Home Settimane a Tema Il Mondo secondo Bojack Horseman Bojack Horseman - Il mestiere di vivere

Bojack Horseman – Il mestiere di vivere

Creata da Raphael Bob-Waksberg per Netflix , Bojack Horseman è una serie animata che ha riscosso un successo clamoroso. Caratterizzata da un inconfondibile disegno, la serie narra le vicende di Bojack, un cavallo antropomorfo, alle prese con il difficile compito di stare al mondo.

La serie è ambientata a Los Angeles, in un mondo che è il nostro in tutto e per tutto, non fosse per il fatto che ad abitarlo, assieme agli esseri umani, ci sono degli animali antropomorfi come il nostro Bojack.
Ma chi è questo uomo cavallo che ha riscosso così tanto successo tra gli utenti Netflix, e non solo?
E soprattutto cosa rende così speciale questa serie animata?
Mossa da uno spirito altamente satirico, la serie sembra inizialmente avviarsi su un sentiero già battuto da diversi prodotti televisivi made in USA: basti pensare a serie animate del calibro di South park o I Griffin.
Tuttavia le cose cambiano prima che ci si possa rendere conto di questo dato di fatto.

I primi episodi ci presentano il nostro protagonista e alcuni dei personaggi che gli ruoteranno attorno. Bojack è una star in declino, famoso per aver interpretato il ruolo di protagonista in una sitcom degli anni novanta:”Horsin’Around“.
La sua carriera però non è mai riuscita a decollare, precipitando anzi sempre di più fino a scomparire dallo star system del quae era entusiasta di far parte. Per questo motivo, nella sua lussuosa casa di Hollywood, Bojack decide di rilanciarsi attraverso un’autobiografia scritta da una ghostwriter, Diane Nguyen. Questa è la premessa attraverso la quale la serie fa partire il suo ciclo narrativo.

Il nostro protagonista è terrorizzato dal fatto che in un futuro ormai non troppo lontano, avendo ormai raggiunto la soglia dei cinquant’anni, nessuno ricorderà il suo nome.
Siamo di fronte ad una sorta di figura che richiama quella di Jep Gambardella, l’inetto protagonista de “La Grande Bellezza” attanagliato da una crisi creativa, o, scavando più in profondità, ci troviamo forse al cospetto del meraviglioso e spaventoso personaggio di Guido, creato dal genio di Fellini in “8 e mezzo”?

Probabilmente sotto certi aspetti molte caratteristiche sono prese a piene mani da questi due iconici personaggi, ma Bojack non si ferma qui. La sua crisi creativa e la sua ricerca del nuovo successo ci vengono mostrate in maniera estremamente chiara ma, andando avanti con gli episodi, ci rendiamo conto di quanto alla base di questo suo cruccio vi sia un vero e proprio problema esistenziale che lo ha accompagnato come un tanto fedele quanto macabro compagno per tutta la vita. Ed ecco che Bojack ci richiama alla mente un altro personaggio iconico nel mondo televisivo: Tony Soprano.
Come non pensare al protagonista della serie tv per antonomasia?
Come non fare un parallelismo tra i dubbi e le crisi esistenziali che ambedue questi splendidi personaggi si portano dietro da tempo, e con cui devono a loro malgrado convivere?

Ma procediamo per gradi.
L’immagine visibile appena sopra questa riga mostra Bojack con sua madre. Ebbene, è esattamente da qui che parte tutto: proprio come per Tony.
I problemi che attanagliano la nostra esistenza sono spesso derivati da traumi o situazioni legate all’età dell’infanzia, età che è stata particolarmente crudele con Bojack.
Cresciuto durante gli anni della guerra fredda, con un padre la cui unica preoccupazione era l’invasione comunista e una madre talmente dura e tiranna da rasentare l’odio verso il proprio figlio (ancora un palese richiamo alla figura di donna Livia, madre di Tony nei “Soprano”), Bojack, nel corso della sua vita, non si è mai sentito desiderato o amato.

Il successo assaporato negli anni novanta con la sitcom per famiglie sopracitata era stato un toccasana per il nostro fragile protagonista, che, per la prima volta, si era sentito riconosciuto dal mondo: aveva finalmente provato cosa volesse dire essere qualcuno per qualcun altro, avere un valore e un riconoscimento.

Tuttavia, lo star-system Hollywoodiano è un meccanismo infame, un circolo vizioso fatto di convenienza, apparenza e cinismo, elementi che porteranno Bojack nel dimenticatoio, una volta bruciato il proprio potenziale televisivo al termine della sitcom “Horsin’around“.

                 

Arrivati a questo punto non ci resta che capire come Bojack reagisca a ciò, situazione questa che sarà il filo portante delle quattro stagioni finora distribuite (siamo in forte attesa per la quinta), aldilà delle varie storyline che la serie svilupperà anche a riguardo degli altri personaggi.
La nauseante e monotona vita del nostro protagonista viene sconvolta dall’arrivo di Todd, un ragazzo molto particolare che vive nel suo soggiorno.
Bojack passa le proprie giornate abusando di alcool e droga, e partecipando a una serie di festicciole insignificanti che, più che da palliativo, risultano essere dei malriusciti tentativi di sentirsi vivo.

 

Bojack ha un caratteraccio, non lo nasconde, o almeno prova a farlo a se stesso senza riuscirci: sa della difficoltà che ha nel relazionarsi alle persone, e sa che da esse non può che aspettarsi delusioni.
Siamo di fronte a una psiche fragile, una mente terrorizzata dall’idea dell’abbandono e dell’indifferenza nei propri confronti, problemi radicati nel passato e portati avanti fino a sfociare nell’isolamento e nella creazione di un proprio mondo autodistruttivo, un dolore amplificato ad ogni risveglio mattutino, dolore che tuttavia resta la più genuina delle emozioni provate nello scorrere inesorabile della routine del nostro Bojack.

La misantropia, che sembra essere la colonna portante del carattere di Bojack, altro non è che una filantropia talmente estremizzata e delusa da ricadere nell’odio: tutti noi sappiamo quanto sottile sia la linea che divide amore e odio. Bojack sa di essere difficile: sono parecchie le volte in cui si appella a se stesso chiamandosi “pezzo di merda“, e probabilmente lo risulta essere anche a noi spettatori.

Tuttavia ciò che distingue una grande storia da una storia mediocre è che quella ben scritta e sviluppata ci permette di entrare nella testa dell’antieroe (Bojack lo è a tutti gli effetti), e capirne gli stati d’animo, arrivando a giustificarne anche le scelte più sbagliate dal punto di vista etico: Breaking bad insegna proprio questo.

Ecco quindi che l’empatia con Bojack aumenta col passare degli episodi e con l’andare avanti delle stagioni: soffriremo con lui, rideremo con lui, diventeremo parte di lui. C’è molta sofferenza in Bojack, raramente si è assistito a qualcosa di così viscerale e doloroso come questa meravigliosa serie animata, non è mia intenzione tuttavia fare spoiler su quanto di nefasto accadrà nel corso delle stagioni.

Come prima abbiamo accennato, attorno al nostro protagonista si muoveranno diversi personaggi fondamentali: Diane, la ghostwriter alla quale Bojack affiderà il compito di scrivere la sua autobiografia, e personaggio fondamentale per noi spettatori per  scavare nella sua psiche; Princess Carolyn, sua agente ed ex storica, con cui ha e avrà una relazione sempre più complicata; il sopracitato Todd, un ragazzo dal cuore d’oro che aiuterà Bojack a rendersi conto di cosa voglia dire voler bene a qualcuno; e, infine, personaggio probabilmente più importante tra tutti, Mr.Peanutbutter, la nemesi effettiva di Bojack, Star al centro dei riflettori e poco preoccupato dai problemi che la vita gli pone davanti, insomma tutto quello che Bojack spesso vorrebbe essere. A mio avviso, quest’ultimo ricorda tanto Dude nel meraviglioso “The big Lebowski“.

Presentata la sinossi della serie, ora sposterei l’attenzione sul particolare che probabilmente ha contribuito a rendere questo prodotto uno dei migliori visti sul piccolo schermo da qui a parecchi anni.

Bojack è a tutti gli effetti un viaggio all’interno della depressione, dell’autodistruzione, un tunnel fatto di dolore e struggimento che colpisce dritto al cuore e allo stomaco, tuttavia non smette mai di rinunciare al suo carattere satirico e, diciamocelo, parecchie volte ci ha fatto ridere di gusto.

Come è possibile per questa serie essere così divertente e allo stesso tempo così spaventosamente profonda e struggente?
Semplice, è una serie animata! L‘animazione  permette alla serie di avere un’enorme libertà di scelta nei modi rappresentativi, le permette di essere dura e realistica verso lo spettatore, a volte anche spietata, ma senza mai permetterci di dimenticarci che siamo davanti ad un cartone animato.

Meraviglioso: questo è il termine giusto per descrivere Bojack Horseman.

Per concludere, spendere poche parole per analizzare la morale che questa serie tanta di insegnarci. Bojack smuove la nostra sensibilità, sembra quasi voler prenderci per mano e mostrarci come le parti peggiori di noi non sono altro che una degenerazione di quelle migliori: sono il meglio di noi, portato al peggio dalle aspettative spesso deluse da un mondo in cui tutto si riduce al materialismo e all’aridità di una società diventata totalmente individualista.

Questo è il prezzo da pagare per vivere in questa realtà, la stessa realtà costruita da noi e da coloro che ci hanno preceduto: un mondo nel quale le persone vengono considerate dei prodotti, e nel quale è stato totalmente dimenticato quel ricco universo interiore che, però, continua inevitabilmente ad esistere dentro di noi. Ecco che l’universo interiore di Bojack, dilaniato dal dolore radicato nella figura di una madre che è sempre stata, nei suoi confronti, mancante, è il mondo interiore di tutti coloro che soffrono a questo mondo, per una motivo o per un altro, senza avere la possibilità di darlo a vedere: chi si ferma a prendere fiato in questo mondo è perduto.

Il messaggio finale? E’ agevolmente individuabile nella terza puntata della terza stagione, puntata che racchiude il cuore della serie.
Con l’emblematico titolo “Pesce fuor d’acqua“, la puntata ci mostra il nostro Bojack alle prese con un’avventura nel mondo sottomarino, mondo in cui non è possibile respirare se non con l’aiuto di un casco da immersione: metafora potente dell’incomunicabilità che caratterizza la nostra realtà.
Bojack, per tutta la puntata, non può parlare a causa del casco; tuttavia, ironia della sorte, negli ultimi secondi della puntata si accorgerà della possibilità di farlo solo premendo un tasto: MERAVIGLIOSO, uso ancora questo termine, ma questa metafora resta qualcosa di potente, forse tra le più potenti viste sullo schermo. Dunque, cosa ci resta da fare in questo mondo meccanico e freddo, arido e bastardo? Bojack lo sa, lo sa benissimo, e magari lo sappiamo anche noi, l’unica cosa che tutti ignoriamo, però, è come passare dal saper cosa fare al farlo davvero.

Bojack ci ricorda di essere umani, ci ricorda che i legami che creiamo sono l’unica cosa che conta e che resta: l’incontro tra le interiorità che vagano sofferenti su questo mondo è l’unica possibilità di redenzione per la società arida che abbiamo creato.

 

Leggi anche: Dialogo immaginario tra Bojack e Sartre

 

 

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