halliday, programmatore di Oasis, dove gli utenti scelgono la loro immagine, affidando la vita, le proprie relazioni, ma anche lavoro, istruzione e guadagni al programma di simulazione. Dimenticando che lì fuori c’è la realtà ormai inesorabilmente appassita, Oasis prevede lo stesso meccanismo dei giochi in multiplayer, ossia un sistema di ricompense a seconda del tempo trascorso a giocare o delle missioni completate, il tutto ovviamente in salsa anni ’80. Ma questa dimensione parallela sarà sconvolta dal “Gioco di Anorak”, una gara che rappresenta il testamento di Halliday, sia effettivo che morale, poiché le tre sfide, a cui tutti possono accedere, se superate permetteranno di raccogliere l’Easter Egg di Halliday, ereditando così il controllo di Oasis, incassando anche la sua multimiliardaria fortuna. Tenterà di vincere la competizione Wade Watts, noto con l’alias Perzival, un gunter (da Egg Hunter) insieme ad Art3misis, Samantha al di là della barricata, ed i loro amici che insieme ad altri milioni di cacciatori sfidano una mega corporation priva di scrupoli, la IOI, sino all’allucinante battaglia finale sul pianeta Doom.

La trincea virtuale e quella reale si intersecano creando in un gruppo di gunter in origine rivali, alleanze, amicizia e amori, una chimica che ci rimanda a quella di gruppi di altri ragazzi ammirati in pietre miliari dei “Fabulous Eighties”, come i Goonies, Stand By Me ed E.T.
Insomma questo film non è solo un monumento al periodo ma ha proprio lo spirito di un film degli anni ’80 traslato nel 2018.

La regia, non a caso, è affidata all’uomo dietro a molti dei film a cui si ispira Ready Player One, Steven Spielberg. Impossibile per lui sottrarsi a un tale progetto, chiaramente Spielberg in qualche modo si rivede in Halliday, un ragazzino che si è costruito una carriera perdendosi in film, tv e videogame e che ha donato a milioni di persone un universo in cui trovare riparo. Quasi speculare al buon Steven, appunto.

Nonostante ciò, con la sua solita destrezza, il maestro tinteggia il dissidio netto, prossimo anche alla nostra quotidianità, tra l’opaca e desueta realtà e l’immaginifico trionfo di suoni, colori, musiche e personaggi virtuali, dove la mitica DeLorean di Ritorno al Futuro viene arricchita dal led dell’auto KITT di Supercar, mentre Art3misis sfreccia sulla moto rosso fiammante di Akira, dove bisogna sfuggire dalle mastodontiche grinfie di Kong o dalla potenza di fuoco di Mechagodzilla e combattere il mostro meccanico su di un Gundam RX-78 e perfino addentrarsi negli orrori dell’Overlook Hotel.

È ovvio, quasi naturale, che in questo contesto fantasmagorico uno come Spielberg s’immerga, come fosse spettatore a sua volta, poiché l’immaginazione l’aveva già messa Cline e a zio Steven toccava “semplicemente” modellarla e focalizzarla, ma la sua capacità di coniugare assieme cinema e gaming a livello visivo è davvero esaltante. Per la prima volta forse si accoda, sedotto dalla moda della “nostalgia culture”, non detta lui lo standard da inseguire nel mercato cinematografico, ma lo capiamo dato che l’occasione di visitare l’equivalente nerd della Mecca era troppo ghiotta per essere rifiutata.

Nonostante l’ottimo lavoro, quella forza propria del libro viene un po’ meno. Nell’esercizio di stupire o far scorgere allo spettatore una citazione ci si dimentica di renderlo partecipe nella ricerca dell’egg come avveniva nel libro. Questo risultato, dovendo il film arrivare a molti, è fisiologico, poiché non si può pretendere che tutti quelli che vadano a vederlo sappiano cosa sia e quante “cartucce” abbia in dotazione una console Atari 2600 e soprattutto non è stato possibile inserire completamente ciò che Cline ha descritto nella sua opera a causa dei diritti. È inevitabile in una traslazione così colossale modificare alcune parti, per il dispiacere dei fan del libro e dei gamers più dogmatici. Nonostante ciò la visione d’insieme di Spielberg è fedele in ogni pixel a quella dell’autore del bestseller.

Nella lettura del libro si evincono gli stessi principi che si rilevano nella pellicola. Il regista si sarà pure aggregato al filone della “nostalgia culture” che ultimamente sembra dominare il panorama cinematografico e seriale, ma questa opera non ne è portatrice. Nell’esercizio di riesumare i ricordi degli spettatori tramite le infinite easter egg non si mira a creare una catarsi per appagare l’inconscio malinconico del bambino cresciuto, ma è uno sfoggio di saccenza geek, l’enumerazione di quanto conosciamo della cultura pop e quanto rappresenti per Cline, Spielberg ed ognuno di noi. È una denuncia saputella, che mostra come la pop culture possa essere incorporata al punto di creare un’identità, tanto individuale quanto collettiva.

Oasis rappresenta quindi un grido di battaglia nerd, dove si appagano le fantasie escapiste da videogame, ma allo stesso tempo vita online e vita vera non si fondono bensì restano nettamente contrapposte. Da ciò scaturisce la problematica principale di Halliday, ciò che neanche il suo genio 2.0 è riuscito a risolvere: per quanto sia perfetto come universo simulato, dove sebbene sia possibile stringere legami autentici di amicizia anche con sconosciuti dal volto inimmaginabile, tale autenticità non è trasferibile nel mondo reale. Ciò che siamo in Oasis resta in Oasis. Il messaggio del suo fondatore è questo: per quanto Halliway fosse un avatar onnipotente ha perso, per incapacità di intrattenere rapporti umani, sia la donna che amava, sia il suo migliore amico. Per questo tramite la sua caccia al tesoro, il fondatore più che ostacolare cercherà di mettere alla prova i partecipanti, solamente chi ha compreso i suoi errori e quanto fosse necessario dedicare la propria vita alla realtà potrà riuscire. Un messaggio che potrebbe tornarci utile negli anni a venire.

Per evitare che la nostra realtà diventi simile a quella del 2045 di Ready Player One, inesorabilmente destinata al baratro, “fatta di gente che ha dimenticato di lottare per cambiare le cose”, per usare le parole di Wade. Come già discusso nell’articolo che troverete sottostante, parlando di questa tendenza al Revival e alla glorificazione degli anni ’80, “i ragazzi degli anni ’80 hanno smesso di dire di voler cambiare il mondo ed hanno cominciato a cambiarlo davvero”. Sarà anche il decennio dell’adolescenza di Cline, ma egli sicuramente utilizza i suoi riferimenti come simboli del lascito di quegli anni. Per salvare un mondo confinato in una illusione, a causa delle sue paure e incertezze nell’affrontare la vita vera, egli evoca gli emblemi della gioventù degli anni ’80 ad aiutarlo, affinché la storia si ripeta e la gioventù si rimbocchi le maniche per salvare il mondo che abbiamo. Cline ha voluto riaffermare quel concetto, vorrebbe che assorbissimo quel lignaggio e ricordassimo che tutti noi abbiamo il potere del cambiamento, come lo hanno assorbito Parzival, Art3misis e gli altri, e insieme a Spielberg ce lo ricorda, tramite la storia di un popolo virtuale che salvò il mondo che avevano dimenticato.

Leggi anche: Back to the 80s – Solo Marketing nostalgia?

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