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Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza – Un quadro perfetto

Manca poco alla nuova edizione del Festival Di Cannes, e sebbene il film di cui vi parlo abbia partecipato (e vinto) un altro tra i premi più prestigiosi del cinema mondiale, l’interrogativo che oggi vi pongo è molto semplice: siete quasi sempre d’accordo con le giurie dei Festival o siete anche voi tra i titubanti che spesso e volentieri azzardano più di qualche dubbio, tra effettivo valore delle pellicole e quella sorta di aura “snob” che tante volte pervade i cinefili? Di certo, qui non risolveremo il dubbio, ma credo che tutti possiamo essere d’accordo sul Leone D’Oro di Venezia 2014: Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza è un film molto, molto particolare, in cui le scelte stilistiche del regista sono il veicolo fondamentale dello sviluppo cinematografico.

Siamo sinceri, non è un’opera di semplice fruizione, al contrario: è un film filosofico, che si dipana in 39 (meravigliosi) piani-sequenza lungo un crescendo raffinato di grande suggestione, che passa dagli sketch iniziali di breve lunghezza a un’articolazione narrativa più distesa ma non per questo meno diretta e incisiva, in cui la casualità, come motore della vita del genere umano, cede il posto alla volontà di potenza, e la storia antica del popolo svedese viene messa in questione, con Re Carlo XII di Svezia che dà il via, all’inizio del ‘700, alla disastrosa guerra contro la Russia (con le immagini che qui sembrano prendere gran parte dell’ispirazione dalle opere di Brueghel, modello ampiamente dichiarato del regista nonché spirito guida di un altro genio del cinema come Tarkovskij), per passare di lì alla considerazione dei crimini contro l’umanità di cui il mondo occidentale si è reso protagonista nella storia recente: crimini che sono perfettamente riassunti da Andersson nella dura e simbolica scena della tratta degli schiavi, mostrati mentre vengono arrostiti in quello che pare essere un gigantesco barbecue.

Il colore diafano (tanto per usare uno degli aggettivi preferiti di Pascoli) che si stende su tutte le inquadrature dà al film la tonalità di un mondo imbalsamato (non è un caso che la prima scena si svolga in un museo naturale tra scheletri di dinosauri e uccelli impagliati) e apre il discorso sulla noia di una società ordinata e ormai capace di ammortizzare ogni spigolosità in una sovrana indifferenza. Alla fine, azzardando un po’ con le ipotesi, potremmo dire che il piccione del titolo sia il regista, e che questi inviti anche noi ad assumere quel punto di vista, mentre osserviamo i due personaggi guida del film (i rappresentanti Sam e Jonathan), trascinarsi di negozio in negozio nel tentativo quanto mai improbabile, di piazzare la loro merce racchiusa in una valigetta: denti da vampiro, sacchetto che ride, maschere grottesche. Seguendoli nei loro ripetitivi e sempre più stanchi spostamenti, riconosciamo una quotidianità immersa nell’orrore: come accade nella scena in ospedale con la colluttazione tra la vecchia madre in punto di morte che vuole portare con sé all’altro mondo la borsa con i gioielli e i figli che cercano di strappargliela o, meglio ancora, nella assurda scena del bar, dove un cliente muore dopo aver pagato la consumazione e la cassiera, con incredibile nichilismo, chiede gridando se qualcuno vuole utilizzarla (e uno dei presenti si avvicina senza vergogna e prende la birra).

È senz’altro un humour impietoso quello del regista (figlio in egual misura di Kaurismäki e dei Monty Python) e tuttavia molto elegante, formalmente impeccabile e doloroso da riscattare nella constatazione filosofica un’osservazione che in altre mani sarebbe, molto probabilmente, scaduta in un più o meno compiaciuto manierismo. Qualcuno ha detto che opere come queste ricordano a tratti la dolorosa e paradossale comicità di Buster Keaton: sono d’accordo e aggiungo una considerazione: fare cinema, ancora oggi, è il modo migliore per indagare l’umanità, e Roy Andersson, è uno dei pochi a poterselo permettere.

 

 

Leggi anche: La struggente poetica di Sam Mendes

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